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Alessandra Tarquini

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2009
Pagine: 381 p. , Brossura
  • EAN: 9788815128171
Ci vuole coraggio per scrivere un libro sul ruolo svolto da Giovanni Gentile nel fascismo. Significa confrontarsi con una bibliografia immensa, in parte inedita, consultare archivi pubblici e privati, tenere insieme personalità ed esperienze politiche diverse ed entrare nel vivo di una questione che appassiona e divide storici e filosofi, pedagogisti e studiosi di dottrine politiche, autori italiani e stranieri. Alessandra Tarquini ha avuto questo coraggio. Scritto con una prosa chiara e scorrevole, anche quando deve occuparsi di eventi complessi o personaggi minori, il volume si fonda su una documentazione amplissima, edita e inedita. Ha una ricca bibliografia, mai ridondante. Ed è un libro solido su un tema portante del Novecento. Forse avrebbe meritato, nella collocazione in collana, una scelta altrettanto coraggiosa dell'editore.
Viene raccontata la storia del rapporto intercorso fra Gentile e i fascisti dall'ottobre del 1922, quando il filosofo fu nominato ministro dell'Istruzione nel primo governo Mussolini, fino al 1944, quando venne ucciso dai partigiani. E in questo senso il libro è assai dissimile dai saggi pubblicati finora su Gentile e sul suo essere, sul suo non essere, e anche sul suo essere solo in parte fascista; perché l'autrice, capovolgendo la prospettiva, ha ricostruito e discusso, per la prima volta in modo compiuto, le reazioni che l'opera e il pensiero del filosofo suscitarono nel mondo fascista medesimo, fra esponenti del partito e membri del governo, filosofi, storici e giuristi, giovani fascisti e docenti universitari.
Negli anni venti, i più severi antigentiliani furono i fascisti intransigenti, che accusavano Gentile di aver aderito al partito solo nel 1922, quando il capo del governo gli offrì l'opportunità di realizzare la riforma della scuola, mentre a difendere il filosofo vi furono i revisionisti, che lo consideravano un precursore del fascismo, aderivano alla sua interpretazione della storia d'Italia, vedevano nella teoria dello stato etico il presupposto filosofico dell'ideologia fascista. Anche questi ultimi credevano di esprimere lo spirito del fascismo e certo non pensavano di essere meno fascisti degli intransigenti. Ma fascisti, sostiene la Tarquini, erano anche Gentile e i gentiliani, "persuasi di poter contribuire a diffondere una nuova cultura e preoccupati che il Pnf li considerasse come un gruppo di tecnici impegnati esclusivamente nella riforma della scuola". Per questo motivo, dopo il delitto Matteotti, essi non solo non presero le distanze dal regime, ma cercarono di differenziare la propria azione politica da quella dei revisionisti, dichiarandosi pronti a combattere contro le richieste di normalizzazione provenienti dai moderati. Proprio allora Gentile fu riconosciuto da molti come l'ideologo del fascismo, anche perché, oltre al sostegno di diversi uomini del partito con cui era in ottimi rapporti, ebbe quello decisivo di Mussolini.
Negli anni trenta la volontà di fascistizzare la scuola italiana occupò le pagine della stampa e delle aule parlamentari; in entrambe le sedi gli antigentiliani accusarono Gentile di aver ostacolato la creazione di una scuola veramente fascista. Per questa ragione, secondo l'autrice, la crisi dell'egemonia del filosofo nella cultura fascista non dipese dal Concordato, come sostengono molti, né dall'attivismo dei cattolici antigentiliani, ma da quello degli stessi fascisti, che "contestarono la sua riforma e la modificarono anno dopo anno, ministro dopo ministro". E infatti, nel nuovo decennio, gli antigentiliani più convinti furono i giovani, gli intellettuali e gli uomini del partito. I giovani "erano cresciuti nell'universo ideologico creato dal regime e per questo sentivano di rappresentare meglio di altri lo spirito rivoluzionario del fascismo"; sostenevano che la loro generazione fosse l'unica ad aver assimilato fino in fondo la cultura politica del regime e rivendicavano uno spazio maggiore per proseguire l'opera di costruzione del nuovo ordine politico.
Anche molti dei teorici che contribuirono alla definizione della dottrina del fascismo, della sua cultura politica e dei suoi valori, ragionarono e operarono in un senso assai diverso da quello indicato da Gentile. "Alcuni erano antigentiliani fin dall'inizio del secolo, come Francesco Orestano e Giorgio Del Vecchio, altri lo divennero negli anni trenta, come Carlo Costamagna e Julius Evola". Altri ancora finirono antigentiliani pur essendosi formati all'attualismo di Gentile, come Ugo Spirito e Armando Carlini. Furono intellettuali molto diversi, che spesso entrarono in contrasto gli uni con gli altri. Nonostante ciò, tutti questi autori furono d'accordo nel ritenere che la filosofia di Gentile non potesse rappresentare il riferimento teorico dell'ideologia del fascismo e che, anzi, come sostenevano i giovani rivoluzionari, il fascismo non aveva affatto bisogno di una filosofia che lo legittimasse, e men che meno di un vecchio arnese come la filosofia idealistica, non più egemone, ma ristretta ormai soltanto a un'esigua minoranza degli intellettuali italiani.
E infine il partito fascista. Dal 1922 fino al 1944 fu il principale avversario di Gentile e, soprattutto negli anni trenta, considerò il filosofo "un intellettuale estraneo alla politica rivoluzionaria e un pericolo per il processo di fascistizzazione della società e dello stato". Da parte sua, Gentile ribadì spesso che lo scopo del fascismo doveva essere quello di creare un'Italia fascista e che il Pnf avrebbe dovuto sciogliersi all'interno delle strutture dello stato per collaborare all'educazione degli italiani alla nuova fede, di tutti gli italiani, i fascisti e gli antifascisti. E così, "mentre il filosofo pensava che il fascismo avrebbe costruito lo stato degli italiani perché il fascismo era l'Italia, gli esponenti del Pnf avevano, ed erano orgogliosi di avere, una concezione della politica" che rivendicava il carattere rivoluzionario del loro partito rispetto allo stato.
Tutto questo non significa, e l'autrice lo ribadisce più volte, che il progetto di Gentile per molti e decisivi aspetti, non coincidesse con quello del partito. Anche Gentile "contribuì a creare un regime che celebrava il mito dello stato e aveva della politica una concezione integrale e assoluta". Come i fascisti, anche lui considerava il fascismo come una missione da svolgere, come un impegno politico ed esistenziale costante. E, come loro, riteneva che per costruire una nuova politica fosse necessario superare molteplici ostacoli, "mediare fra esigenze diverse, aspettare i tempi della politica senza per questo mettere in discussione l'appartenenza al partito fascista o la valenza del progetto politico". Del resto, dal 1922 al 1944, Gentile ribadì più volte di essere un precursore del fascismo, individuando i presupposti filosofici del pensiero fascista nel socialismo di Marx, nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel e nell'idealismo italiano contemporaneo. E di fronte agli attacchi più duri, alle critiche di chi lo accusava di essere un liberale e di aver aderito al fascismo solo per realizzare la riforma scolastica, Gentile rispose rivendicando sempre il ruolo che il suo pensiero aveva avuto nel provocare l'avvento del nuovo regime e dichiarandosi senza riserve fascista per tutto il ventennio.
Maurizio Tarantino