Con la morte nel cuore

Gianni Biondillo

Editore: TEA
Collana: Teadue
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
In commercio dal: 22 febbraio 2007
Pagine: 443 p., Brossura
  • EAN: 9788850212897
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Recensioni dei clienti

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    archipic

    31/08/2016 12:53:39

    Più che discreto questo secondo episodio delle indagini di Ferraro. Soffre un po nella parte centrale per un brusco rilassamento del ritmo narrativo, ma per il resto rimane una piacevole lettura. Migliora la caratterizzazione del protagonista che fa presupporre un suo miglio sviluppo nei romanzi successivi.

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    archipic

    31/08/2016 12:52:18

    Più che discreto questo secondo episodio delle indagini di Ferraro. Soffre un po nella parte centrale per un brusco rilassamento del ritmo narrativo, ma per il resto rimane una piacevole lettura. Migliora la caratterizzazione del protagonista che fa presupporre un suo miglio sviluppo nei romanzi successivi.

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    Daniele B.

    17/05/2015 14:10:14

    Secondo estratto dalla serie del Commissario Ferraro che è a mio avviso tra i più belli della serie se non il più bello, non per niente risulta anche premiato anche con il Premio letterario Franco Fedeli e altri riconoscimenti.

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    ago

    07/03/2015 11:41:10

    La prossima volta, l'autore - oltre alle consulenze in campo medico, linguistico e giuridico cui lo stesso Biondillo accenna nella nota finale - dovrebbe chiederne una anche di tipo "investigativo". Sì, perché un romanzo che sarebbe molto bello - dai personaggi costruiti benissimo (non solo il protagonista Ferraro) alla descrizione della città di Milano - perde tantissimo quando si tratta di... ottenere dati bancari, numeri telefonici chiamati o notizie da polizie straniere. La narrazione è infarcita di troppi e facili deus ex machina lontanissimi dalla realtà, in cui non basta cliccare il tasto di un computer per sapere dove sono stati prelevati dei soldi! Anche il finale ricorda (negativamente) un telefilm statunitense con l'eroe solitario di turno che tenta il gesto eroico e la cavalleria che arriva a salvarlo all'ultimo momento. Buona lettura di distrazione, che poteva essere molto di più.

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    Chiara

    03/12/2013 11:49:44

    L'ispettore Michele Ferraro sembra, a prima vista, un "medioman": un quarantenne divorziato costretto a far i conti con il frigo vuoto, con una laurea nel cassetto, con la solitudine non certo da numero primo, ma da persona fin troppo comune, a metà fra due universi spesso in conflitto. Cresciuto a Quarto Oggiaro, quartiere popolare alla periferia di Milano, fra contrabbandieri e svitati, si ritrova - per scelte d'emergenza - a dover spesso trasportare in caserma i suoi amici di infanzia. Lui, che si definisce inventore dell'happy hour per aver saccheggiato il buffet di uno dei locali del centro, è un poliziotto che si nutre di una propria, personalissima idea di giustizia e non si tira indietro quando si tratta di danneggiare irrimediabilmente la jeep di un figlio di papà responsabile di aver dato fuoco al giaciglio di un barbone. Nonostante una routine fatta di caffè alle macchinette con il collega Comaschi, di dentiere scippate e risse fra immigrati, si troverà ad indagare su una presunta faida di mafia destinata ad inaugurare una nuova stagione della malavita italiana. Grande attenzione all'ambiente, descritto in modo assolutamente realistico. Lo stereotipo universale si fonde con la particolarità dell'ambientazione. Biondillo è anche molto bravo a descrivere i sentimenti degli oggetti: si prova una sorta di empatia anche per la sveglia che decide di suicidarsi dopo anni e anni di scarpate sulla testa, e per la macchinetta del caffè che si impegna al massimo per elargire una buona bevanda al suo adorato ispettore Ferraro! Insomma: 500 pagine scorrono fra le dita senza nemmeno accorgersene, un romanzo che consiglio a tutti.

