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Jared Diamond

Curatore: L. Civalleri
Traduttore: F. Leardini
Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 2005
Pagine: 566 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788806176389
Non c'è illusione più tremenda di questa che viviamo noi occidentali benestanti in quella parte minoritaria del mondo che definiamo più avanzata e più sviluppata. Qui, nei nostri rifugi, sembra che le risorse e l'energia del pianeta possano durare molto a lungo, se non per sempre; qui da noi non ci si preoccupa affatto di sprecare energia, acqua, cibo o merci, perché tanto ce ne saranno in abbondanza anche domani. Dalle nostre parti si pensa - quando ci sentiamo proprio munifici - che il nostro livello di vita potrà essere comodamente esportato anche dove altri esseri umani stanno morendo letteralmente di sete o di fame. Che è solo una questione di tempo, di tecnologie innovative, di progresso scientifico e culturale, al limite, di buona volontà, ma che, prima o poi, il tenore di vita medio aumenterà nei paesi in via di sviluppo e che non ci saranno conseguenze per l'ambiente o per le società del pianeta. Questa illusione è frutto di un tragico errore di prospettiva, le cui ragioni sono scandagliate a fondo da Jared Diamond in un libro immancabile che suscita continue domande, ma che ha il pregio di fornire anche alcune risposte.
Dopo essere stati investiti dagli ambientalisti scettici - che ci mancavano allo stesso modo degli atei devoti - e dovendo ogni giorno combattere una battaglia estenuante contro i luoghi comuni e l'ignoranza nel campo della storia naturale, Collasso pone una pietra miliare che non potrà essere ignorata. Diamond ci costringe a pensare che il mondo di oggi è il nostro polder e che è minacciato seriamente dalla distruzione degli habitat naturali attraverso la deforestazione, la distruzione delle barriere coralline e l'eliminazione delle zone umide (ma non erano da glorificare le bonifiche?). Che stiamo rapidamente esaurendo le risorse materiali ed energetiche perché ci siamo sempre comportati come se fossero infinite e che non sappiamo gestire bene neanche quelle rinnovabili, a partire da quelle ittiche, per non parlare delle foreste e dell'acqua. Che distruggiamo la biodiversità del pianeta a un ritmo impressionante e che ci giustifichiamo paragonando l'insetto al fondamentale ruolo che invece avrebbe l'essere umano: quante volte si rimprovera di scegliere il panda piuttosto che il bambino, senza comprendere che tutte le specie naturali selvatiche - anche quelle apparentemente inutili (aggettivo di cui mi sfugge il significato) - forniscono servizi impossibili da ottenere per altra via. Che perdiamo suolo utile ignorando che per formarne qualche centimetro ci vogliono secoli o che inquiniamo le acque e rubiamo tutta l'energia che il sole mette a disposizione per la fotosintesi. Che l'inquinamento industriale fa soprattutto male a noi e che la terra continuerà a vivere egregiamente anche dopo che l'ultimo essere umano sarà morto avvelenato. Che provochiamo un cambiamento climatico magari non dissimile da quelli del passato, però a una velocità insopportabile per il pianeta. Che la popolazione umana aumenta senza limiti, ma che soprattutto cresce continuamente il nostro impatto sull'ambiente e che ciò è dovuto essenzialmente all'aumento degli standard di vita nel Terzo Mondo.
È un'illusione che nessuno vuole disvelare: questo pianeta non può garantire a tutta la popolazione umana gli stessi livelli di benessere delle nazioni più avanzate, per il semplice fatto che la terra hanno smesso di crearla da un bel po'. Basterebbe che i cinesi raggiungessero gli standard di vita statunitensi per raddoppiare l'impatto ambientale degli umani, ma oggi stesso, non domani. Come a dire che da noi possiamo permetterci due automobili a testa solo perché altri venti individui vanno in bicicletta, che possiamo consumare bistecche solo perché altri muoiono di fame e che - in definitiva - respiriamo bene perché qualcun altro boccheggia. Diamond sostiene che la crescita dell'uomo moderno non è più tollerabile, con buona pace della famosa espressione ossimorica "sviluppo sostenibile": se questo equivale al consumo non ci sarà alcuno sviluppo sostenibile e tutte le bombe a orologeria prima menzionate esploderanno. Ma - si sente dire - le preoccupazioni ambientali sarebbero un lusso, dimenticando che, in realtà, un ambiente danneggiato costa già enormi somme di denaro, molto maggiori di quelle che occorrono per prendersene cura. Oppure che la tecnologia risolverà i nostri problemi, quando da sempre ne produce molti di più di quelli che non risolve: per quale ragione da domani dovrebbe funzionare meglio?
È che continuiamo a giudicare il nostro benessere dall'ammontare del conto in banca, tralasciando di rendere conto delle spese, e dimenticando la lezione delle antiche civiltà declinate improvvisamente al loro apogeo. In più si rimproverano gli ambientalisti di fare allarmismo, come se si dovesse abolire il corpo dei vigili del fuoco solo perché quell'anno non si sono verificati incendi o perché alcune chiamate si sono rivelate falsi allarmi. Oppure ai paesi del Terzo Mondo di non fare abbastanza in termini di salvaguardia ambientale, come se i gravi problemi ecologici del pianeta non avessero un nome e un cognome ben precisi. Scrive alla fine Diamond: "Ridurre il nostro stile di vita spontaneamente è inverosimile, ma è nello stesso tempo la soluzione meno irrealistica fra tutte le altre che prevedono la nostra sopravvivenza". Non più sviluppo, ma decrescita sostenibile, insomma, che solo a nominarla qualsiasi economista viene preso da orticaria.
Il riesame delle civiltà del passato e dei tanti casi di collasso imprevisto - insieme ai pochi casi di successo - permette a Diamond una prospettiva temporale profonda e ricca, dai Maya al futuro, stendendo il medesimo lunghissimo filo del rapporto malsano di Homo sapiens con il mondo naturale, non trascurando i fattori economici, sociali e psicologici, ma riconducendo al rapporto con il sistema terra l'origine vera dei mali dell'umanità. Qual è in fondo la vera differenza fra gli animali non umani e noi? La domanda non viene posta esplicitamente in Collasso , ma traspare da tutte le righe del libro, tanto che viene il dubbio se la risposta sia stata data per scontata o volutamente sottaciuta. Che nessuna società animale ha mai fatto - in quattro miliardi e mezzo di anni, si sia trattato di batteri o dinosauri - del profitto la propria ragione di esistenza. In natura non esiste capitalismo, e le popolazioni animali che si mettono in contrasto con il pianeta non vengono premiate dall'ambiente e trovano un freno nei vincoli naturali. In natura non c'è altro che selezione naturale e sopravvivenza del più adatto - che ci piaccia o no - e tutti hanno coscienza o istinto del limite delle risorse: non c'è accumulo in natura, se non per la stretta necessità stagionale. L'illusione che noi umani potremmo sfuggire a questa legge è solo la più pericolosa che possiamo coltivare.

