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Guardare nell'ombra. Saggi per una psichiatria psicoanalitica

Mauro Manica

Editore: Borla
Collana: Studi e ricerche
Anno edizione: 1999
Tipo: Libro universitario
Pagine: 288 p.
  • EAN: 9788826312750

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recensioni di Mancia, M. L'Indice del 1999, n. 09

Il libro di Mauro Manica è articolato in quattro sezioni. La prima riguarda l'adolescenza come metafora emblematica del passaggio da uno status a un altro, i casi limite come confini della follia, la tossicomania e la perversione, anch'essi casi limite dell'esperienza umana. La seconda propone una diversa prospettiva per la psichiatria clinica se riuscirà a utilizzare lo strumento della psicoanalisi per trasformare una impostazione eminentemente medico-biologica in un'altra basata sul rapporto tra due persone. La terza sezione parte dalla terapia individuale per arrivare al gruppo, dove l'équipe terapeutica si ponga come "mente comune" capace di rêverie. La quarta riguarda il problema della integrazione tra le varie psichiatrie e le varie terapie proposte. Il terreno più adatto è quello delle esperienze schizofreniche che, se arricchite "dall'empatia e dal controtransfert (...) possono svolgere l'equilibrio delicato e tragico su cui si può reggere ogni intenzione terapeutica".

Passando poi a discutere le varie sezioni, Manica definisce l'adolescenza come "malattia di turbolenza" dominata da una sofferenza legata a una trasformazione e alla realizzazione di una nuova conoscenza di sé. Il concetto di trasformazione rimanda al pensiero di Bion e alle trasformazioni in K (conoscenza). Con la simbolizzazione le trasformazioni che Bion definisce in 0 - e cioè quella realtà psichica ignota che riguarda il paziente e che può andare incontro a una trasformazione da parte dell'analista - affondano nell'impensabile e sono alla base della turbolenza che sempre accompagna le trasformazioni mutative. Tale teoria è dall'autore messa in relazione al lavoro di Paul-Claude Racamier (Il genio dalle origini. Psicoanalisi e psicosi; 1992; Cortina, 1993) riguardante il lutto originario (la rinuncia a una unione narcisistica assoluta) inteso come processo fondamentale nello sviluppo di ogni individuo. Ne deriva un sentimento catastrofico di solitudine che riemerge a volte in adolescenza e che si manifesta come un vivere al di fuori degli oggetti e di parti del Sé. Da qui l'insegnamento di Winnicott sulla necessità di una esperienza di contenimento nella prima infanzia che permetterà al bambino di restare solo, senza angoscia, "in presenza di un'altra persona".

In stretta connessione con questi processi dello sviluppo, si presentano i casi di tossicodipendenza dove il ricorso alla droga ripropone vissuti regressivi di fusione. Viene ripreso qui il pensiero di Robbins e Bergler sulla importanza dei fattori orali in riferimento al trauma dello svezzamento, trauma che può essere vissuto come una malvagità della madre e quindi disturbare la buona relazione tra madre e bambino. Lo spacciatore può essere vissuto come una mammella buona anche se perversa e capace di trasformarsi in un oggetto sadico. Un oggetto cercato e perduto che si ripresenta nel transfert dominato dalla proiezione della propria angoscia e della propria impotenza con un sentimento di disperazione nei confronti di un oggetto che non gratifica ma dal quale non si può non dipendere.

La domanda di aiuto di questi pazienti carichi di angoscia tende spesso ad assumere una connotazione ricattatoria che può bloccare lo spazio terapeutico e saturare il pensiero del terapeuta trasformandolo in "droga alternativa".

La domanda del tossicodipendente di essere aiutato nella sua sofferenza, magari grazie a una nuova dipendenza alternativa e rassicurante, deve essere chiarificata e spiegata nelle sue componenti più profonde legate alla struttura della personalità, allo sviluppo affettivo del paziente e all'ambiente in cui è cresciuto. Il compito del terapeuta sarà allora quello di riconoscere queste componenti del Sé del tossicodipendente tenendo presente che egli non è capace di costruire un simbolo creativo.

Nella sezione dedicata all'ambiguità del limite, questo è inteso come finitudine o come bordo, dal latino "limens", "obliquo", indice della linea di confine che si adatta al terreno che delimita gli scenari naturali. Nella clinica il concetto rimanda ai vissuti transferali e controtransferali evocati dai pazienti borderline: un'altalena costante tra potenza e impotenza, sfida e richiesta di aiuto, amore e odio, vita e morte. Lo spazio e il tempo della cura sono vissuti in uno stato di confusione dominato dalle caotiche "relazioni oggettuali interne tra parti dissociate del Sé e aspetti altrettanto dissociati, deformati e fantastici degli oggetti". Nel limite come confine, l'autore si riferisce al lavoro di Didier Anzieu per il quale il confine è rappresentato dalla pelle che trattiene all'interno le gratificazioni del bambino e lo difende dalle aggressività del mondo esterno ponendosi come strumento prezioso di comunicazione nella relazione madre-bambino. L'Io-pelle, per Anzieu, presenta una doppia faccia interna ed esterna con uno spazio tra loro. Nel borderline queste parti tendono a collassare in modo tale che la realtà esterna si confonde con quella interna; nella prima è difficile distinguere la qualità emotiva delle esperienze, nella seconda è difficile riconoscere le caratteristiche dei propri oggetti e di parti del Sé.

Nel limite come caducità o finitudine, Manica introduce il concetto di "madre morta", in cui l'evento che struttura lo psichismo umano è la separazione dall'oggetto primario. La "madre morta" è quella incapace di una relazione di rêverie con il figlio, che lo delude e lo frustra o ne fa l'oggetto di sue proiezioni. La conseguenza è la costruzione da parte del bambino di oggetti protesici di tipo narcisistico atti a sostituirsi a quelli reali, frustranti e deludenti. Ma poiché questi oggetti sono lontani dai reali, verranno a costituire la base del delirio e, proiettati, la base di quelli che Bion definisce come "oggetti bizzarri" che altereranno la percezione fino all'allucinazione.

Il paziente al limite, o border-
line
, vive in un'angoscia che produce reazioni controtransferali oscillanti tra sentimenti protettivi e materni per un individuo fragile e dipendente ma, a un tempo, sentimenti dolorosi di impotenza e di rabbia quali espressione di una identificazione proiettiva delle parti impotenti e rabbiose del Sé del paziente.

Nel capitolo dedicato alle perversioni e alla omosessualità, viene centrato dall'autore il punto focale di questi disturbi: il difetto o la mancanza di dis-identificazione e separazione dalla madre e di un'adeguata identificazione con il padre. Con questo tema, Manica entra nel vivo del dibattito attuale sulla organizzazione della identità di genere maschile e femminile e sull'origine delle perversioni sessuali. Viene riportato il pensiero di vari autori secondo i quali le perversioni e i paralleli disturbi della personalità si instaurano in strutture che non sopportano l'angoscia della separazione e l'esperienza della perdita. Ne deriva che esse sono il risultato di una difficoltà da parte del bambino di accedere all'Edipo e, in questo senso, diventa importante la figura paterna nelle fasi pre-edipiche che viene esclusa da un processo di identificazione. Il padre assente fisicamente e psicologicamente sarà il responsabile di questo disturbo nei processi di dis-identificazione dalla madre e quindi dello sviluppo di scelte omosessuali e di perversioni. Queste ultime possono anche costituirsi come estreme difese dalla psicosi e rappresentano quelli che John Steiner chiama "rifugi della mente", rifugi che verrebbero a costituire una difesa rispetto all'angoscia di separazione.