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QUI COOPERATIVA, VI PARLA MANOLA ROBLES
Però lei non aveva testa per la politica. Anzi la spaventava ascoltare quella radio che dava solo cattive notizie. Quella radio che si sentiva ovunque con le sue canzoni di protesta e la sua tiritera allarmista che teneva tutti con il fiato sospeso. Lei preferiva sintonizzarsi sui programmi della nostalgia: “Al ritmo del cuore”, “Per chi è stato ragazzo”, “Notti di quartiere”. E così trascorreva pomeriggi interi, ricamando enormi tovaglie e lenzuola per qualche vecchia aristocratica che pagava bene il talento da aracnide delle sue mani. Quella casa primaverile dell’86 era il suo nido. Forse il suo unico vero amore, l’unico spazio tutto per sé che ebbe in vita sua la Fata dell’angolo.Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
All'ottusità dei coniugi Pinochet si contrappone l'ironia leggiadra e passionale della Fata. Di fronte alla disumanità del dittatore e del suo contorno di pupazzi sanguinari (e di una moglie che lo domina con la sua totale stupidità) si ergono la poesia, l'amore, la libertà e la condivisione. Bel libro.
Un romanzo che è pura poesia, che ci racconta di una resistenza fatta di bellezza, di ironia e di innamoramento. Una perla.
Bellissimo! Dolce e poetico, struggente e malinconico. Da leggere.
Recensioni
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Pedro Lemebel rappresenta un caso del tutto anomalo nel panorama letterario cileno e latinoamericano di fine Novecento. Personaggio molto noto negli ambienti teatrali della Santiago degli anni ottanta, attivista del movimento gay e portatore fiero dell'estetica en travesti in piena dittatura militare, fondatore del Colectivo de Arte Las Yeguas del Apocalipsis, attore, fotografo, cineasta, Lemebel scopre le sue carte di scrittore dotato di un irresistibile stile trasgressivo negli anni novanta, quando insieme a pochi altri non si rassegna ad accettare passivamente le strettoie di una democrazia davvero molto più formale che reale. In quel contesto culturale e letterario irrigidito, quasi paralizzato dalla mediocrità imperante, la scrittura di Lemebel irrompe come un fermento sorprendentemente vivo fatto di cultura plebea urbana e alta tradizione barocca ispanoamericana che si dava per morto e sepolto dopo decenni di predominio di un realismo più o meno magico, e comunque ormai mummificato. Con gli anni la sua prosa dissacrante e divertente, che sovente si tramuta in antica e umile sacralità, si è dispiegata in innumerevoli pubblicazioni: articoli, testi teatrali, romanzi, cronache di vita urbana, saggi di critica culturale, reportage incentrati su questioni di grande urgenza come la lotta contro l'Aids.
Il/la protagonista del romanzo Ho paura torero in realtà pensa e parla un linguaggio la cui cifra principale è il coraggio, la " valentía ", essendo la sua paura nient'altro che il riconoscimento della pericolosità del nemico. A ragione, perché innamorandosi di un giovane incontrato per caso nelle strade del quartiere comincerà presto a sospettare di essere immerso fino al collo in una congiura clandestina, in realtà destinata, a sua insaputa, a uccidere il dittatore Pinochet. La sua povera casa, "dove volteggiano utopie elettriche nella notte purpurea", che con l'arrivo della bella stagione diventa "un palazzo orientale, con tende di seta crespa appese al soffitto e vecchi manichini rinati angeli dell'apocalisse o centurioni custodi della sua fantasia da femminella tulipano", sarà infatti il luogo scelto dal gruppo di temerari per pianificare i dettagli dell'attentato e immagazzinare grandi quantità di strane casse molto pesanti. Lui/lei, la Fata, continua imperterrita a lavorare e a portare ogni giorno i suoi preziosi e delicati lavori di ricamo alle signore dei quartieri alti, comprese le donne dei generali e la logorroica insopportabile moglie dello stesso Pinochet, mentre Carlos, l'amato, arriva puntualmente ogni notte con i simpatici amici che vogliono far tremare il mondo, ma non si accorge neanche un po' dei tremori della sua anima. La sera in cui le voci sull'attentato a Pinochet sui pendii della cordigliera raggiungono la sbalordita città ancor prima che la radio annunci che il dittatore l'ha scampata per un pelo e che lui stesso proclami di essere stato salvato dalla Madonna ("l'unica cosa carina che ha detto in quindici anni"), la Fata prepara un nuovo incontro con Carlos nel clima di consapevolezza e di crescente paura che invade il paese. Ma non c'è da aver paura, Principe, lo rassicurerà, finalmente ottimista, io ti proteggerò per sempre.
Lo scenario è la Santiago cupa e isolata della ditattura, dove, sotto l'apparente rassegnazione resisteva una corrente continua di miracolosa vitalità, concentrata in quei castigati quartieri popolari che sfidavano senza sosta, un'altra intifada di pietre e lacrimogeni, le postazioni del potere. A differenza dei molti narratori cileni che cercheranno inutilmente di descrivere con poveri tratti realisti questo mondo demograficamente sterminato e socialmente emarginato, la cui centralità peraltro nessuno di loro osa negare, Lemebel ce ne parla da dentro con una proprietà di linguaggio che può essere spiegata appunto con le categorie di una doppia appartenenza, ai quartieri dove abita la lingua e a una lunga tradizione letteraria con radici persistenti anche nei meandri polverosi della metropoli latinoamericana moderna.