Mario Tozzi

Docente di fisiologia e di geografia all'università della California, Jared Diamond è un ornitologo che osserva la storia passata e recente dell'umanità con una visione che unisce, sulla scia di Darwin, l'osservazione dei comportamenti degli animali alle riflessioni sulle società umane. Già con Armi, acciaio e malattie, che gli valse il Pulitzer nel 1998 e un clamoroso successo di vendite, Diamond ha infranto la storica separazione tra la cultura umanistica e quella scientifica. Lì analizzava fenomeni diversi fra loro come l'addomesticamento del cavallo, la selezione del mais o l'evolversi delle infezioni. In questa sua nuova opera, Collasso, l'esploratore di specie rare di uccelli, che vive in un perenne nomadismo geografico e culturale, si interroga sul perché una società ricca e potente scompaia. Studia i rischi dell'"ecocidio" e di quei fattori che hanno portato all'estinzione di tante specie animali e vegetali e di antiche società.
Dalle costruzioni dei Maya sommerse dalla giungla, alle gigantesche figure dell'Isola di Pasqua, fino alla ben più recente estinzione dei norvegesi in Groenlandia nel 1450, Collasso tratta i meccanismi che condussero le società umane di piccole o grandi dimensioni, ad auto-distruggersi, a crollare, per i danni ambientali e per il sovrappopolamento. Fra gli esempi analizzati dallo studioso, viene privilegiato il caso del Montana, una società rissosa e isolata nel nord-ovest degli States, una zona culturalmente disagiata e disseminata di miniere d'oro. Ma nella lettura di Diamond c'è spazio anche per la fine dell'impero romano, o per lo studio di società che si sono impoverite nel giro di un secolo come il Ruanda, o Haiti (seppur confinante con la Repubblica Dominicana).
La parte più originale del libro resta quella sulle cause fisiche e sociali che hanno determinato la scomparsa di intere popolazioni. Per Diamond vanno ricercate nello sfruttamento eccessivo dell'ambiente e nel ruolo delle popolazioni nemiche e bellicose che risiedevano nelle zone circostanti (visione decisamente darwiniana). Vi è poi l'analisi di un fattore spesso trascurato, ovvero la rottura di un equilibrio sociale, i cambiamenti nelle regole istituzionali di una popolazione che dovrebbero evitarne l'estinzione. La novità del registro stilistico di Diamond è che fonde dati classici dell'archeologia e dati meno noti della paleo-botanica e riesce, ad esempio, a ricostruire dai pollini pietrificati l'andamento delle comunità forestali via via devastate nel tempo.
Etologo, ecologista, figura cult della generazione che sfila nelle piazze convinta che "un altro mondo è possibile", Diamond racconta una fiaba dal finale incerto, dove i cattivi sono anche le onde lunghe e rapide dei collassi economici e dei rischi sanitari, e punta il dito sul solipsismo delle caste che decidono per tutti gli altri, come quei sovrani Maya rinserrati nelle loro regge che non si accorgevano dell'erosione del suolo perché non avevano modo di affacciarsi da una molto plebea finestra. Una riuscita galleria di ecocidi, monito per un'umanità ogni giorno più informata, ma forse per questo anche miope e immemore delle sciagure sociali del passato.

