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Waltharius. Epica e saga tra Virgilio e i Nibelunghi
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Descrizione


Sullo sfondo tra lo storico e il mitico di un'Europa attraversata dalle invasioni barbariche, con personaggi che saranno poi del ciclo carolingio e della saga nibelungica, il Waltharius narra la scia di dolore e di sangue che colora la storia d'amore di una coppia di giovani in fuga dalla terra degli Unni. Walther, principe d'Aquitania, e Hiltgunt, principessa di Borgogna, erano stati dati in ostaggio dai loro genitori ad Attila, in cambio di un trattato di pace; con loro era andato in esilio, come ostaggio dai Franchi, Haghen, al posto del figlio del figlio del re Gunther, ancora in troppo tenera età. Dopo anni passati alla corte e nelle grazie del grande sovrano orientale di sua moglie, i tre giovani, ormai cresciuti, decidono di tornare alle loro rispettive patrie primo fugge Haghen; lo segue poco dopo la coppia, portando con sé una pane del tesero degli Unni. Ma alla caccia dei due fuggiaschi si getta Gunther, ormai re dei Franchi, seguito da dodici suoi cavalieri tra cui Haghen. Questi lo scongiura di evitare comunque lo scontro col fortissimo Walther, di cui ben conosce l'abilità guerriera, e Walther stesso si dice disposto a cedere parte del tesoro degli Unni per evitare la lotta. Ma Gunther è accecato dall'avidità e manda i suoi uomini all'attacco dell'Aquitano. Ponendosi al riparo di una grotta e di uno stretto sentiero che impediscono agli avversari l'attacco in massa, Walther abbatte uno ad uno i guerrieri franchi, in un crescendo di violenze, di furori e di disperazione. Ma Gunther ancora non desiste, e riesce a convincere Haghen ad andare all'attacco dell'amico d'infanzia: lo assaliranno in due contro uno, appena uscirà dalla grotta. Il duello finale è tremendo, data la stoffa di guerrieri soprattutto di Walther e Haghen, e finisce coi contendenti tutti e tre mutilati: Walther della mano destra, Haghen di un occhio, il vile Gunther di una gamba. Dopo essersi riconciliato con l 'antico amico Haghen, Walther e Hiltgunt si mettono in cammino per l'Aquitania dove sposatisi, regneranno felicemente ancora per trent'anni.
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Dettagli

1998
8 maggio 1998
104 p.
9788879840811
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Indice

Introduzione: L'incubo di Haghen. Sulle tracce di un'interpretazione complessiva del Waltharius/ Nota informativa/ Bibliografia/ Prologo di Geraldo/ Waltharius/ Note al prologo/ Note al testo