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    Emiliano

    02/11/2013 10:26:45

    Non entra in simbiosi con la propria città e con i personaggi di fatto non discostandosi dal genere 'poliziesco' e, dunque, senza avere la dignità di un noir. Vero che Milano non avrà mai il fascino di Marsiglia o di Genova (Izzo e Morchio lo testimoniano) e questo non lo aiuta,ma se penso a Scerbanenco e la 'sua' Milano si poteva certo fare di più. La trama non è avvincente e in alcuni passaggi molto forzata. Lo ritengo un romanzo da 2 stelle, aggiungo una stella perché è scritto veramente molto bene e questo lo rende quasi piacevole.

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    Lucia

    03/10/2013 09:11:18

    Non leggo molti autori italiani e devo dire che anche questo libro mi ha delusa davvero tanto. A cominciare dalla serie infinita di parolacce volgari e utili a cosa? Mah. La storia in sè potrebbe essere anche scorrevole, ma l'ho trovata grigia e con un finale stentato. Assolutante non consigliato

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    Francesco Cutrì

    30/08/2012 14:09:48

    Quarto Oggiaro , quartiere popolare di Milano , è il vero protagonista di questo romanzo , con le sue storie d'emarginazione , di degrado , di malavita . Filo conduttore è l'ispettore Michele Ferraro , uomo solo e dal cuore colmo di nostalgie e rimpianti . Il libro è, si, un giallo nel quale,però,si incastrano altre storie di grande umanità . Un buon libro che si legge con piacere .

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    ROBIRO

    09/07/2012 14:17:05

    Romanzo leggero e di facile lettura in grado di suscitare una naturale simpatia verso il commissario Ferraro e la sua finta approsimazione nel fare le cose. Utile per rilassarsi!!!

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    andreab

    14/12/2009 10:06:48

    Nel genere "giallo all'italiana" che negli ultimi anni ha fatto conoscere molti nuovi autori, questo libro di Biondillo, secondo romanzo con protagonista il buon Ferraro (dopo il debutto ne "per cosa si uccide") raggiunge il vertice del gradimento. Rispetto al già interessante debutto, qui Biondillo si perfeziona e si migliora, regalando una storia coerente, piena e anche sufficientemente intrigante. Un libro difficile da mollare. Rispetto al debutto l'autore conferma la bravura nello sviluppare una scrittura ricca di verve e ironia ma mai banale, così come sempre riuscito è lo sguardo con cui abbraccia Milano e i suoi tic; non mancano, da bravo architetto, brevi cenni sulla storia di una città che cambia così in fretta da scordare il proprio passato. Si aggiunge però una capacità di approfondire la dimensione umana dei personaggi e soprattutto l'abilità nell'articolare una trama finalmente complessa, che vede nel finale incastrarsi tra loro tutti i pezzi sparsi nel corso del libro. Rimane un romanzo giallo all'italiana (ovverosia un libro in cui il valore è dato sia dall'intreccio narrativo che dai personaggi e dallo sfondo metropolitano), ma qui più che in altri autori anche la parte propriamente "gialla" soddisfa appieno.

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    andreab

    09/12/2009 14:53:19

    Nel genere "giallo all'italiana" che negli ultimi anni ha fatto conoscere molti nuovi autori, questo libro di Biondillo, secondo romanzo con protagonista il buon Ferrero (dopo il debutto ne "per cosa si uccide") raggiunge il vertice del gradimento. Rispetto al già interessante debutto, qui Biondillo si perfeziona e si migliora, regalando una storia coerente, piena e anche sufficientemente intrigante. Un libro difficile da mollare. Rispetto al debutto l'autore conferma la bravura nello sviluppare una scrittura ricca di verve e ironia ma mai banale, così come sempre riuscito è lo sguardo con cui abbraccia Milano e i suoi tic; non mancano, da bravo architetto, brevi cenni sulla storia di una città che cambia così in fretta da scordare il proprio passato. Si aggiunge però una capacità di approfondire la dimensione umana dei personaggi e soprattutto l'abilità nell'articolare una trama finalmente complessa, che vede nel finale incastrarsi tra loro tutti i pezzi sparsi nel corso del libro. Rimane un romanzo giallo all'italiana (ovverosia un libro in cui il valore è dato sia dall'intreccio narrativo che dai personaggi e dallo sfondo metropolitano), ma qui più che in altri autori anche la parte propriamente "gialla" soddisfa appieno.

