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Probabilmente è uno di quei libri che solo i lettori più "allenati" possono apprezzare (ed io mi pregio di far parte di questa cerchia esclusiva). Tante sono infatti le insidie che mettono a dura prova il lettore. Ci vuole del tempo per comprendere l'ambientazione storica e geografica della narrazione, e soprattutto per afferrare la complessa struttura narrativa caratterizzata dalla interpolazione delle tre voci narranti: innanzitutto quella di Golo Thomsen, il "nazista mediocre" che alla fine si rivelerà un sabotatore, quella del mefistofelico Paul Doll, alter ego del comandante di Auschwitz Rudolf Hoss, e quella di Szmul, il Sonder ebreo la cui voce offre una prospettiva straziante sulla sofferenza umana. Ho letto decine e decine di romanzi sulla Shoah, e questo è uno di quelli che mi ha maggiormente impressionato, forse per per la scelta caustica (del tutto tipica di uno degli scrittori più corrosivi e dissacranti del nostro tempo) di infarcire di black humour la descrizione di uno degli eventi più drammatici della storia, quale appunto il genocidio degli ebrei perpetrato dagli aguzzini nazisti. A lettura ultimata, l'impressione che rimane è quella di avere letto un capolavoro, anche se si tratta pur sempre di un'opinione personalissima, più o meno condivisibile. Una menzione finale per la postfazione: preziosissima e fondamentale, ideale compendio di un'opera che non si dimentica facilmente
Un romanzo difficile, sia per il contenuto che per la scrittura non sempre immediata. Anche un romanzo che provoca il lettore, suscitando domande, rabbia, dubbi... Per me un libro che merita di essere letto.
Al seguito del film omonimo che ha sortito, su di me, effetti strani e stranianti, ho dovuto andare alla fonte dell'ispirazione di questa storia geniale e potente. Martin Amis è uno fra i miei scrittori preferiti, ma avevo lasciato indietro questo titolo non essendo ultimamente nello spirito adeguato per affondare, di nuovo, le mani nella logistica dell'Olocausto. Qui c'è sì un campo di concentramento, ma è come un malvagio smaug tolkieniano che rumoreggia e sbuffa sullo sfondo e non si palesa mai sfacciatamente; più che altro si intuisce: produce solo il suono della malvagità. Ma questa intuizione è più deflagrante e terrificante della concreta e scanzonata realtà dal gelido distacco emotivo rappresentata dai protagonisti in primo piano. E qui, lo stridore del paradosso si fa assordante e accade ciò che stranisce il lettore, che capovolge i piani di realtà, fino a confonderlo e disorientarlo; fino a fargli salire, sconcertato, la domanda: - Ma come può essere?!? - È La banalità del male, dolcezza! È difficilissimo da spiegare. Mai avevo percepito un'assenza con la presenza e il peso di un tale macigno. Un'assenza/presenza che si spande e tutto avvolge come una nebbia mefitica, ma che lascia - sul sentiero coperto di cenere del giardino - intatti i colori sgargianti dei fiori a ridosso del recinto ad alta tensione e del filo spinato. Qui sta il genio che attinge dalla Storia e ne svela gli antri più bui; qui sta l'arte creativa, sia letteraria, sia cinematografica.
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