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Educazione siberiana - Nicolai Lilin - copertina
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Educazione siberiana
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Educazione siberiana - Nicolai Lilin - copertina
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Descrizione

Cosa significa nascere, crescere, diventare adulti in una terra di nessuno, in un posto che pare fuori dal mondo? Pochi forse hanno sentito nominare la Transnistria, regione dell'ex Urss autoproclamatasi indipendente nel 1990 ma non riconosciuta da nessuno Stato. In Transnistria, ai tempi di questa storia, la criminalità era talmente diffusa che un anno di servizio in polizia ne valeva cinque, proprio come in guerra. Nel quartiere Fiume Basso si viveva seguendo la tradizione siberiana e i ragazzi si facevano le ossa scontrandosi con gli "sbirri" o i minorenni delle altre bande. Lanciando molotov contro il distretto di polizia, magari: "Quando le vedevo attraversare il muro e sentivo le piccole esplosioni seguite dalle grida degli sbirri e dai primi segni di fumo nero che come fantastici draghi si alzavano in aria, mi veniva da piangere tanto ero felice". La scuola della strada voleva che presto dal coltello si passasse alla pistola. "Eravamo abituati a parlare di galera come altri ragazzini parlano del servizio militare o di cosa faranno da grandi". Ma l'apprendistato del male e del bene, per la comunità siberiana, è complesso, perché si tratta d'imparare a essere un ossimoro, cioè un "criminale onesto". Con uno stile intenso ed espressivo, anche in virtù di una buona ma non perfetta padronanza dell'italiano, a tratti spiazzante, con una sua dimensione etica, oppure decisamente comico, Nicolai Lilin racconta un mondo incredibile, tragico, dove la ferocia e l'altruismo convivono con naturalezza.
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Dettagli

2009
3 aprile 2009
343 p., Rilegato
9788806195526

Valutazioni e recensioni

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Recensioni: 3/5
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domenico
Recensioni: 2/5

L'autore sa scrivere bene ma il libro è stato abbondantemente sopravvalutato. E' un romanzo e non serve andare su internet a cercare conferme per accorgersi fin dalle prime pagine che non ha nulla di autobiografico, gli episodi di malavita e riformatorio sono stati probabilmente tratti da racconti di suoi conoscenti di fronte a qualche bottiglia di vodka. Il romanzo è praticamente senza trama ma pur sempre avvincente, a metà tra I ragazzi della via Pal e Limonov. Quello che trovo vergognoso è piuttosto la continua mitizzazione della educazione criminale siberiana. Nel crimine non c'è mai nulla di eroico e l'onore non è parola adeguata per descrivere la vita dei criminali. Ma scrivere di "sotterranei" in questi tempi malati paga, evidentemente.

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Giuliano
Recensioni: 3/5

Non conoscevo per niente Lilin. Questo è il mio primo libro. Approfondendo sul suo conto, sono venuto a sapere delle molte contraddizioni che ha suscitato, in particolare quelle sulla veridicità del suo passato. Ora, se è vero che sicuramente il libro offre una visione inevitabilmente romanzata dei fatti, dall'altra parte mi sembra completamente assurdo credere che Nicolai sia un contaballe seriale. Inoltre non posseggo(come molti altri) gli strumenti per giudicarlo sul piano delle vicissitudini personali. Si tratta della sua parola contro (eventualmente) la nostra... e nient'altro. Quindi preferisco dare un giudizio sul libro in sé. Ecco, se dovessi dire cosa mi ha deluso, non avrei dubbi: la scrittura, troppo didascalica, troppo simile alla formula saggistica. Cosa che alla lunga mi ha stancato. Gli argomenti erano appassionanti, ma talvolta privi di mordente. Il 3 va per i contenuti e l'idea dietro a questo libro che, al netto di tutti, me l'hanno fatto apprezzare lo stesso

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And the Oscar goes to ....
Recensioni: 3/5

Uno dei rari casi dove il film supera il libro (un altro è Il Padrino di Mario Puzo) ma comunque un buon libro.