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    lalli

    28/10/2008 08:43:02

    TROVO BIONDILLO UNO SCRITTORE MOLTO INTERESSANTE E (NONOSTANTE SIA UN ARCHITETTO COME ME) ANCHE SIMPATICO...MAGARI NON E' UN GIALLISTA DI PRIMORDINE MA IL SUO MODO DI DESCRIVERE LA CITTA CHE SCORRE DIETRO IL ROMANZO E' ESEMPLARE

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    HULK

    05/11/2007 10:51:55

    Ecco il motivo per cui il nostro paese, non possiesde da anni un cinema popolare, una narrativa popolare 'Intelligenti'. L'esordio poteva anche andare, ma siamo alle solite, il pulotto sfigato, una Milano di maniera, personaggi di maniera. Vicino a dstretto di polizia, piuttosto che a NYPD. Torna all'architettura

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    Sandro

    28/09/2007 12:56:55

    Penso che tutti i divoratori di libri qualche volta pensano di poter essere anche buoni scrittori. Dopo aver letto questo romanzo , comincerò a scrivere anch'io.Le remore mi hanno finalmente abbandonato.Sicuramente verrò pubblicato Banale!

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    Davide D.

    05/03/2007 15:56:26

    Bello, leggero e scorrevole, con qualche digressione un po' troppo lievitata (come quella sull'aperitivo a Milano) ma che si supera velocemente. Un telefilm. Consigliato soprattutto dopo che si è usciti provati dalla lettura di un mattone che si è voluto finire a tutti i costi.

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    erika

    25/11/2006 18:10:28

    è un libro molto piacevole...lo consiglio a tutti..

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    Cinzia

    19/10/2006 17:52:44

    ... in un periodo della mia vita personale che sto vivendo "con la morte nel cuore", la lettura di questo libro mi ha permesso di ri-sorridere... e di evadere per qualche ora dai miei pensieri tristi, tristi, tristi! Ho trovato il libro bello, avvincente e pieno di scorci di vita comune. La voglia di arrivare all'ultima pagina era tanta, e purtroppo oggi l'ultima pagina é arrivata.... e adesso? Sigh!... Corro a comprare gli altri libri di Gianni Biondillo! Un grazie sincero a Gianni perché il suo modo di scrivere e il suo romanzo mi hanno tenuto una grande compagnia in questo momento "particolare" della mia vita.

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    Francesca

    29/08/2006 11:46:10

    Un libro molto molto piacevole, la trama complicata da molti intrecci e personaggi sa sbrogliarsi arricchita anche dal grande senso dell'umorismo che caratterizza l'autore. Forse qualche pagina in meno avrebbe reso il tutto ancora più scorrevole. Consigliato a tutti gli amanti del giallo e del mistero.

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    Benedetta

    23/05/2006 18:20:04

    Biondillo ha stile: sa divertire, analizzare, convincere. E' un abilissimo macchiettista, dotato di non comune verve comica. Eppure, il libro non mi ha soddisfatto a pieno: troppe storie che si intersecano senza fondersi, troppa superficialità nell'affrontare questioni scottanti come la criminalità internazione. Cento pagine di meno, come diceva Marsala Florio, e il risultato sarebbe stato migliore. Per me, abruzzese, poi, il dialetto strettissimo di Baffo è incomprensibile.

