Finale di partita - Samuel Beckett - copertina

Finale di partita

Samuel Beckett

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Editore: Einaudi
Edizione: 2
Pagine: 64 p.
  • EAN: 9788806116880

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Finale di partita

Samuel Beckett

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    Katya Vettorello

    28/09/2018 14:43:46

    Parte in profondità già con il titolo, Samuel Beckett, in questo dramma: il “finale di partita” è infatti l’ultima fase di una partita a scacchi che, a parità di bravura dei partecipanti, è normalmente divisa in tre fasi. Nell’ultima restano pochi pezzi sulla scacchiera e, dell’incontro, si preannuncia la fine. La fine. Già. Come quella che circonda i personaggi del dramma, superstiti in un mondo ormai distrutto da chissà quale catastrofe. Sono Hamm, Clov, Hagg e Nell. Hamm è cieco e non cammina, Clov ci vede e cammina ma non può piegare le gambe, Hagg e Nell le gambe non le hanno proprio e vivono dentro due bidoni della spazzatura. Immagino non per scelta. Scelta che, in ogni caso, pare nessuno di loro abbia. Che cosa vuol dire esistere? Qual è la nostra responsabilità nei confronti di tutto questo? E che cos’è tutto questo? Così arrancano, giorno dopo giorno i protagonisti, ponendosi queste domande, cercando la vita nell’immobilità che li circonda e al contempo ignorandola nella quotidianità che li sostiene. Un dramma carico di quel cinismo, dissacrante ironia, precarietà e introspezione tipici del "teatro dell'assurdo", come fu definito da Martin Esslin. I concetti sono sostenuti dalla scenografia post-apocalittica, minimale e imponente al tempo stesso; i dialoghi sono frammentati, sospesi, gettati in toni gravi e subito resi acuti a catturare l’attenzione del lettore, dello spettatore, per poi trascinarlo nell’intimità del protagonista e restituirlo subito dopo ai suoi pensieri.

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    Claudio

    01/04/2008 21:50:40

    La vera tragedia delle piece di Beckett sta in una possibile separazione della coppia protagonista, ogni singolo personaggio, di questa o di altre opere, non sopravviverebbe senza l'altro, è un dipendenza fondamentale quanto dolorosa. In questo senso "Finale di partita" è l'opera più triste di Beckett, proprio perchè Clov deciderà di abbandonare la casa lascando morire Hamm e anche se stesso. Tutto immerso in uno scenario post-atomico (forse un allusione ai disastri morali della II guerra mondiale) dove la ricostruzione è difficile se non impossibile, forse quel bambino intravisto dalla finestra da Clov può essere simbolo di una salvezza possibile, come l'alberto di "aspettando godot"; certo Beckett, come sempre, non fa nulla per confermare certe ipotesi, si diverte a farle nascere per poi disperderle nella confusione e nell'angoscia dei suoi personaggi. Ho già spiegato, nel commento a "aspettando godot", il motivo che mi spinge a non votare 5\5, in poche parole non voto il massimo perchè non mi ritrovo in questa visione eccessivamente pessimista dell'esistenza.

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    benedetto

    08/11/2005 17:16:52

    Finale di partita è il "paradigma" apodittico della Weltanschaung beckettiana. Lo spazio scenico prestabilito dal drammaturgo entro cui, dall'inizio alla fine della comica tragedia, o, se si preferisce, della tragica commedia, "giocano" (ovverosia recitano) e vivono (muoiono) i personaggi, rappresenta uno stato di coscienza umano innanzi alla cruda realtà di un mondo che ha ormai schiacciato la "naturalità" dell'essere. Finale di partita rappresenta il fanalino di coda di un treno che volge la sua corsa al termine: la corsa della vita. E in questa ultima corsa disperata verso il nulla, ove nulla si vede o si ode perchè nulla c'è o è ancora detto, Beckett pone in discussione il senso della vita e della morte. Un senso che, di fronte ad una guerra mondiale nucleare (come la seconda guerra mondiale), nemmeno i superstiti - Hamm e Clov - sanno più decifrare o riconoscere. Hamm e Clov, due facce di una stessa medaglia: tanto opposti l'uno all'altro, quanto strettamente inscindibili, come il Re della scacchiera che, posto sotto scacco matto dall'avversario, non può che affidare la sua "regale protezione" a quell'unica pedina rimasta (Clov) la cui sopravvivenza virtuale, a sua volta, è strettamente legata alla sorte del Re. Finale di partita è un testo letterario di altissimo pregio, ove la parola, nella sua lapidarietà, viene soppesata abilmente ai fini di comunicare "il necessario incomunicabile". E' un testo di chiarezza sorprendente se letto (e riletto) con la predisposizione di chi vuole veramente ascoltare e non anteporre il proprio giudizio alla comprensione sic et simpliciter dello stesso. Benedetto.

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    Ilary

    18/10/2005 14:55:12

    Chi ha già letto qualche libro di Samuel Beckett, già sa che da lui ci si può aspettare veramente di tutto.. ancora una volta l'autore riesce a disorientare il tuo spirito da lettore, calandoti nel libro come parte attiva della vicenda. E' interessante vedere come Hamm, il protagonista, riesca a "condurre" il gioco di una partita a scacchi persa sin dall'inizio. Infatti sin dall'inizio sa che svolgerà mosse completamente prive di significato, considerato quindi il Re Bianco degli scacchi si trova a "combattere" con Clov, considerato il Re Nero (ossia il servo) il quale con enorme abilità riuscirà ad abbandonare la scacchiera, che fino a quel momento lo aveva imprigionato, decidendo così di vedere il mondo con occhi nuovi. Il povero Re Bianco si trova così solo nel suo mondo pari a zero con i suoi mille pensieri, in cerca di qualcuno che lo possa ascoltare ancora una volta. Forse l'unica mossa sensata nella sua partita è proprio quella di calare il sipario su una vita trascorsa tra incertezze e dispersioni. "In mente nulla solo il desiderio di vivere un identità".

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  • Samuel Beckett Cover

    Scrittore e drammaturgo irlandese. Nato in una famiglia anglo-irlandese, studiò al Trinity College di Dublino. Dopo essersi diplomato, viaggiò a lungo per l’Europa (1928-30). A Parigi conobbe James Joyce, con il quale instaurò una profonda e duratura amicizia. Tornato in patria, tentò la carriera accademica, ma l’abbandonò ben presto per incompatibilità con l’ambiente, dedicandosi infine unicamente all’attività di scrittore. Le sue prime opere furono redatte in inglese: tra esse spicca il romanzo Murphy, scritto nel ’35 ma pubblicato solo tre anni più tardi. Nel 1938 si trasferì definitivamente a Parigi, e dal ’45 adottò il francese come lingua d’elezione. Tra i primi testi redatti... Approfondisci
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