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Recensioni

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Voce della critica

Educazione siberiana è una narrazione di tipo etnico-antropologico in cui, in forma di racconto, si espongono usi, costumi, tradizioni e linguaggio di una comunità. La comunità è quella di ex siberiani criminali, deportati (ai tempi di Stalin) e poi radicati in Transnistria ai confini (o dentro) la Moldavia, una comunità nata appunto da deportazioni sovietiche di fuorilegge e poi cresciuta come un'enclave all'interno di quell'enclave che è, rispetto alla Moldavia, appunto la Transnistria, l'oltre Dnister o Nistro (sulla cui riva orientale sorge questa regione, secessionista dalla Moldavia). Da un racconto all'altro, con il collante di un narratore che ricorda, dal crudele fronte ceceno dove è stato spedito dai russi, un recentissimo passato, si snoda una sequenza di personaggi e di situazioni che illustrano gergo e codice morale di questa singolare comunità. La comunità criminale svolge la sua illegale e spesso violenta attività rispettando la religione, i bambini, i disabili, le donne e gli animali ed escludendo solo poliziotti, banchieri e rivali. Questa comunità ha sviluppato un suo codice d'onore e un suo linguaggio, di cui persino complessi tatuaggi sono manifestazione. Passando da un racconto all'altro, con una tecnica molto antica e popolare di narrazioni a incastro, il libro presenta il complicato rituale con cui le armi condividono la vita e la stessa religione degli umani, i deboli vengono difesi, il cibo e la casa condivisi. Una specie di onesto microcosmo (le storie vanno dai tempi di Stalin agli anni novanta) popolato da criminali all'antica, tanto rispettosi delle loro leggi quanto indifferenti a quelle degli stati e delle società, violenti ma a loro modo giusti e timorosi di Dio e delle (loro) autorità. Una comunità sul punto di estinguersi, minacciata dalla nuova criminalità senza regole e morale, che infatti la spazzerà via prima e meglio di qualsiasi esercito regolare.
Il libro è classificato, con il solito trucchetto editoriale (quando non si sa che etichetta dare a un testo in prosa e si vuol dargli la più commerciabile), "romanzo", ma è un romanzo come lo è il Decameron, cioè non lo è, è una sequenza di racconti, il cui tema a volte è un fatto, una storia tramandata dalla comunità criminale (e in tal senso è legittimo parlare di vera e propria narrazione), a volte semplicemente l'illustrazione di un rituale, di una figura della complessa gerarchia, di linguaggi e tradizioni (e in questo senso si tratta di una saggistica antropologica, alla Levy Strauss, i cui tratti narrativi sono comunque ovviamente piuttosto forti e sempre inevitabili).
Se le narrazioni illustrative di usi e costumi (molta attenzione al linguaggio) sono a volte noiose e lente, quelle di eventi (la caccia e lo spietato castigo dei violentatori di una bambina autistica, la sequenza impressionante di lotte e risse il giorno del compleanno del narratore, episodi della vita nei durissimi carceri russi) sono spesso avvincenti e piene di ritmo. La procedura a incastro è in parte presentata come una tipica deriva popolaresca di un discorso che passa disordinatamente da un tema all'altro e in parte si rivela per quel che soprattutto è, un metodo calcolato per coprire un po' tutto il paesaggio sociale della comunità siberiana di Transnistria. Di grande interesse risulta il quadro della società ex sovietica subito dopo la caduta del comunismo, con l'immediata (ma in realtà radicata) estraneità della gente al marxismo di stato, la rapida proliferazione di una cultura antistatale e amorale sulle ceneri di uno statalismo violento e cieco.
Non meno interessante poteva essere osservare l'italiano di questo libro, scritto da uno che vive in Italia da cinque anni (Nicolai Lilin abita a Cuneo e fa tatuaggi), e quindi lingua a dir poco seconda, se non terza o quarta. Purtroppo il piallamento redazionale ha tolto ogni interesse stilistico al testo, che si legge in un italiano medio, abbastanza preciso nei numerosi passaggi metalinguistici di definizione di parole autoctone della comunità, ma incolore e persino politically correct, come quando si chiamano "disabili" gli handicappati teneramente protetti dai premurosi criminali. Per questo non si capisce perché il risvolto di copertina vanti il tasso espressivo di una lingua che invece ne ha pochissimo (mica si penserà che basti un certo numero di fastidiosi "'sto" per "questo", con tanto di apostrofo aferetico, a dare il sapore dell'informale?) e che, forse, è stata persino troppo riveduta. Resta comunque l'importanza di scrittori non italiani che usano un italiano non materno per scrivere racconti o romanzi, come Amilda Ibraimi in Rosso come una sposa (ancora Einaudi) o Amara Lakahous in Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (e/o). Un segno dei tempi, che la lingua della letteratura sta registrando da decenni nelle altre nazioni e che ora comincia ad affacciarsi anche nella nostra.
Vittorio Coletti

