I campi del Duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943)

Carlo S. Capogreco

Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 2004
Pagine: X-314 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788806167813
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    Guido Ruzzier

    18/07/2012 13:49:04

    Non ho letto questo libro, ma leggo in una recensione che l'autore afferma che l'anarchico Umberto Tommasini è stato ucciso a Renicci. Non è così. Per sua fortuna, e mia, e di tanti altri, Tommasini è uscito vivo da Renicci, ed ha vissuto abbastanza a lungo da trasmetterci molti dei suoi valori: è morto a Trieste nel 1980. Consiglio la lettura de "Il fabbro anarchico. Autobiografia fra Trieste e Barcellona. Umberto Tommasini", Roma, Odradek, 2011. O meglio ancora, l'edizione originale dell'autobiografia, in dialetto: "Umberto Tommasini,L'anarchico triestino", Milano, Antistato, 1984. Tutti e due i volumi sono stati curati da Claudio Venza.

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    Francesca

    24/05/2004 11:20:16

    adesso ho letto 'i campi del duce...'ed è molto più bello del previsto io vorrei chiedere una cosa: vi è piaciuto?

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    Enrico Oliari

    28/02/2004 10:49:36

    Con questo libro Capogreco denuncia una storia troppo comodamente dimenticata, dove uomini e donne sono state vittime di persecuzioni e discriminazioni di ogni genere. L'obbiettività dello storico e la sua chiarezza di vedute fanno in modo che quanto scritto non sia legato ai molti vincoli politici che hanno caratterizzato le testimonianze storiche del Dopoguerra: fra i confinati, gli internati ed i condannati non vengono citati solo i "Big" politici, ma anche la gente più comune, dagli omosessuali ai sindacalisti, dagli ex appartenenti all'apparato fascista, agli accusati di spionaggio e così via. Vista la ricchezza di note, il libro costituisce un documento valido per lo studio dei meccanismo persecutori del regime fascista nei confronti della popolazione civile.

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    Luciano Tripepi

    22/02/2004 23:29:35

    In tempi nei quali la polemica urlata spesso tradisce la mancanza di riflessione e di seria documentazione storiografica, il volume di Capogreco sui campi italiani durante l'ultimo conflitto mondiale , le loro tipologie, la loro organizzazione e, cosa ben più importante, le loro conseguenze sulla vita di migliaia di individui che per ragioni razziali, politiche o etniche vi vennero internati, è un'opera limpida ed equilibrata. La dimensione concentrazionaria italiana viene colta nella sua sostanziale ambiguità: "garantista " nei confronti dei sudditi protetti dallo status di " prigionieri di guerra " e di "sudditi di stato straniero " e persecutoria e vessatoria nei confronti delle popolazioni slave del confine orientale.Finito grazie a Dio l'oblio o la rimozione dei crimini verso gli italiani che condussero alle foibe, sarebbe il caso che senza meccaniche relazioni di causa ed effetto, ma con la coscienza anche della sofferenza inflitta oltre che di quella subita, si cominciasse a ritessere un dialogo che apra con ulteriori studi seri il confine da entrambe le parti: Il lavoro di Capogreco aiuta proprio in questo senso la definizione di un'identità italiana che ,insieme a quella slovena e a quella croata ,ha ora l'oppportunità di riconoscersi ,priva di retorica ,in un'Europa senza più foibe e senza campi di Arbe e di Gonars.

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Questo libro racconta, ancora una volta, una vicenda che riguarda le gravi responsabilità italiane sotto il fascismo e la loro successiva rimozione. Lo ignoravamo del tutto o non lo conoscevamo nei dettagli, mentre ora possiamo invece saperlo e documentarlo: anche l'Italia ha avuto il suo "universo concentrazionario". Non fu paragonabile per efferatezza a quello tedesco - né del resto la Germania nazista va considerata il prototipo del male assoluto, rispetto a cui misurare ogni forma di violenza nel Novecento - ma fu certamente un sistema articolato ed efficiente di repressione politica e di persecuzione della libertà, che ebbe anche come conseguenza, particolarmente nei casi del colonialismo africano e in quello dei campi d'internamento in Italia e Jugoslavia nella seconda guerra mondiale, l'annientamento fisico.

Conoscevamo da tempo il confino, tornato di recente agli onori della cronaca e della polemica politica in chiave un po' idilliaca... E del resto la rappresentazione che ce n'eravamo fatti era stata, a lungo, comunque mediata, più che dalla storiografia (i cui ultimi contributi d'assieme su questo tema risalgono d'altra parte a oltre vent'anni fa), soprattutto dalle pagine dei nomi dell'antifascismo: dalle lettere familiari di Carlo e Nello Rosselli, alle pagine letterarie e antropologiche del Cristo di Carlo Levi, ai primi documenti politici del federalismo europeo. Leggendo le lettere dal carcere di Bauer, Rossi e Foa in questi ultimi anni, ci era forse parso - certo per una forte dose d'idealizzazione, ma grazie pure all'ottimismo, alla forza intellettuale e alla lucidità dei protagonisti - che quella cella di Regina Coeli, a metà degli anni trenta, fosse una sorta di laboratorio politico, una scuola di partito, se non un salotto politico-letterario, benché dietro le sbarre. D'altra parte, la Ponza di Sandro Pertini era conosciuta già allora come l'"università antifascista".

