Il generale. Revolution saga

Simon Scarrow

Editore: Newton Compton
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 27/07/2017
Pagine: 604 p., Rilegato
  • EAN: 9788822706249
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    n.d.

    15/10/2017 09:50:20

    vedi commento della battaglia dei due regni

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    n.d.

    14/10/2017 11:10:32

    Ottimo libro

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    Alessandro

    11/09/2017 15:20:48

    Continua la storia del duca di Wellington e Napoleone, stavolta parlando dei loro primi, grandi conflitti Scarrow è come al solito molto abile nel narrare gli eventi in modo abbastanza preciso e allo stesso tempo appassionante Fa anche emergere la profonda differenza tra i due. Anche se ambizioso Arthur è fedele e leale, combatte per il suo Re e la sua nazione. Napoleone invece ha un’ambizione bramosa, incentrata su se stesso La narrazione procede più veloce rispetto a quella del primo, anche se in alcuni tratti si appesantisce, ma mai nei capitoli su Arthur che, specie dopo il suo arrivo in India, mi hanno coinvolto moltissimo Non viene però data l’idea della parte più oscura della Rivoluzione: gli eccidi compiuti dai giacobini, la terribile sorte di Re Luigi XVII, la guerra con il Cristianesimo. E per quale ragione si parla dell’attentato a Napoleone organizzato dai lealisti e non di quello dei giacobini? La figura di Napoleone è troppo buona: era un ambizioso e spietato arrampicatore sociale, compì terribili scempi in Italia, in Egitto e in Siria, sfruttò gli attentati alla sua vita come scusa per sbarazzarsi di molte persone (anche innocenti) Parlando dei suoi “referendum”:1-i Borbone non avevano la sua stessa popolarità solo perché, essendo il potere un loro diritto di nascita, non avevano bisogno di tutta la propaganda che faceva lui 2-Per Napoleone, proprio come per Stalin, non importava chi votava ma chi contava i voti Dire poi che con i lealisti non si può ragionare mi sembra un po’ ipocrita. Non si può dire la stessa cosa dei rivoluzionari? Tanto per la cronaca non tutte le monarchie erano classiste (o lo erano più o meno di altre), la nobiltà europea non era una casta chiusa, combattendo in prima linea un comandante può non avere la visione globale della battaglia e soprattutto tra Napoleone e Alessandro Magno c’è una differenza abissale (il Re macedone non è mai stato sconfitto e non infieriva sui nemici) Ho dato un voto alto grazie ai capitoli di Arthur

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1795, subcontinente indiano. Il sultanato di Mysore è alle strette. Tra infinite macchie di bambù e umidicce mangrovie del Deccan, un giovanissimo lord inglese sta attirando le attenzioni dell’Alto Comando. Per dieci anni avrebbe combattuto le resistenze degli invitti principi Marathi, prima di tornare in Europa a dare il proprio nome a un modello di stivali. I Wellington, dalla comune forma di stivale da giardino, ma in pregiata pelle.  Destino bizzarro per chi sconfisse Napoleone a Waterloo.

1795, Parigi. Le Tuileries sono sotto assedio. I lealisti puntano dritto verso le stanze del cittadino Junot per fargli le feste e rinstaurare, almeno a Parigi, il pio regime borbonico. La follia giacobina è stata soppressa da meno di un anno, ma il malcontento popolare è ancora palpabile. Preti spretati, nobili in vesti stracciate e opportunisti di ogni rango sono uniti in un solo credo: controrivoluzione. Riportare la Francia nelle grazie di Dio è missione prioritaria. Le sacre reliquie di San Dionigi sono state profanate da quegli infami senza Dio che rispondono al nome di giacobini, artisti del trasformismo che si stanno riciclando alla bene e meglio dopo la caduta di Robespierre.

Solo un uomo può salvare la rivoluzione, ma ancora nessuno lo sa. Nemmeno lui lo sa. È gracile, piuttosto basso, e ha dei lunghi capelli che gli arrivano alle spalle e tagliati bruscamente all’altezza della fronte, in un’improbabile frangetta che tuttavia a fine del secolo decimo ottavo furoreggiava tra i cadetti dell’esercito. Viene dalla Corsica e non è nemmeno nato “francese”. Il suo certificato di nascita, se ai tempi ci fosse stato, avrebbe inequivocabilmente indicato “genovese” alla voce nazionalità. Persino il modo in cui padroneggia la lingua è da forestiero. Bestemmia in italiano e non gli riesce proprio di arrotare la erre. Per salvare le apparenze ha tolto una “u” dal cognome per sembrare più francese, ma in fondo anche con “Bonaparte” fare carriera nell’esercito non sarebbe stato facile.

Lord Wellington, il Duca di Ferro, e Napoleone. Un po’ come Cesare e Pompeo, o Churchill e Hitler. Uno scontro tra titani che ha fatto sognare ogni amante di storia. Simon Scarrow ne celebra le gesta giovanili in questo primo capitolo di una tetralogia che sarà il divertissement del 2017. Le vicende dei due scorrono in parallelo, capitolo per capitolo, rimbalzando tra Parigi e India, in un testa a testa che riproduce i prodromi del celebre scontro che si consumerà nel 1815. Pieno zeppo di gustosissime licenze storiche, “Il Generale” non è per chi storcerebbe il naso di fronte a un Napoleone capopopolo che lotta da solo contro venti farabutti nelle strade di Parigi, armato di bastone e insulti naïf. Invece è raccomandabile per chi cerca da un romanzo storico il puro intrattenimento, disinteressandosi della veridicità, quel demone guastafeste da ignorare categoricamente quando ci si avvicina a titoli di questo genere. 

Recensione di Matteo Rucco