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    Luca

    03/02/2006 20:15:13

    Libro davvero divertente,oltre ad essere un buon giallo.La forza del racconto peroò sta nei personaggi,in particolare nel protagonista, l'ispettore Ferraro.Esilaranti i dialogi tra Ferraro e Lanza o le battute di Comaschi

Vedi tutte le 59 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione


“Il suo probabile relatore di tesi lo odiava, Zeni lo aveva incastrato per benino, in commissariato ridevano di lui, De Matteis gli passava casi da neurodeliri, la sua ex moglie lo umiliava e lui stesso aveva una paura fottuta di non riuscire neppure a fare il primo degli esami necessari per raggiungere la laurea. Cosa mancava? Iniziò a piovere, grandine.”

Aveva deciso di dimettersi, di lasciare il commissariato di Quarto Oggiaro, e di riprendere a studiare. Ma Michele Ferraro, chiodo o ciòd per gli amici, non ha fatto i conti con il vicequestore Zeni e la sua mente machiavellica. Quindi, poche storie, che studi pure, che dia esami, ma di dimissioni neanche a parlarne. Ed ecco allora il commissario “con la patente di quartoggiarese” ancora alle prese con la varia umanità di uno dei quartieri più malfamati (e malconosciuti) di Milano: un quartiere che il protagonista – e l’autore – vive, cerca di comprendere; un quartiere nel quale è nato, cresciuto, ha fatto amicizie, ha trovato l’amore, lo ha perso; un quartiere nel quale esiste una socialità, una sua etica, talvolta distorta, talvolta molto più sana di quella che appartiene a certi giovani della Milano bene.

Ma il quartiere è solo “l’interno” nel quale si svolge questa rappresentazione. “L’esterno” è – come nel romanzo d’esordio Per cosa si uccide – l’intera città di Milano: la Stazione Centrale, le zone circostanti popolate di slavi, cingalesi, senegalesi, il silenzio della basilica di Sant’Ambrogio, la folla vociante dell’happy hour, le aree industriali dismesse, abbandonate dai milanesi e dominate da bande di extracomunitari… Vie, palazzi, case che danno corpo e interpretano la mentalità di chi li ha costruiti e di chi ora li vive.

Non fraintendete: la trama, noir, c’è ed è di tutto rispetto, tra tentati stupri, omicidi, pire sacrificali, pareggiamenti di conti, colpi di scena. E sta al lettore scoprirla passo passo e gustarla appieno. Ma è innegabile che la vera forza di questo libro stia nei personaggi: a partire dal protagonista, il commissario Ferraro, un po’ sfigato, un po’ imbranato, alle prese con assistenti universitari vendicativi, una ex moglie sempre perfetta, una figlia cui propone solo pizza, poliziotte che la prolungata astinenza sessuale (di Ferraro) trasforma in sensuali ammaliatrici… e poi i colleghi, già presenti nel romanzo precedente: dallo “sbirro d’avanspettacolo”, Comaschi, cui il Signore ha donato tutto il senso dell’umorismo sottratto al povero Lanza, geniale e surreale insieme, fino a De Matteis, “forte con i deboli, debole con i forti”. E poi le tante persone incontrate, umanissime nelle loro contraddizioni: barboni dal passato glorioso, giovani leoni che si trasformano in timidoni appena fuori dal quartiere, vecchiette cui hanno rubato la dentiera, ex mafiosi, professori preoccupati per i “loro ragazzi”.

Bella la storia, belli i personaggi, e bella la scrittura. Una prosa varia, che sa essere elaborata, allusiva, ammiccante (da Dante a Leopardi, da Elio e le storie tese a Vasco…), o secca, pungente, caustica, e soprattutto autoironica. Una scrittura che scorre, che appassiona, che diverte. Per capire, arrivate alla scena tragico-comico-epica del tiro alla fune: riuscite a immaginarvi (senza ridere) quei sedentari papà milanesi impegnati in una lotta all’ultimo sangue per primeggiare di fronte a pargoletti ed ex mogli?

