La caduta di Roma e la fine della civiltà - Bryan Ward Perkins - copertina

La caduta di Roma e la fine della civiltà

Bryan Ward Perkins

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Traduttore: M. Carpitella
Editore: Laterza
Anno edizione: 2008
In commercio dal: 13 novembre 2008
Pagine: 293 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788842083948
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La caduta di Roma e la fine della civiltà

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Roma non è caduta. O almeno cosi dicono le più recenti teorie storiografiche. La transizione al dominio germanico sarebbe stata graduale e pacifica, risultato di una progressiva integrazione delle popolazioni del nord, vitali ma primitive, nel grande organismo imperiale, raffinato e ormai prossimo all'esaurimento. II loro mescolarsi avrebbe dato vita a una nuova era di positive trasformazioni culturali. Niente affatto, sostiene Bryan Ward-Perkins. Ma quale integrazione, quale proficua sistemazione delle popolazioni esterne entro i confini dell'impero! "I Germani che invasero l'impero d'Occidente occuparono o estorsero con la minaccia della forza la massima parte dei territori in cui si stabilirono, senza alcun accordo formale sulla divisione delle risorse con i loro nuovi sudditi romani. Dovunque si abbiano testimonianze di una certa ampiezza, la norma era indubbiamente la conquista o la resa alla minaccia della forza, e non un accordo pacifico".
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    Daniele

    26/11/2008 13:21:18

    Sontuosa sintesi del periodo cosiddetto della tarda antichità, dove l'autore, rigettando in toto la tesi di Peter Brown sul passaggio più o meno indolore tra antichità e medioevo,narra una storia fatta di secoli di violenza ed impoverimento, sia economico che culturale. Il libro parte da dove era terminata l'eccellente ultima opera dell'amico e collega Peter Heather (uscita presso Garzanti), ma pone maggiore attenzione agli sviluppi sociali dei secoli che vanno dal V all'VIII sulla base di schiaccianti indizi archeologici.E' proprio la seconda parte del libro, che discute di ipotesi partendo da dati archeologici, quella più interessante: il libro di Ward-Perkins crea secondo me un precedente, cioè che bisognerà d'ora in poi saper "leggere" i dati degli scavi prima di formulare ipotesi relative alla trasformazione della società nel periodo storico che va dalla caduta dell'impero romano alla creazione dei regni(romano)barbarici. A quando un titolo innovativo (e leggibile) da parte di uno studioso italiano ?