Voce della critica


recensione di Dolcetti Corazza, V., L'Indice 1998, n.10


recensione di Dolcetti Corazza, V., L'Indice 1998, n.10

Con questi due volumi usciti a breve distanza l'uno dall'altro, la "Biblioteca medievale" di Luni si apre al Medioevo germanico presentando testi che, profondamente diversi per tanti aspetti, non ultimo la lingua in cui sono redatti, sembrano quasi emblematici di un momento culturale che ha visto la coesistenza e la fusione di tradizioni germaniche e di cultura classica. E un apprezzamento deve subito essere espresso per il lavoro compiuto dai curatori e per le scelte editoriali che, presentando i testi in lingua originale con traduzione a fronte, corredati da ampie introduzioni e da note ben calibrate di carattere storico-letterario, filologico e linguistico, mettono a proprio agio sia il lettore comune sia lo specialista, che potrà sfruttate le bibliografie esaurienti e aggiornate per approfondire singoli problemi.
Il volume intitolato "La battaglia di Maldon* contiene in realtà anche il testo della "Battaglia di Brunanburh" e, come corollario, gli annali 979-1020 della "Cronaca anglosassone": a dispetto del titolo, il volume dunque offre la documentazione letteraria completa a noi pervenuta in inglese antico (le due "Battaglie "sono in versi allitteranti secondo la tradizione germanica, mentre la "Cronaca" è in prosa), relativa a quel periodo storico difficile e complesso in cui l'Inghilterra ha vissuto il dramma delle invasioni vichinghe.
Il filo della storia lega dunque i due testi poetici, ispirati da due avvenimenti particolarmente significativi che avevano senza dubbio colpito i contemporanei; non è un caso infatti che i 73 versi della "Battaglia di Brunanburh" compaiano d'improvviso tra gli annali in prosa della "Cronaca anglosassone" (anno 937) per celebrare la vittoria del re Æthelstan e del fratello Edmund sugli scozzesi e i northmanni; i vinti fuggono, i vincitori ritornano in patria esultanti: "Si lasciarono dietro a gioire dei cadaveri / il nero-vestito, lo scuro corvo / becco di corno e la bruno-vestita, / l'aquila bianca di dietro a godersi le carogne, / il famelico falco di guerra e il grigio animale, / il lupo della foresta" (vv. 60-65).
Sono i colori e gli animali simbolo di morte ricorrenti nelle scene di battaglia di tradizione germanica; anche nella "Battaglia di Maldon* si legge: "Si levarono strida; rotearono i corvi, / l'aquila avida di carogne" (vv. 105-106). È l'anno 991 e il poemetto, giunto mutilo di inizio e fine, celebra in 325 versi allitteranti la morte di Byrhtnoth, capo dell'esercito anglosassone e campione di fedeltà verso il re Æthelred: rifiutatosi di pagare un tributo ai vichinghi e rinunciando al vantaggio di posizione che il terreno gli offriva, sceglie di combattere contro di loro, contro i "lupi di strage", ma viene ferito a morte. Sebbene le sorti della battaglia siano ormai segnate e gran parte dell'esercito inglese si dia allo sbando, alcuni non rinunciano a vendicare il loro signore e muoiono al suo fianco in un'estrema manifestazione di fedeltà. Il sacrificio di Byrhtnoth non fu dimenticato, anzi significativamente di lui si fa menzione in testi in prosa strettamente legati all'ambiente monastico, ad esempio nella "Vita" dell'arcivescovo Oswald scritta dal monaco Byrhtferth negli ultimi anni del X secolo, e ancora nel "Liber Eliensis" (compilazione riguardante il monastero di Ely)" "risalente al XII secolo, dove ormai di Byrhtnoth si è impadronita la leggenda, ed egli è diventato l'eroe che combatte valorosamente per difendere ad un tempo la patria e la Chiesa.
Se è vero che nella tradizione del Medioevo germanico (e non solo) è consuetudine cantare la materia "eroica" in poesia nelle lingue volgari e riprendere quella stessa materia in scritti in prosa usando il latino, rappresenta una suggestiva eccezione il caso del "Waltharius", un poema di circa 1500 versi in latino, problematico per tanti aspetti (autore, datazione, fonti, ecc.) e attribuito da d'Angelo, dopo un'attenta disanima delle diverse posizioni assunte dagli studiosi, al colto ambiente del monastero di San Gallo, agli anni tra il 950 e il 1050, quando vi operava Notker Labeone, la cui produzione poetica mostra numerosi punti di contatto con il "Waltharius".
Inopportuno sarebbe ricercare in questo componimento verità storica, sebbene vi compaiano Attila e gli Unni che muovono con il consueto ardire verso Occidente alla conquista dei regni germanici "concedendo ai supplici pace e abbattendo i ribelli" (v. 9). Storia e leggenda si mescolano in questo componimento, frutto dell'interesse per la tradizione eroica germanica (quella stessa trattata ad esempio nel "Waldere" anglosassone, nel "Cantare dei Nibelunghi" tedesco, nelle saghe nordiche, ecc.) da parte di un colto uomo di chiesa che vuole intrattenere e divertire la comunità monastica alla quale appartiene, i "fratres" dell'apostrofe iniziale, proponendo loro una materia nota, rivisitata alla luce della cultura latino-cristiana e inaspettatamente qua e là avvolta in una atmosfera di "humour " che ne rende gradevolissima la lettura.

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