Cosa Nostra Social Club. Mafia, malavita e musica in Italia - Goffredo Plastino - copertina

Cosa Nostra Social Club. Mafia, malavita e musica in Italia

Goffredo Plastino

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Editore: Il Saggiatore
Collana: La cultura
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 13 febbraio 2014
Pagine: 193 p., Brossura
  • EAN: 9788842815211
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Gaia la libraia

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"I neomelodici sono il cancro di Napoli." "I canti di malavita calabresi sono musicalmente insignificanti e vanno ben oltre l'apologia di reato." Fin dagli anni novanta studiosi, giornalisti, politici, magistrati, scrittori e moralizzatori dichiarano che le canzoni "criminali" intonate in Campania e Calabria sono in grado di influenzare negativamente chi le ascolta, soprattutto i giovani, e quindi da bandire e dimenticare. In Italia, dunque, esisterebbe un'educazione musicale alla mafia impartita attraverso melodie e testi che, descrivendo comportamenti violenti, giustificano o determinano la violenza: un automatismo ancora indimostrato. Nonostante la censura culturale alimentata dai media, però, quelle ballate continuano a essere ascoltate. La trilogia dedicata alla Musica della mafia ha rappresentato un fenomeno discografico rilevante sia in Italia sia all'estero; autori e interpreti come Mimmo Siclari e Tommy Riccio vantano un nutrito seguito di fan irriducibili. Che si tratti di CD venduti nei vicoli o di video su YouTube, di neomelodici o di canzoni di carcere, la musica "criminale" intercetta una porzione di pubblico tutt'altro che trascurabile. Goffredo Plastino esamina le rappresentazioni della violenza individuale e del crimine organizzato nel canto popolare, nell'opera e nella popular music, riflettendo sul panico morale che circonda quei repertori musicali respinti come inaccettabili e sulla condanna che colpisce chi li esegue.
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Nel 1997, un giornalista musicale tedesco e un fotografo italiano fanno un viaggio in Calabria per raccontare il fenomeno delle canzoni di malavita e il relativo, diffuso e floridissimo commercio in musicassetta. Il risultato è un reportage pubblicato da “Der Spiegel”, che a sua volta stimola un’etichetta discografica belga, la Pias, a pubblicare tre antologie discografiche dedicate all’argomento. La prima, intitolata Il canto di malavita. La musica della mafia, esce sul mercato internazionale nel 2000, e in pochi anni vende complessivamente 150.000 copie, trasformandosi inevitabilmente in un piccolo caso in virtù delle polemiche che avvolgono l’operazione. La presentazione di questa raccolta di criminal songs è delegata nel libretto del cd a una introduzione firmata dall’etnomusicologo Plastino. Non stupisce, quindi, che proprio l’analisi del contenuto e degli effetti provocati da Il canto di malavita e dalle successive due antologie della Pias occupino gran parte della trattazione di Cosa Nostra Social Club. Tralasciando il titolo ammiccante (il riferimento è al celebre film di Wim Wenders, Buena Vista Social Club, dedicato a un gruppo di anziani musicisti cubani) e volutamente fuorviante (nel libro si parla raramente della mafia siciliana, il focus è sulla ’ndrangheta e in misura minore sulla camorra napoletana), il volume di Plastino è interessante per diversi motivi. Soprattutto ha il merito di affrontare la questione facendo piazza pulita di cliché e superficialità giornalistiche, che purtroppo nel loro insieme hanno impedito un’analisi seria di un fenomeno rubricato semplicemente a spazzatura socialmente pericolosa (in Italia) oppure esaltato in modo altrettanto peregrino e radical-chic utilizzando tutti gli stereotipi possibili sul mafioso e sul fascino romantico del fuorilegge (all’estero).
Con la solidità argomentativa dell’accademico abituato a confrontare le fonti, l’autore parte dalle radici della storia, che affondano nel primo Novecento e nelle ballate popolari sui briganti, in particolare il leggendario Musolino. Dopo aver velocemente accennato alla rappresentazione edulcorata e in alcuni casi inautentica dei canti della mala (i dischi “a tema” di Ornella Vanoni e Claudio Villa), Plastino pone la distinzione che dovrebbe fare da architrave a ogni ragionamento sulla faccenda: quella tra i canti della mafia e i canti sulla mafia. Una dicotomia già individuata da Leonardo Sciascia, nella recensione a un prezioso studio di Antonino Uccello su Carcere e mafia nei canti popolari siciliani su cui Plastino si sofferma. L’eterna domanda che incrocia morale ed estetica: rappresentare i riti, le abitudini e le gesta di un ambiente criminale significa per ciò stesso essere parte di quell’ambiente? La risposta in teoria dovrebbe essere “no”, ma nel caso dei neomelodici napoletani e delle canzoni della (o sulla) ’ndrangheta calabrese i confini della questione sfumano in una inquietante zona grigia. È qui che il saggio arranca e si rinchiude nei confini di una metodologia espositiva dai forti limiti: Plastino ha infatti buon gioco nello smascherare i pregiudizi e la visione generica di giornalisti, politici e commentatori (da Saviano in giù) che hanno stigmatizzato l’operazione della Pias e che vengono con impietosa precisione scrutinati dall’autore. Ma è un modo di procedere tutto per negazione, e i legami (reali o ipotetici) tra la mafia e la musica che ne racconta crimini e costumi rimangono in definitiva inesplorati. Un peccato: se il moralismo preconcetto è poco utile, anche la neutralità avalutativa rischia di sembrare benevola.
 
Carlo Bordone
 
 
Note legali