La storiografia otto e novecentesca, fino agli anni ottanta del secolo scorso, presentava la fine dell'impero romano d'Occidente in termini catastrofici, come un collasso, una profonda rottura, effetto congiunto della crisi interna e dell'urto tra la civiltà classica di Roma e le culture tribali degli invasori germanici. Negli ultimi decenni, da una parte sulle orme di lavori revisionisti di Walter Goffart e Jean Durliat, e dall'altra su quelle degli studiosi della cosiddetta scuola di Vienna, si è fatta strada una visione assai meno drammatica, riassunta in una formula spiritosa e paradossale da Patrick J. Geary: "Il mondo germanico fu la più grande e la più duratura opera del genio politico e militare di Roma". La nuova corrente, o piuttosto le nuove correnti storiografiche, pongono l'accento sull'acculturazione dei foederati germanici, inseriti nel mondo romano, strumentalizzati da imperatori e strettamente legati, nelle province ove stanziavano, ai propri collaboratori aristocratici romani. Si insiste sul ruolo dei regni romano-barbarici quali eredi di Roma e portatori nel medioevo europeo della civiltà romana. Consumata la svolta, gli studiosi si accorsero di come le esperienze moderne, otto e novecentesche, condizionavano le visioni ormai superate dell'antichità e del medioevo.
Ma Paolo Delogu ha osservato recentemente che "questa nuova presentazione dei problemi non sembra meno ideologicamente condizionata di quella [precedente] che faceva riferimento ai contrapposti principi di romanità e germanesimo quali costanti strutturali della civiltà europea e criteri di spiegazione della sua dinamica storica. Mi pare infatti che la storiografia recente tenda a descrivere i fenomeni del passato in modo consentaneo ai problemi dell'odierna società occidentale avanzata, che si avvia a diventare multietnica e si preoccupa di attenuare il peso dei contrasti di civiltà, esaltando invece le ipotesi di integrazione fra gruppi etnici e culturali posti a contatto dalle nuove migrazioni". Se intendo bene, lo stesso Delogu non condivide pienamente "queste ipotesi e speranze di integrazione" e il suo sguardo scettico agevola la scoperta dei taciti presupposti celati dietro "questa nuova presentazione dei problemi" inerenti alla nascita del medioevo.
Cercando di esplicitare i presupposti impliciti nelle opere degli altri, Paolo Delogu può anche sbagliare. Ma ecco la confessione esplicita di Bryan Ward-Perkins, autore dell'opera che si rivolge con impeto contro le nuove interpretazioni della "trasformazione del mondo romano": "Io penso (…) che una visione del passato che si prefigga di eliminare ogni crisi, ogni declino, rappresenti un reale pericolo per il giorno d'oggi. La fine dell'Occidente romano vide orrori e disordini quali io spero sinceramente di non dover sperimentare, oltre a distruggere una complessa civiltà, facendo retrocedere gli abitanti dell'Occidente a un livello di vita tipico della preistoria. Prima della caduta di Roma, i Romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera".
Lo storico studia i tempi remoti, ma il suo strumento intellettuale più importante, l'immaginazione, è un prodotto del suo tempo, delle sue esperienze, ansie, speranze e, in fin dei conti, della sua assiologia. In questo caso abbiamo forse a che fare con una controversia tra gli studiosi mossi dalla stessa ansia delle odierne società avanzate, solo che gli avvertimenti di Ward-Perkins e le (presunte) speranze dei suoi avversari vanno in senso opposto. La controversia ha probabilmente uno sfondo assiologico. Parlare di presupposti culturali mi pare in questa situazione lecito, anche se non serve a risolvere la controversia. È lecito, perché i giudizi di valore inerenti al modo di comprendere il nostro presente incidono sul modo di formulare le domande e le ipotesi di lavoro che guidano la ricerca sul passato. Questo fattore assiologico dovrebbe però svolgere una funzione esclusivamente euristica: serve a porre le domande, non serve a rendere accertate le risposte.
Nel suo libro, Ward-Perkins ribadisce la visione catastrofica di un crollo della civiltà romana distrutta dalle invasioni barbariche. L'autore è un archeologo, ma si muove abbastanza abilmente anche nel campo dell'interpretazione delle fonti scritte. Senza attribuire il crollo della civiltà a un'invasione particolare o a un qualsiasi singolo evento, Ward-Perkins presenta il vasto panorama di invasioni, disfatte e capitolazioni che, nel corso dei secoli V e VI, hanno disgregato l'impero d'Occidente mettendo al potere nelle sue province élites di guerrieri germanici e, in fin dei conti, distruggendo l'assetto sociale e il benessere dell'Occidente.