Recensioni dei clienti

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    oltreden

    19/08/2015 11.56.16

    Illegibile. L'autore, nonostante l'argomento interessante, i numerosi dati forniti e le idee proposte, argomenta in maniera noiosa e ripetitiva. Il risultato è un tomo di oltre 500 pagine dove in ogni capitolo si ripete numerose volte lo stesso concetto, stancando il lettore e rendendo illegibile il testo che, con un'opportuna sintesi, poteva essere ridotto a non più di 200 pagine.

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    Stenella

    08/06/2007 21.27.57

    08/06/2007 Ho trovato questo libro molto interessante, per il coraggio nello scrivere chiaramente di temi che andrebbero detti e ribattuti tutti i giorni, al contrario di quanto ci viene propinato al telegiornale... A cosa serve continuare a ripetere che il riscaldamento globale incombe, quando poi non si fa praticamente nulla di veramente concreto per rimediare... Illuminante, da leggere. Non vedo l'ora di procurarmi anche "Armi, acciaio, malattie".

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    alberto71

    19/02/2007 09.10.31

    concordo con Federico. Io ho "divorato" armi, acciaio e malattie" e ho ricavato da quel libro idee e nozioni che proprio non avevo. da "collasso" non saprei che trarre. ho trovato troppo lunga e noiosa la prima parte su chi non c'è piu'.....troppo veloce, senza idee o riflessioni degne di nota e non scontate la parte centrale su chi c'è ancora (si salva un po' la australia e un po la cina). L'ultima parte poi mi è sembrata un po' alla "vogliamoci bene, che ce la facciamo....forse". nelle ultime 100 pagine non ho trovato una sola idea notevole (...e pensare che il nostro Mario Capanna - quello di DP - non lo considerano....eppure leggete il suo ultimo libro...almeno li' c'è un entusiasmo notevole). 24 euro che si potrebbero spendere meglio. si riesce comunque a leggere, ma alla fine la domanda resta: "cui prodest?"

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    Alberto

    13/12/2006 12.43.17

    E' vero, non è bello e originale come Armi, acciaio e malattie, ma anche in Collapse Diamond conferma di sapere rendere una materia semisconosciuta al grande pubblico (eppure così importante) incredibilmente interessante e a tratti drammatica. In più, quello che adoro dei libri di Diamond è la loro informatività, il sapere portare il lettore attraverso luoghi, tempi e situazioni che lasciano traccia nella memoria. Anche divagare infondo è un'arte. Ovvio che anche l'importanza dell'argomento, il futuro dell'umanità, aiuta a rendere il libro appassionante. Una pecca: poco approfondito il tema del ruolo della politica e dei meccanismi democratici nella deriva dell'uomo verso l'esaurimento delle risorse.

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    Marilena

    21/11/2006 23.46.33

    Ho trovato questo molto interessante, ben scritto e didattico, affascinante e accattivante. Mi e' piaciuto e ho imparato molto. Lo consiglio vivamente.

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    zeb

    12/10/2006 17.50.07

    nulla a confronto di armi acciaio e malattie. Poteva ridurre le pagine di un bel 150/200 in meno. d'accordo con federico. Le sue tesi non sono nuove ed e' troppo lungo e ripetitivo. Leggeremo com'e' quello sul sesso.

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    Tommaso G.

