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Curatore: M. Ferrera, M. Giuliani
Editore: Il Mulino
Collana: Studi e ricerche
Anno edizione: 2008
Pagine: 440 p. , Brossura
  • EAN: 9788815124128
Nella produzione saggistica sull'attuale fase dell'integrazione europea questa ricerca si segnala per l'aggiornatissima compiutezza, per l'ampio registro della bibliografia passata al vaglio e per la novità di prospettive che indica alla scienza politica. Gli autori hanno elaborato i dieci capitoli dopo un lavoro di affiatato, seminariale confronto. I responsabili del cantiere, Marco Giuliani e Maurizio Ferrera, rispettivamente in una succinta introduzione e in coraggiose conclusioni, mettono in luce la coerenza di un impianto che è davvero – accade raramente in questa misura – il risultato di un progetto collegialmente orchestrato e condotto a termine. Le analisi politologiche e i contributi storiografici sul processo d'integrazione avviato nel 1957 hanno da noi pagato un vistoso tributo a pregiudiziali ideologiche o a un malinteso militantismo. L'adozione, ad esempio, di una preferenziale ottica federalistica ha spinto a giudicare le riforme dei trattati via via approvate sulla base della loro conformità o meno al modello ritenuto migliore. Chi ha optato per un'Unione più mercatistica, svincolata da pesanti e costrittive decisioni sovranazionali, si è addirittura rallegrato dello scacco subito dalla cosiddetta Costituzione europea. Che ciò accada nell'agone della lotta politica non scandalizza di certo. Ma, se nell'accostarsi a questo "oggetto politico non identificato" che resta l'Unione, non si adotta un metodo, dal di dentro dei movimenti in atto, che tenti di valutare empiricamente risultati acquisiti e probabili tendenze evolutive, si rimarrà impelagati in controversie inconcludenti, sovrapponendo un preordinato – e sottinteso – teleologismo all'analisi del dibattito teorico e alla definizione della "realtà effettuale".
Grande spazio è quindi accordato alla fortunata nozione di governance, che ha preso a circolare da un decennio a questa parte con sintomatica insistenza. Alessia Diamonte chiarisce quanto plurale sia questo concetto e schematizza in almeno quattro forme la sua articolazione: quella di uno "stato regolatore" che rispetti la democraticità propria dei livelli nazionali; una governance multilivello che esalti la "connessione reticolare fra arene decisionali" e sia molto aperta alla società civile; uno spazio per eccellenza dedito a costruire policy changes in grado di provocare incisivi impatti nella policies domestiche; una network governance che riconosca alla Commissione un ruolo di regia, un'esplicita funzione di perno dell'intero sistema. Nel formulare queste linee viene esplorata e ordinata una tale messe di studi e proposte che qui non è concesso neppure accennarne. Nelle variegate accezioni assunte la categoria di governance, che comprende nuclei di government senza a esso ostilmente contrapporsi, sdrammatizza timori montati ad arte o paure diffuse.
Il futuro dell'Unione Europea non sta in soluzioni dirigistiche o in generalizzate accentuazioni di stampo federale, ma in una flessibile modulazione di sedi e in un intreccio orizzontale di competenze e interventi. Feconda appare a questo riguardo un'altra categoria sulla quale si intrattiene il saggio di Paolo Graziano dal titolo molto spigliato di Europeizzazione: vaso di Pandora o lanterna di Diogene? Al di là delle metafore classicheggianti, è importante considerare come da tempo negli stati membri si assista a una penetrazione larga, nel lessico corrente, nelle discussioni politiche, nell'elaborazione legislativa, di norme o orientamenti di derivazione sovranazionale. Chi sfodera un radicale scetticismo è smentito da questa "europeizzazione". Lungo questo ragionamento viene azzardata pure una definizione dell'oggetto misterioso: "L'Unione può essere quindi pensata come un insieme più o meno coerente di regimi transnazionali di policy": sicché il consolidamento del sistema comune europeo dipenderebbe essenzialmente "dall'estensione qualitativa e quantitativa dell'europeizzazione delle politiche domestiche". C'è una fiducia troppa "ideologica", malgrado le premesse, in una neutrale visione del genere? Prevale un'accomodante resa di stampo neofunzionalista? Ferrera sostiene che il "declinismo", su cui si è scritto parecchio, è un rischio tutt'altro che evitato, ma che ora è più utile spostare il focus dagli interrogativi ontologici alla valutazione dell'efficacia delle risposte offerte dall'Unione e al grado di consenso conseguito presso l'opinione pubblica. Serena Giusti pone in rilevo che in definitiva "per il funzionalismo, il neofunzionalismo e l'intergovernativismo l'affezione dei cittadini si rafforza con la percezione di vantaggi concreti derivanti dall'integrazione". Roberto Barzanti