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La recensione di IBS

Fin dai tempi degli Zar, gli Urca, una popolazione di briganti delle foreste siberiane, organizzano la propria società in maniera indipendente ed autonoma. Cristiani ortodossi, profondamente legati alle tradizioni della Chiesa ma contrari a ogni autorità civile e religiosa, i siberiani basano la propria economia sul saccheggio dei convogli imperiali che percorrono la loro vasta regione. Si tratta di una comunità criminale con un codice etico e delle tradizioni profondamente radicate, una società chiusa, in cui il denaro e i mezzi materiali non hanno nessuna importanza per il singolo individuo, ma vengono utilizzati per il sostentamento di tutta la comunità. Un microcosmo in cui gli unici oggetti degni di rispetto sono le armi e le icone dei santi; in cui i disabili, i malati di mente, perfino i miopi, vengono chiamati "Voluti da Dio", e vengono protetti anche a costo della vita.
Con l'avvento del regime comunista gli Urca vengono deportati, insieme agli altri criminali, in una delle regioni più povere del sud della Russia, la Transnistria, un lembo di terra schiacciato tra la Moldavia e l'Ucraina. È così che a Bender si ritrovano a convivere le bande criminali più pericolose della nazione. Armeni, ucraini, georgiani, caucasici, cosacchi, si spartiscono i quartieri della città. I siberiani si stabiliscono ai margini della foresta, a Fiume Basso, e da lì, così come avevano fatto in passato contro gli Zar, proseguono nella loro strenua resistenza al governo centrale di Mosca.
Attraverso lo sguardo del giovane Nicolai "Kolima", figlio e nipote di «criminali onesti», entriamo in contatto con un mondo parallelo e sconosciuto, basato su regole e gerarchie nuove e sovversive rispetto a quelle tipiche della società civile. Una controcultura nettamente separata dalla società che la accoglie e che, esattamente come la mafia italiana, segue delle regole proprie tramandate attraverso le generazioni. Kolima è solo un bambino, che impara le regole della sua comunità osservando i grandi, ascoltando le storie che vengono raccontate dagli adulti di ritorno dal carcere.
Ogni frase pronunciata, ogni gesto, ogni tratto dei disegni che i siberiani portano tatuati sul corpo, ha un significato preciso nella simbologia criminale. Segni che solo chi appartiene alla famiglia sa interpretare, regole sacre che vengono infrante solo a costo della vita. Ed è proprio la vita di una manciata di ragazzini ad essere in gioco ad ogni capoverso di questo appassionante romanzo. Si può perdere per poco: per aver rivolto la parola a un poliziotto, per aver preso i soldi da un membro del governo, per aver impugnato un'arma in casa o per non aver rispettato i Santi. In Transnistria, nelle carceri e negli istituti minorili dove la famiglia siberiana estende la propria autorità, se si sbagliano i modi e i tempi di una risposta, si paga con il sangue e con l'umiliazione. In questi posti la giustizia non è quella applicata nei tribunali, anzi, i criminali onesti temono di venire contaminati dalle istituzioni corrotte e prive di etica; in questi posti la giustizia si formalizza nei riti quotidiani, nei racconti, nei simboli.
Un libro che raccoglie le tradizioni, la cultura, il folklore di un popolo criminale ma dignitoso. Una scrittura semplice, chiara, eppure prorompente, capace di sovvertire le regole elementari del senso comune, capace di far riflettere sulla caducità delle strutture sociali, sulla molteplicità delle gerarchie, sul totale relativismo del concetto di giustizia sociale. Un termine mai pronunciato, ma che percorre ogni pagina di questo romanzo, confondendosi, alternandosi con l'ingiustizia somma, la summa iniuria che spesso si cela dietro ogni forma di estremismo.

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Conosci l'autore

Nicolai Lilin

1980, Bender, Transnistria (Repubblica Moldava di Pridniestrovie)

Nicolai Lilin è uno scrittore russo, di origine siberiana, nato nel 1980 a Bender, in Transnistria (stato indipendente riconosciuto oggi come Repubblica Moldava, ma all’epoca facente parte dell’Unione Sovietica). Scrive in lingua italiana. Lilin è il suo pseudonimo, scelto in omaggio alla madre dell’autore, Lilia. In russo infatti Lilin significa “di Lilia”. Il suo vero nome, così come riportato all’anagrafe italiana, è Nicolai Verjbitkii.Nel 2003 si è trasferito in provincia di Cuneo, dove ha fatto il tatuatore, avendo studiato per tanti anni i tatuaggi della tradizione criminale siberiana e imparato le tecniche e i codici complessi che li regolano. Dal 2010 vive e lavora a Milano.Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi...

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