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

I
Prima di tutto

Lo scambio termico fra l'imboccatura metallica della pistola e la tempia sudata di Lanza aveva ormai raggiunto, per il noto principio termodinamico, un punto di equilibrio tale da permettere al malcapitato di evitare pensieri oziosi sull'argomento, offrendogli così l'opportunità di concentrarsi con più rigore sull'imminente stato entropico che avrebbe raggiunto da lì a poco.
In effetti il suo pensiero si era perduto su questioni risibili quali l'alta conducibilità termica del metallo, la composizione chimica delle polveri da sparo, il traffico illegale di armi nel bacino mediterraneo, proprio mentre l'assassino gli passava la canna della pistola sul volto per poi piazzargliela senza indugi sulla tempia che pulsava all'impazzata. Ma ora non aveva senso pensare a queste cose, non c'era proporzione, non era il caso di perdersi in simili quisquilie, non c'era più tempo. La canna aveva raggiunto la temperatura corporea dell'ispettore capo del commissariato di Polizia di Quarto Oggiaro abbastanza in fretta, nonostante avesse sparato poco prima.
Ora toccava a lui.
È evidente che in condizioni diverse sarebbe fuggito a gambe levate. Ma un'altra nota legge, quella dell'impenetrabilità dei corpi, non gli permetteva, come avrebbe voluto, di attraversare i lacci che lo legavano alla sedia come un salame di stagione e di fuggire all'improvviso, lasciando lì pure i vestiti e le scarpe, proprio come nei cartoni animati.
Stava morendo. E gli dava un particolare fastidio. Per la precisione si cagava sotto, ma non sono cose da dirsi di un uomo ormai prossimo alla fine.
Cercò di ripristinare il dialogo interrotto con il suo interlocutore, così, tanto per provarci ancora una volta, ma sapeva che non c'erano speranze. Quello che c'era da dire era stato detto, le carte erano state tutte giocate, era ora di saldare i debiti e lasciare il tavolo da gioco.
Il killer alzò il cane della pistola senza enfasi, non tanto per prolungargli l'agonia ma come un'abitudine che si prende da bambini e che ti porti dietro fino in tarda età.
Lanza cercò di pensare a qualcosa di bello, quasi a voler morire con un pensiero positivo nella testa, in una sorta di estrema resistenza passiva dell'intelligenza nei confronti dell'assurdità dell'accadimento in atto. Gli frullarono per la testa, come in un vortice, il volto di sua moglie, gli origami, la tavola sinottica degli elementi, la cassata siciliana, i numeri primi, il gol di Maradona contro l'Inghilterra al mondiale, i fotoni, il Giudizio Universale nella controfacciata della cattedrale di Torcello, il canto delle megattere, poi ancora sua moglie. Ansimava rumorosamente, era completamente immerso nel suo sudore, il cuore pompava ad un ritmo forsennato, stava per vomitare da un momento all'altro. Non era un bello spettacolo a vedersi.
Poi l'uomo in piedi impresse la forza necessaria al grilletto affinchè il cane ruotasse sulla cerniera per innescare il sistema a percussione tipico delle armi da fuoco.
Un rigo di sangue sporcò le labbra di Lanza mentre la sua testa si accasciava sul petto.
L'artificiere fece un passo indietro bestemmiando parole incomprensibili. Poi si girò verso il suo compare, stupefatto.
«Cazzo. Questo si è pisciato sotto. Che schifo! »
L'altro rise, come se gli avessero appena raccontato una barzelletta. C'era sangue dappertutto, e l'uomo con la pistola sembrava furibondo all'idea di pestare con le sue scarpe il lago patetico che si era formato sotto la sedia di Lanza. Neppure toccasse a lui fare le pulizie di primavera.
Gli assassini sono persone imprevedibili.