Com'è piccolo il mondo!

Martin Suter

Traduttore: C. De Marchi
Editore: Feltrinelli
Collana: I canguri
Anno edizione: 1999
Pagine: 272 p.
  • EAN: 9788807701153
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scheda di Mazza, D. L'Indice del 1999, n. 10

"Com'è piccolo il mondo!" esclama accattivante Konrad Lang, malato di Alzheimer, quando la sua memoria lo pianta in asso. Un modo di dire, una scappatoia innocente che proietta l'ombra della metafora su questo libro, nel quale non si sa se a prevalere sia la trama gialla o la descrizione del caso clinico, e che proprio nella loro fusione supera l'una e l'altra. Piccola la Svizzera, dove si svolge questa vicenda; piccolo il mondo snob e gretto della ricchissima famiglia Koch, stirpe di industriali solidificatasi durante e dopo la guerra con accorte speculazioni sotto la ferrea guida dell'ormai quasi novantenne Elvira; piccolo il mondo delle passioni, degli egoismi, delle speranze.

L'incendio che distrugge villa Koch a Corfù, dove il sessantenne Konrad Lang vive, con il compito di badare alla proprietà, è il primo segno della malattia. Le piccole dimenticanze si moltiplicano, trovare la via di casa diventa un'impresa, l'appartamento stesso diviene poi un luogo sconosciuto e labirintico, i contorni dei volti noti si sfocano e all'amore sbocciato in tarda età va a sovrapporsi l'immagine dell'amore di gioventù. La descrizione dei sintomi e di come la memoria scappi all'indietro risvegliando i ricordi più antichi e cancellando tragicamente quelli più recenti, ma devastando anche la vita quotidiana, i suoi gesti più semplici, i suoi volti più noti, occupa molte pagine di questo libro, ma lo fa con sguardo mai greve e, soprattutto, senza appiattire sulla malattia la figura, piena e corposa, del protagonista.

Figlio illegittimo, Konrad Lang viene allevato come cugino povero accanto a Thomas Koch, e assorbe così le maniere e le abitudini dell'alta società senza però avere a disposizione il patrimonio necessario per fare di quelle il segnale distintivo di un'appartenenza di casta. Costretto dalla sua condizione di beneficiato a rinunciare sistematicamente a se stesso, Konrad ne sarebbe stato, secondo il brutale giudizio del figlio di Thomas, ampiamente indennizzato: "Non ha mai mosso un dito per tutta la vita". Anche la sua passione più intensa, il pianoforte, naufraga di fronte a una strana incapacità di muovere le mani, pur così abili, in modo indipendente l'una dall'altra.

Com'è piccolo il mondo affronta il tema della memoria osservandone la disgregazione, e avanza lieve, a tratti divertente, malgrado la gravità del morbo, verso la storia di un uomo che è più della storia della sua malattia. Il romanzo d'esordio di Martin Suter, a lungo attivo in campo pubblicitario e come sceneggiatore, si rifà a tanti precedenti illustri che hanno usato la malattia come leva per scalzare la crosta indurita dell'apparenza. Anche l'intrigo quasi giallo (frequente nelle recensioni il richiamo a Dürrenmatt) innescato dai salti imprevedibili della memoria di Konrad Lang, è in questo senso funzionale. Ma a ogni epoca, la sua malattia: il morbo di Alzheimer ben mette a nudo le pieghe nascoste di una società basata sul formalismo e sul tacito consenso, chiusa a riccio sui propri privilegi, sui propri segreti e pronta a neutralizzare ogni deviazione in cliniche efficienti e moderne. O, meglio, a ogni epoca, le sue malattie: perché la rimozione del passato e dei sentimenti sfocia spesso nella depressione, altra piaga attuale, colta qui nella figura della giovane moglie del rampollo di famiglia, che cerca di sfuggire alla sua prigione dorata dedicandosi al vecchio Konrad.

Se dalla precisione dei dati clinici e comportamentali traspare l'esperienza personale dell'autore, il cui padre è morto di Alzheimer, il romanzo è ben lontano dall'indulgere al sentimentalismo, e l'avanzare del morbo si tramuta in un processo di rinascita. L'ottimismo terapeutico del finale e quelle sue mani finalmente in grado di agire separatamente sulla tastiera sono il segno di questa riconquista di sé, un successo paradossalmente ottenuto grazie la malattia e non contro di essa. D'altronde i ritmi della malattia e della memoria sono anche i ritmi della narrazione: nel racconto serrato ed essenziale del presente si inseriscono con frequenza crescente le immagini del passato incalzate dal ricordo.

Le forze antagoniste che si fronteggiano in questa storia sono l'egoismo di chi programma una memoria di facciata e il ricordo come linguaggio arcano, fondato nelle radici della personalità. A incarnare questa contrapposizione si fronteggiano due grandi personaggi femminili: la granitica Elvira Koch, da una parte, e l'infermiera orientale che accudisce amorevolmente il malato comunicando con lui a forza di coccole, mandorle al miele e "uno strano guazzabuglio di tamil, singalese e inglese".

Donatella Mazza