Ma i numeri del Tribunale speciale, del confino e ora anche dell'internamento nei campi parlano chiaro, e ci sono molte vicende mal note o del tutto sconosciute - accanto a quelle tragiche che già conosciamo - che riguardano, appunto, la deportazione coloniale, i campi di internamento e concentramento della seconda guerra mondiale, in particolare quelli della Jugoslavia occupata. Altri "non luoghi" della memoria del nostro paese, che non sembra ancora volere o essere in grado di fare i conti fino in fondo col fascismo, nonostante le molte giornate della memoria e ora anche, in un crescendo sempre più ideologico, "del ricordo", e pur col gran parlare che si fa di fascismo anche nei giornali quotidiani, ma generalmente per assolverlo o edulcorarlo.

Così, nessuno ha ancora raccontato, ad esempio - con la spietata precisione e il raro equilibrio degli Uomini comuni di Christopher Browning - le molte storie degli "italiani comuni" (questurini, carabinieri, camicie nere, spie ecc.) e della loro complicità o corresponsabilità con i nazisti negli arresti e nelle deportazioni del 1943-45: conosciamo i numeri, le responsabilità generiche e i nomi delle vittime, soprattutto grazie al Libro della memoria di Liliana Picciotto; ma non conosciamo ancora, se non per racconti personali o memorie, le storie di vita e di morte di quel periodo.

Anche il volume di Capogreco si arresta ora ai prodromi della guerra civile, ma ha comunque molto da dire e da rivelare o semplicemente da ricordare su confino, deportazione, internamento (l'indicazione cronologica e tematica del sottotitolo ci pare quindi riduttiva; e peccato manchi un indice dei luoghi). Propone infatti in un denso saggio una ricostruzione complessiva che copre in effetti tutto il periodo tra la fine degli anni venti (dall'istituzione del confino nel 1926) e il 1945, e soprattutto una dettagliata ricognizione - una vera e propria mappatura - dei campi di internamento civile nei primi tre anni della guerra, offrendo di ciascuno una breve storia, informazioni sul numero di prigionieri e le loro condizioni, indicazioni sulle fonti archivistiche e bibliografiche disponibili. In molti casi si tratta di luoghi che l'autore ha scoperto o riscoperto per primo, intervistando testimoni e recandosi personalmente dove oggi non resta che un prato, una discarica o sorge un supermercato - e tutto intorno nessuno ricorda o ha mai saputo.

In quasi un ventennio di lavoro, Capogreco - anche grazie alla sua posizione privilegiata di presidente della Fodazione Ferramonti (il campo calabrese creato dal regime nel 1940 soprattutto per ebrei stranieri profughi) - ha raccolto testimonianze di vittime e testimoni, ha cercato e trovato riscontri archivistici, ha rintracciato fotografie, ha passato al vaglio e messo assieme una vastissima bibliografia di contributi minuti e generalmente sconosciuti ai più su singole vicende apparentemente marginali dell'internamento, restituendoci alla fine un ampio quadro, indiscutibile sul piano documentario e ormai imprescindibile anche, ci pare, per una valutazione e un giudizio storico complessivo sul fascismo italiano e la sua natura: oltre la polemica strumentale, e certamente oltre e contro il buonismo e le rivalutazioni che vanno oggi per la maggiore sulla scena politica o nelle terze pagine dei giornali.

La politica concentrazionaria del fascismo ebbe una svolta radicale allo scoppio della seconda guerra mondiale con l'istituzione (prevista già da una legge del 1936) di campi di internamento per categorie di prigionieri considerati "pericolosi" dal regime; poi con l'internamento degli ebrei stranieri; infine con la creazione di un sistema, che Capogreco definisce "parallelo", di campi di internamento gestiti prevalentemente dalle autorità militari nei territori occupati dall'Italia, soprattutto in Jugoslavia. Qui, nel 1942, il generale Roatta avviò una dura repressione della popolazione che si opponeva all'occupazione italiana, con l'internamento di migliaia di civili, tenuti prigionieri in condizioni estreme e talora giustiziati per rappresaglia. Anche in Italia erano stati nel frattempo creati dei campi per "slavi" e "allogeni": vi moriranno per fame e malattia centinaia di persone. Fin dal 1930, del resto, l'Italia aveva condotto una politica di repressione violenta e di internamento concentrazionario prima in Libia poi in Etiopia, come hanno documentato per primi Giorgio Rochat e Angelo Del Boca, mostrando che l'Italia fascista scrisse alcune delle pagine più efferate e sanguinose della storia del colonialismo europeo di cui si ha ancora scarsa coscienza sia da noi che all'estero.

Con I campi del duce Carlo Spartaco Capogreco ha dunque ricostruito vicende tragiche della storia d'Italia, troppo a lungo sottaciute e su cui ci auguriamo si rifletta e si discuta pubblicamente, soprattutto da parte di quanti, specialmente sui giornali e in televisione, conducono quotidianamente un selvaggio uso pubblico della storia. Questo libro rende infatti un servizio importante alla memoria, e speriamo anche alla coscienza collettiva, del nostro paese.

S. Levis Sullam è dottorando in storia contemporanea all'Università di Venezia