Diari di un partigiano ebreo, gennaio 1940-febbraio 1944 - Menachem E. Artom - copertina

Diari di un partigiano ebreo, gennaio 1940-febbraio 1944

Menachem E. Artom

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Curatore: G. Schwarz
Anno edizione: 2008
In commercio dal: 22 maggio 2008
Pagine: XVIII-229 p., Brossura
  • EAN: 9788833918556
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Diari di un partigiano ebreo, gennaio 1940-febbraio 1944

Menachem E. Artom

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Gaia la libraia

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I diari di Emanuele Artom sono composti di due parti distinte. La prima concerne il periodo che va dal gennaio 1940 al settembre 1943, ed è fonte di notizie sulla vita culturale torinese di quegli anni, sullo sviluppo della persecuzione razziale, sugli effetti materiali e psicologici dei bombardamenti alleati sulla popolazione, sui processi sociali che prendono l'avvio tra la caduta di Mussolini e l'inizio dell'occupazione tedesca. La seconda parte, dal novembre 1943 al 23 febbraio 1944, riguarda invece l'esperienza partigiana di Artom e offre una rappresentazione immediata e priva di retorica della vita delle bande, delle dinamiche sociali interne, dei contrasti politici e personali, delle tensioni tra popolazioni locali e combattenti. La cronaca degli eventi che segnano la vita dei partigiani è in primo piano, ma compaiono anche dense riflessioni sull'etica dei resistenti, sulle implicazioni politiche e morali delle scelte che essi dovettero compiere per affrontare le sfide del momento. Dalle annotazioni del diario risulta evidente come per Artom il senso della lotta non stesse tanto nello scontro armato, quanto nella possibilità di delineare una socialità e una moralità diverse, di trovare una linea di demarcazione di tipo etico che distinguesse fascisti e antifascisti.
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    franco contaretti

    03/02/2009 21:57:09

    Un libro davvero interessante per chi voglia conoscere la Resistenza attraverso il vissuto diaristico di un partigiano proveniente dal mondo ebraico torinese. Emanuele Artom è un giovane e promettente intellettuale, collaboratore della casa editrice Einaudi fin dagli anni 30, quando si trova ad affrontare il periodo della segregazione razziale, successivo al 1938. Continua i suoi studi in un crescente isolamento e nell'estate del 43 decide di slancio di intraprendere la vita, incerta e pericolosa, del partigiano fra Barge e Torre Pellice. Qui vive una intensa esperienza, alla scoperta di mondi lontanissimi dal suo: la politica fra comunisti e azionisti, fra i quali decide di militare; le radicali differenze sociali e la difficoltà di convivere con giovani provenienti dalle classi più povere; la miseria e l'incertezza del vivere quotidiano; la violenza delle azioni belliche, tanto lontana da lui quanto necessaria al drammatico momento; il dolore per la forzata separazione dalla famiglia. E' un duro e travagliato apprendistato, che tuttavia lo apre al mondo e gli fa scoprire in sè stesso nuove qualità politiche, morali, organizzative. Apprezzato da tutti i compagni per il suo equilibrio e la sua generosità, purtroppo viene arrestato dopo un'imboscata. Duramente e ripetutamente torturato, morirà a 29 anni, il 7 aprile del 44, venendo poi sepolto in un luogo ancora ignoto. Il diario è toccante, vivo, incalzante, scritto e poi non più rimaneggiato per la morte di Emanuele: un documento unico. Molto interessante e ricca anche il successivo Ritratto, scritto dal curatore Guri Schwarz, che si addentra con molta attenzione e ricchezza di particolari nel mondo ebraico torinese, fra e due guerre, individuandone motivi e ideali. Un libro da leggere e consigliare.

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    Claudio

    02/08/2008 19:00:01

    Documento a mio parere eccezionale: il diario riprende due periodi distinti. Il primo riguarda i primi anni di guerra visti da un esponente della media borghesia ebraica torinese (i genitori entrambi insegnanti, un fratello più giovane morto in montagna e lui laureato in lettere e storia). il secondo riguarda l'esperienza in montagna fino al febbraio del '44. Il mese dopo Artom verrà fatto prigioniero e ucciso dai fascisti Artom anticipa nel suo diario l'esperienza del Partito d'Azione e legge con grande lungimiranza il futuro dell'Italia.

"Chi è stanco di essere di sinistra (parecchi decenni tormentati) o ebreo (un paio di millenni idem) o entrambe le cose (che Dio ci scampi) qui troverà se non altro il conforto di un'intelligenza lucidissima che ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome". A scrivere così, nel 1985, era Cesare Cases. Parlava di Pierre Vidal Naquet, ma la frase ritorna alla mente leggendo questi diari, finalmente usciti in edizione critica, con un imponente apparato di note. Le recensioni che hanno salutato l'uscita di questo libro si sono soprattutto fermate sui lati privati e amorosi, come se, nell'Italia dei casi D'Addario o Marrazzo, aprire un nuovo fronte della ricerca storiografica dedicata alla vita sessuale dei partigiani GL sia una priorità così impellente. Artom ci esorta invece a ritornare alla più classica storiografia politica, dimenticando la storiografia oggi in voga della corporeità: si segnalano queste pagine per l'analisi spregiudicata che si fa del fascismo, per la modernità con cui l'autore si interroga sull'identità ebraica e sul suo rapporto con la politica. Infine, fa riflettere la lucidità con cui è descritta la vita partigiana, senza orpelli, quasi presagendo i disastri che causerà, nel dopoguerra, la mitografia resistenziale: "Può essere che in futuro questo mio spregiudicato e pessimistico diario possa fare cattiva impressione: si dirà che io, arrampicandomi per la montagna mi fermavo a osservare sterpi e sassi – i brutti episodi son numerosi – e non guardavo la vetta e il paesaggio. Errore, errore. Se non vedessi la vetta e il paesaggio non farei la dura salita; ma per timor di retorica preferisco tacere gli alti ideali". Se avessimo preso alla lettera queste poche righe, si sarebbe del tutto svuotato il caso Pansa.
Alberto Cavaglion
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