Ward-Perkins non condivide l'idea di una facile e veloce acculturazione degli invasori: insiste sull'opposizione persistente tra i "principi di romanità e germanesimo", articolati in dualità etnogiuridica dei regni romano-barbarici. La durevole divisione tra minoranze germaniche politicamente dominanti e ordinate secondo leggi proprie – quali la lex salica, la lex Gundobada, il codex Euricianus, l'edictus Rothari – e la popolazione romana che continuava a vivere secondo le leges Romanorum è stata ultimamente negata da vari autori, i quali hanno però omesso o sottovalutato le testimonianze contrarie delle fonti. Ward-Perkins aveva perciò un compito facile: bastava citare le testimonianze trascurate. Infatti, se il Pactus legis salicae fissava il guidrigildo (somma che l'uccisore doveva pagare, a titolo di risarcimento, alla famiglia dell'ucciso) di un Romano libero a un livello sempre inferiore di metà rispetto a quello di "un Franco libero o un [altro] barbaro che vive secondo la legge salica", risulta ovvio che i Romani non vivevano secondo la legge salica. Se il re burgundo si curava di munire ogni giudice che nel suo regno giudicava i Romani di una compilazione ufficiale delle leggi romane, possiamo concludere che la lex Gundobada per i Burgundi e la lex romana Burgundionum per i Romani vigevano in questo regno una accanto all'altra e si riferivano a due comunità giuridicamente distinte. Se Alarico II, re dei Visigoti, riunì vescovi e altri esperti della legge e ordinò loro di compilare le norme del codex Theodosianus e di altre legislazioni imperiali in una unica lex romana Visigothorum, fu perché le leggi romane erano sempre in vigore per i Romani del suo regno, mentre i Visigoti dello stesso regno vivevano secondo leggi proprie trascritte nel codex Euricianus. Lo stesso vale per l'Italia longobarda, come ho cercato di mostrare nell'Europa dei barbari (Bollati Boringhieri, 2008; cfr. "L'Indice", 2008, n. 11) sulle orme delle opere magistrali di Giovanni Tabacco. Certo, si può negarlo, ma in tal caso occorrerebbe proporre un'altra lettura dei capitoli 127 e 91 di Liutprando, dove il principio della dualità etnogiuridica, implicito nel capitolo 204 di Rotari, viene esplicitamente ribadito.
Ma riconoscere questo principio nelle codificazioni franche, burgunde, visigote e longobarde non ci autorizza a gettare tutte queste situazioni alquanto varie in un unico calderone. Il Patto della legge salica codificava per iscritto (e con ciò modificava) la tradizione giuridica austrasiana, quella dell'ecumene tribale dei Franchi, e il breve prologo al Patto riferisce esplicitamente le norme codificate alla loro patria d'oltre Reno; riferimento che per i Franchi di Neustria o di Aquitania era il segno della loro identità distinta e superiorità rispetto ai Galloromani. Ma la situazione reale nei territori descritti da Gregorio di Tours non aveva molto a che fare con le realtà riflesse nella legge salica: Tours, anche se materialmente in degrado e politicamente inquadrata dal regno franco, era sempre una città della Gallia romana. I regni burgundo e visigoto erano forse meno differenziati, ma anche più generalmente postromani e il codex Euricianus, sia pure destinato solo ai Visigoti, modificava profondamente "alla romana" la loro tradizione giuridica. Il regno burgundo e più ancora quello dei Visigoti in Spagna e in Aquitania si fondavano infatti sul condominio delle élites barbariche e romane che mantenevano in funzione, a profitto comune, le strutture amministrative e fiscali del basso impero. Questa situazione agevolava l'acculturazione del ceto dominante germanico. I caratteri arcaici dell'editto di Rotari si spiegano invece, secondo me, con il fatto che i Longobardi, non avendo conquistato né Roma né Ravenna, non disponevano nel loro regno italico di partner romani capaci di mantenere e controllare l'ordinamento amministrativo preesistente.
Risulta difficile ridurre situazioni diverse in varie parti dell'impero d'Occidente in disgregazione a un unico denominatore comune. Secondo Ward-Perkins, le funzioni giurisdizionali dei comites Gothorum, distinti dalle magistrature romane, indicano che il principio della dualità etnogiuridica vigeva anche nell'Italia di Teoderico. È assai probabile, ma, ciò nonostante, il regno degli Ostrogoti ha per alcuni decenni ristabilito, anzi rinvigorito l'ordinamento tardoromano in Italia, compresa la Sicilia strappata ai Vandali e la Provenza acquistata da Teoderico. Ward-Perkins lo ammette, ma allora si deve forse ammettere che l'ordinamento amministrativo, fiscale e socioeconomico del basso impero non è crollato in Italia fino all'invasione longobarda, ed è più o meno sopravvissuto nella Spagna visigota, in Aquitania sotto i Visigoti e poi sotto i Franchi, nonché in Africa sotto i Vandali. In Italia, è vero, l'assetto tardoantico è stato rovinato dai Longobardi, ma neanche la marcia di Alboino è da considerarsi un terremoto finale che seppellì totalmente il vecchio mondo. Venuta meno la sincronia, messa in rilievo la varietà delle situazioni, il quadro d'insieme si presenta troppo diversificato per parlare di un collasso universale.
Si può invece parlare della crisi, del declino o della regressione economica. Ward-Perkins sostiene questa sua tesi di fondo riferendosi soprattutto ai dati archeologici, ed è il lato forte del suo quadro d'insieme. Per lui, il banco di prova è costituito dagli oggetti scoperti in massa durante gli scavi e durante le ricerche in superficie dei campi arabili: la ceramica da tavola e da cucina, nonché le tegole. Questi oggetti si conservano benissimo nel suolo e sono facilmente reperibili nei siti in cui le persone tempo fa abitavano e buttavano via il vasellame rotto e dove oggi l'aratura profonda tira fuori i cocci di antiche pentole d'argilla. Non a caso, Ward-Perkins attribuisce tanta importanza ai cocci: è l'unica categoria di reperti dell'economia antica che si presta all'analisi quantitativa.
