Centuria. Cento piccoli romanzi fiume

Giorgio Manganelli

Curatore: P. Italia
Editore: Adelphi
Edizione: 4
Anno edizione: 1995
Pagine: 316 p.
  • EAN: 9788845911521
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    Luca Losito

    22/04/2005 17:56:13

    Per uno strano atteggiamento vorrei che certi libri fossero stati scritti solo per me. E' un po' come la prima volta che ognuno di noi ha letto "Il Piccolo Principe", "Siddharta" o "Il gabbiano Jonathan Livingstone": ci sembra che quelle parole siano scritte apposta per noi. Giorgio Manganelli, già amico di Italo Calvino (che oltre a scrivere la prefazione a CENTURIA ne promuoverà la distribuzione oltre i confini nazionali), compone cento romanzi lunghi poco più di una pagina. Nella nuova edizione Adelphi la centuria conta trenta piccoli romanzi in più, prove di scrittura che Manganelli non volle aggiungere alla vecchia edizione. L'obiezione che mi viene spesso fatta è: come fanno ad essere romanzi se sono di un'unica pagina? Provate a leggerne tre di seguito (io stesso dopo anni di esercizio non vado oltre il trittico) e avrete tanto da pensare che vi sembrerà di aver letto tre libri interi da duecento pagine ciascuno. Per attori, pensatori, filosofi o semplicemente gente che non ha tempo. Manganelli è il vero autore postmoderno che resisterà oltre i millenni. Oltre 300 pagine di parole pesate, neologismi illuminanti e verità celate, ma forse neanche tanto! Un autentico dono e un continuo sorprendersi ad ogni riga, per se stessi e gli altri... Consiglio di leggere anche altri testi di Manganelli, non certo di facile lettura, ma sicuramente una scoperta ad ogni pagina: autentiche sacre scritture a metà tra il misticismo, la magia, e la pratica quotidiana di far fronte a tutto ciò che ci circonda.

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scheda di Roat, F., L'Indice 1996, n. 2

Di Manganelli, a distanza di sedici anni dalla prima pubblicazione, Adelphi ripropone Centuria, composto originariamente da "cento romanzi fiume" dell'ampiezza d'una pagina, a cui nell'odierna edizione sono state affiancate "altre centurie", trentun pezzi, undici dei quali inediti e venti già comparsi nel 1980 sulla rivista "Caffè" -, nonché sette racconti che l'autore aveva scartato. Il volume è arricchito altresì da un'introduzione a firma di Calvino e dal breve risvolto di copertina dell'edizione del 1979, scritto dallo stesso Manganelli.
Come sottolinea nella sua nota al testo Paola Italia - curatrice del volume - questa nuova stampa mira a esaudire il desiderio espresso dall'autore di dar seguito alla prima Centuria con una seconda. In ogni caso la scelta editoriale, riferita a un'opera che certo si colloca fra gli esperimenti linguistici più notevoli dello scrittore, ci sembra costituire un contributo interessante per chi intenda addentrarsi in una "vasta ed amena biblioteca", concepita da un funambolico prosatore, capace di inanellare un centinaio di arditi ilaro-tragici meccanismi narrativi in una collana di perle letterarie, contraddistinta da equilibrio strutturale, scansione ritmica di scrittura e coerenza interna davvero mirabili, pur nell'apparente eterogeneità e caleidoscopia dell'invenzione fabulistica.
Sorta di almanacco antropologico inteso a segnalare - non già a decifrare - gli ambigui geroglifici dei comportamenti umani, "Centuria" si può anche leggere come il catalogo di un eccentrico museo di caratteri, il cui comune denominatore è espresso da un antivitalismo costantemente sospeso sul baratro dell'inazione. Si dispiega una cosmologia fantastica che descrive bizzarri universi narrativi, dove con artificio, retorica e "menzogna" letteraria si cerca di esorcizzare la dolorosa consapevolezza dell'esistenziale parabola "discenditiva" verso il nulla. Così ancora una volta le prose brevi di "Centuria" riassumono e ribadiscono l'antiteologia di Manganelli, intesa a denunciare il non senso di un mondo a cui lo scrittore non vuole attribuire significato alcuno, astenendosi da ogni interpretazione che non sia quella del puro gioco, della finzione appunto, che illustra l'enigmaticità della vita con figurazioni stranianti, le quali rimandano semmai a una catarsi prudentemente scettica e assai poco consolatoria nel suo porsi come allegoria dell'impossibilità di esprimere parole iscritte in un codice di con-senso.
Ma sono forse le "centurie" ulteriori e i racconti scartati a esporsi con più sofferta franchezza nel dire senza troppi paludamenti, barocchismi o difese, il dolore di un vivere nei confronti del quale non sia dato esperire obiettivi, scopi o ragioni. E nelle carceri arcane e inaccessibili che ritornano con insistenza in tali racconti; nelle città debitamente labirintiche e abitate da innumerevoli solitudini; nel sottolineare una claustrofilia fabbricata a difesa dell'angoscia esistenziale, sembra di poter cogliere sprazzi d'una empatia per l'umanità dolente, tutta implicita e discreta, a cui Manganelli tra le righe accenna con timida, ma insistita complicità.