Inevitabile un commento sulla traduzione di questo romanzo, il primo di Lemebel tradotto in italiano. Il compito non era facile, certo, la lingua di Lemebel è straordinariamente ricca e mobile, piena di rimandi a diversi livelli di realtà e di interpretazione (da Juana Inés de la Cruz a Severo Sarduy), dolente e tragica e al contempo allegra e festiva. Ma troppo di tutto ciò impallidisce nella versione italiana, colpa di un appiattimento lessicale che finisce per depositare sul testo un velo incolore, una confusione normalizzante dei registri e delle sfumature messi in gioco dall'autore, punto di forza di una scrittura che si muove sempre sul filo di una pungente polivalenza sessuale, sociale, politica. Forse la responsabilità non è in questo caso esclusivamente dei traduttori, ma anche dello stesso autore, una responsabilità che è un merito, Lemebel si sottrae infatti di netto alle tendenze letterarie che forse con un occhio alle traduzioni agevoli continuano a impoverire la lingua, un tempo così ricca e imprevedibile, della tradizione moderna ispanoamericana.
“Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembrano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.”
Siamo a Santiago, l’anno è il 1986. La dittatura di Pinochet sta perpetrando i suoi ultimi feroci crimini agonici prima della consultazione popolare (a cui non gli sarà possibile esimersi) che vedrà sconfitto, dopo tredici anni di persecuzioni, torture, uccisioni, sparizioni misteriose di dissidenti e avversari politici, quel cupo macellaio.
Ma questa drammatica atmosfera non sembra toccare la casetta macilenta della Fata dell’angolo. Nuovo arrivato nel quartiere periferico di una Santiago di mezza tacca (l’uso indifferenziato del maschile e del femminile quando ci si riferisce a questa “uccellina ossigenata”, un travestito quarantenne, caratterizzerà tutto il romanzo), ha come principale fonte di sopravvivenza il ricamo: abilissima nel tracciare disegni elaborati e romantici su tovaglie e lenzuola, annovera tra le sue principali clienti le mogli dei generali del regime, entusiaste della perfezione e della delicatezza delle sue magiche dita di Fata. Un incontro casuale, un innamoramento immediato, totalizzante e pudico per un uomo che sa non potrà mai corrispondere al suo desiderio alato e impossibile, le cambieranno la vita. Carlos, questo è il nome di battaglia del giovane rivoluzionario, userà quella casa piena di trine, nastri e cuscini color fucsia, per nascondere delle casse piene di improbabili libri e un grande pesante cilindro che verranno mimetizzati, trasformati in mobilia, coperti da drappi colorati e ricamati dalla sentimentale e inconsapevole complice. L’amore, un amore che non ha pretese, il rispetto per l’amato, il bisogno di non far vergognare il ragazzo con atteggiamenti eccessivi, la paura di perderlo per sempre, la miscellanea di sentimenti forti e stordenti della fata sono alimentati da pochi eventi. Qualche abbraccio amicale e riconoscente da cui questa povera fata turbata si ritrae, infiammato da una passione che sa dover contenere. Un sogno: un rapporto sessuale reale e onirico nello stesso tempo di cui Carlos è forse inconsapevole, raccontato da Lemebel con incredibile tensione erotica e pari pudore virginale. Una gita domenicale in campagna, alle pendici delle Ande, proprio là dove Pinochet andava ogni fine settimana. Il bel cappello giallo a falda larga, gli occhiali da sole con i brillantini erano forse troppo vistosi, ma come resistere alla tentazione di sfoggiarli in quell’occasione irripetibile? E sarà proprio quel cappello ad attirare l’attenzione della logorroica e insopportabile moglie del dittatore quando l’auto dai finestrini oscurati passerà di là per raggiungere la casa di campagna. Creazione straordinaria dello scrittore cileno, la moglie di Pinochet resta davvero un personaggio indimenticabile: il suo parlare continuo fa da contrappunto all’odiosa e macabramente silente figura del coniuge, la superficialità e la stupida leggerezza rendono ancora più mostruose le azioni che si stanno compiendo, e che si sono compiute da tredici anni, in quel Paese.
Quella gita fuori porta aveva per Carlos lo scopo ben preciso di fare un sopralluogo, passando inosservato (e quindi utilizzando quella strana amica) sul territorio in cui dopo pochi giorni avrebbe, con i propri compagni, organizzato un attentato: come nei piani, l’auto presidenziale viene colpita, un inferno di fuoco circonda Pinochet, ma il dittatore si salva fortunosamente e, altrettanto miracolosamente, gli attentatori riescono a sfuggire alla cattura. Ma la repressione e la ricerca capillare dei responsabili finirà col toccare anche l’ingenua fata costretta a lasciare precipitosamente il suo roseo nido fatto di nulla.
Molti, molti altri i fatti che si intrecciano nel romanzo, le figure che entrano in gioco, patetici vecchi travestiti o odiose mogli di generali, ma è lei, la Fata, a essere davvero un personaggio straordinario e a restare scolpita nella mente del lettore. Questo è un romanzo d’amore, della più pura e totale delle passioni; l’erotismo è lasciato all’onirico perché il pudore impone di nasconderlo. Ma è anche un romanzo politico in cui il delirio di onnipotenza del dittatore, la sua paranoia brutale, la volgarità della violenza e l’orrore della repressione, fingendosi da contorno al melodramma amoroso, diventano invece nucleo centrale che determina vita e morte, scelte obbligate e rinunce definitive.
Il linguaggio, pur nei toni emotivi, per altro perfettamente adeguati al personaggio, sa trovare una sua crudezza quando la circostanza lo richiede e il tono giocoso e sentimentale fa da contrappunto ironico e nello stesso tempo tragico a una realtà di violenza e di coraggio, di eroismi quotidiani e necessari a cui anche i meno coscienti, come la nostra Fata, sono a un certo punto chiamati, per amore certo, ma anche per un rigurgito orgoglioso di ribellione sempre più consapevole e irresistibile.
A cura di Wuz.it
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