L'autore usa molto spesso, e con visibile compiacimento, la parola "raffinatezza", una delle parole-chiave del suo libro, ma prende in considerazione, oltre alla terra sigillata, anche la più semplice ceramica fabbricata al tornio da vasai di professione. Quest'ultima, trovata in grandi quantità nel vastissimo ambito della civiltà romana, e non solo nelle città o nelle residenze signorili, ma anche in umili siti rurali, costituisce per Ward-Perkins l'indizio di una "raffinatezza" popolare, diffusa nelle case coloniche, presente nella vita quotidiana dei "contadini". Quando questo tipo di cocci sparisce e appare invece la ceramica rozza fatta a mano, tipico prodotto dell'economia domestica, vuol dire, secondo Ward-Perkins, che è finita la civiltà. Ciò è accaduto in varie parti dell'impero romano in tempi diversi, comunque la cronologia della regressione si chiude tra il V e il VII secolo.
Prendere in giro questo ragionamento sarebbe stato un divertimento facile, ma sterile. La storia dei cocci non dovrebbe sostituire la storia economica del mondo antico, ma ne costituisce un indizio importante. In un certo qual senso è l'unico indizio reperibile, e proprio perché unico richiede la nostra vigilanza; ragionando secondo il principio pars pro toto possiamo cadere in trappola. Infatti, la diffusione nelle campagne della ceramica prodotta nelle officine dei vasai professionisti è l'indizio dei legami organici tra mondo rurale, economia urbana e mercato. La scomparsa di questa ceramica e il ritorno alla fabbricazione di rozzi vasi d'argilla a casa propria indica il ripiegarsi dell'economia rurale su se stessa, la regressione dal mercato verso l'autarchia. In questo concordo con Ward-Perkins.
Ma l'economia romana, sia pure molto commercializzata e urbanizzata, rimaneva – se prendiamo in considerazione l'aspetto quantitativo della produzione di ricchezze – prevalentemente agraria. Considerare il declino della fabbricazione di pentole al tornio come l'indizio di una regressione della cerealicoltura o dell'allevamento mi pare davvero rischioso. Va rilevato che l'alto livello di commercializzazione era in parte effetto di pressioni ed esigenze fiscali dello stato che chiedeva iugatio-capitatio in danaro, imponeva agli agricoltori le coemptiones obbligatorie, vietava ai commercianti e agli artigiani cittadini di abbandonare i collegia e con ciò li forzava all'esercizio della professione. Il declino urbano e commerciale in seguito alla disgregazione dell'impero potrebbero essere in parte il risultato della scomparsa di questa coercizione. A Chris Wickham, che ha messo in rilievo quest'aspetto dell'antica economia di mercato, Ward-Perkins risponde con una battuta degna di propaganda politica non molto raffinata: "Per loro natura [sic!] i marxisti sono sospettosi verso il commercio, le forze di mercato e gli imperi".
Non voglio negare l'importanza della storia dei cocci romani; voglio dire che questa storia, pur importantissima, non spiega tutto e rimane anch'essa un po' misteriosa. Ward-Perkins ci offre, tra l'altro, l'esempio della Britannia tardoantica, quindi di una periferia dell'impero romano: anche lì la ceramica fatta al tornio e le tegole spariscono nel V secolo. Ora, la ceramica di tipo romano fatta al tornio e prodotta in massa nei dintorni dell'odierna Cracovia era diffusissima proprio tra il I e il V secolo nell'ambito della cultura archeologica di Przeworsk, nella Polonia centro-meridionale. Allo stesso tempo funzionava, nei dintorni delle odierne Opatow e Starachowice, un centro siderurgico con centinaia di forni e con miniere sotterranee di ferro. Tutto ciò si trovava nel cuore del barbaricum, al di là di qualsiasi potere romano. L'apparizione di queste imprese economiche indica l'importanza dei contatti commerciali con il mondo mediterraneo e dei conseguenti influssi culturali, ma presuppone anche l'impiego cospicuo di forza lavoro servile e la rilevante capacità di commando da parte dei gruppi dirigenti locali. Le élites tribali di queste parti consolidavano la loro posizione più che altro in base all'esportazione verso mercati romani della merce viva: uomini catturati in spedizioni belliche sui territori delle tribù vicine. Questa emorragia umana del barbaricum europeo costituiva il rovescio della medaglia della prosperità romana e di quella locale: constatarlo non ha nulla a che vedere con la presunta "naturale diffidenza" marxista di fronte agli imperi e ai mercati. Invece la scomparsa, verso l'inizio del secolo V, della cultura archeologica di Przeworsk, indice di prosperità alla romana fuori Roma, non si spiega semplicemente con la crisi dell'impero romano d'Occidente. La coincidenza cronologica con il declino di Roma non chiude il dibattito, ma ci mette di fronte ai problemi aperti che dobbiamo ancora affrontare.
Il libro di Ward-Perkins ha alcuni difetti particolari e uno generale legato al tentativo di spiegare tutto con una sola semplice chiave. Però è un libro molto importante, perché turba la nostra quiete intellettuale e dimostra l'insufficienza delle teorie recenti di fronte ai dati forniti dall'archeologia. Non siamo obbligati a essere d'accordo con l'autore, ma sicuramente non possiamo ignorarlo. Cocci e tegole non sono comunicati, non hanno contenuti semantici, ma sono fonti anch'essi. Se non si spiegano alle nostre teorie, se ostacolano le nostre interpretazioni, non possiamo far finta di non vederli e considerarli un inconveniente. Le generalizzazioni di Ward-Perkins, talora troppo precipitose e sempliciste, sono contestabili, ma le sue critiche ci costringono a ripensare il nostro quadro d'insieme. Un grande merito.
Karol Modzelewski
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