    13/03/2006 20.20.49

    Libro bellissimo. Da consigliare. Da leggere. Cosa pensò l'uomo che tagliò l'ultimo albero dell'isola di Pasqua? Pensò che forse a breve avrebbero scoperto una nuovo foresta sull'isola? Che forse gli inventori avrebbero trovato un modo di fare a meno degli alberi? Cosa penserà l'uomo che userà l'ultimo litro di benzina? Le immagini vivide di avventimenti passati e recenti fanno vivere nella mente del lettore le storie di uomini e donne che furono loro malgrado attori di collassi di civiltà. E fanno capire che è un po' come guardarsi allo specchio. Due pregi: - la viva comprensione del concetto di sostenibilità ambientale, tramite appunto questo approccio storico, comparativo e orientato ai soggetti; - la forza della speranza nella razionalità umana, che però abbisogna di molto lavoro per realizzarsi compiutamente; e soprattutto di consapevolezza.

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    Gianni

    31/01/2006 16.48.35

    Libro bello e terribile. Peccato il prezzo alto, sarebbe da stamparlo in economicissimo e distribuirlo nelle scuole. Analisi di come attraverso un mix distruttivo l'uomo cerca l'autoannientamento.

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    Federico

    29/01/2006 16.08.13

    Ciò detto, devo dire che questo libro non mi è piaciuto molto: la prima parte è decisamente noiosa (a chi può importare di quello che accade in Montana?); la seconda può servire agli scettici che credono che si possa andare avanti a sfruttare il pianeta in questo modo, ma per chi è convinto del contrario risulta piuttosto tediosa; la terza è invece interessante perché spiega in modo convincente i problemi di quattro Paesi contemporanei; anche l'ultima può servire solo ai non ambientalisti e non offre alcuna visione particolarmente innovativa. Inoltre, l'intero libro avrebbe bisogno di un buon revisore: è molto ripetitivo sia all'interno dei capitoli che nel suo complesso, e molti aneddoti sono del tutto inutili; alcuni capoversi andrebbero del tutto eliminati, così come (forse) l'intero primo capitolo; nella seconda parte, a meno che si sia profondamente scettici sulle tesi dell'autore, di ciascun capitolo basta leggere il primo e l'ultimo capoverso, se non si è particolarmente interessati alle vicende dei popoli in questione. In definitiva, si tratta di un libro con poche tesi e nemmeno particolarmente innovative o illuminanti, anche se esposte in modo talmente stringente che nessuno dopo averlo letto potrà ignorare del tutto i problemi ecologici del nostro pianeta. Come se non bastasse, il formato del libro è piuttosto voluminoso, probabilmente solo per contenere le numerose foto centrali, del tutto inutili ai fini della comprensione del libro: il tutto solo per alzare il prezzo a 24€, tantissimo per un libro in brossura. Infine, la traduzione non è molto curata.

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    Federico

    29/01/2006 16.07.05

    L'autore, attraverso 13 capitoli, analizza il collasso avvenuto, scampato o possibile di società passate o contemporanee, confrontandole sulla base di vari tipi di elementi di rischio (danni al territorio - il principale -; cambiamenti climatici; popoli nemici e amici; risposta delle società ai propri problemi). Nel primo capitolo (prima parte) offre un esempio contemporaneo (il Montana) di conflitti sulla gestione del territorio. Nei seguenti otto (seconda parte) analizza altrettanti casi di società collassate o quasi (Pasqua; Pitcairn e Henderson; indigeni dell'America settentrionale; maya; vichinghi; Groenlandia) sulla base dei fattori esposti all'inizio, e analizzando le differenze fra chi ce la fece e chi fallì dimostra che tutti potevano in teoria risolvere i propri problemi, ma non seppero farlo. Nei seguenti quattro capitoli (terza parte) analizza altrettanti casi contemporanei (Haiti e Repubblica Dominicana; Cina; Australia; Ruanda) di società sull'orlo del collasso a causa di tutti i motivi analizzati in precedenza, dimostrando che ciò che accadde in passato vale anche adesso, e che corriamo anche noi (quantomeno) gli stessi rischi dei popoli passati. Tutto ciò è una preparazione per gli ultimi tre capitoli (100 pagine)(quarta parte), dove basandosi sulle esperienze passate analizzate nelle parti seconda e terza tira le somme degli errori da non commettere (e che adesso siamo in grado di evitare); dimostra che anche noi stiamo correndo dei gravi rischi (rispondendo a delle comuni obiezioni anti-ambientaliste) e anche (con degli esempi) che molti danni all'ambiente si possono evitare con vantaggio di tutti (anche delle aziende), a patto che l'opinione pubblica si mobiliti e operi le necessarie pressioni, e che quindi ci sono ancora delle significative speranze.

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