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Ho paura torero - Pedro Lemebel - copertina

Ho paura torero

Pedro Lemebel

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Editore: Marcos y Marcos
Collana: Gli alianti
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 29 aprile 2004
Pagine: 202 p., Brossura
  • EAN: 9788871683928
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Gaia la libraia

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Lei è la Fata dell'angolo, travestito passionale e canterino, sartina delle signore dei quartieri alti, anima d'artista. Carlos è un militante del Fronte patriottico Manuel Rodríguez, a caccia di un nascondiglio sicuro per le sue riunioni clandestine. Per amore, la Fata offre al ragazzo la propria soffitta. Per amore, accetta le mezze verità di Carlos, gli incarichi rischiosi necessari per la Causa: le basta stargli accanto. Assillato da una moglie logorroica, tormentato da incubi d'infanzia e paure di morte, Pinochet va e viene dal proprio "retiro" del Cajón del Maipo, residenza estiva che domina Santiago dall'alto. Finché un giorno, lungo la strada rovente che scende verso la capitale, la sua pista si incrocia drammaticamente con quella di Carlos.
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    Storesa81

    26/12/2020 20:42:39

    Un romanzo che è pura poesia, che ci racconta di una resistenza fatta di bellezza, di ironia e di innamoramento. Una perla.

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    Giovanna T.

    01/09/2020 16:44:03

    Bellissimo! Dolce e poetico, struggente e malinconico. Da leggere.

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    julie_books_music

    09/06/2020 20:17:51

    Un romanzo che è pura poesia: dolce, delicato e malinconico. Da leggere assolutamente!

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    ross.m

    11/05/2020 15:03:37

    Ho scoperto questo libro per caso, e l'ho letto durante il periodo di quarantena, in pieno aprile: un periodo che tutti hanno elogiato come "ottimo per leggere", ma che io, in quanto lettrice forte, ho trovato invece pieno di motivi per deconcentrarsi e tralasciare la lettura. E invece, "Ho paura torero" mi ha tenuta incollata alle pagine, con la sua dolcezza, con la sua malinconia, con la storia della Fata dell'angolo consumata in maniera struggente sotto la dittatura di Pinochet. Un libro che è una piccola sorpresa.

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    serafini lino pasqualino

    20/01/2020 14:26:44

    molto bello

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    Alewoolf

    01/06/2019 12:38:10

    Struggente storia di un amore impossibile tra la Fata dell'angolo, un travestito che "parla in poesia", e un ragazzo che si insedia in casa sua fingendo di essere uno studente mentre è un militante del Fronte Manuel Rodriguez. Ma l'amore non è poi così cieco, la Fata intuisce il suo segreto e si rende complice. Finché gli eventi non portano ad una inevitabile separazione. Ma non c'è solo questo. L'autore ridicolizza la dittatura di Pinochet presentandocelo come un uomo coi nervi a pezzi, sempre in preda alla paura, omofobo, e succube di una moglie frivola, bisbetica, dispotica, querula e petulante. Un libro stupendo, che si legge col cuore in gola e le cui pagine sprigionano poesia e sensualità.

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    Marco Ferraro

    27/06/2012 09:56:52

    Si potrebbe porre sulla stessa linea della Allende e di Sepulveda, ma i toni sono molto più leggeri in quanto la storia è incentrata sull'amore tenero e romantico della Fata per il bel rivoluzionario. Ogni tanto si aprono degli squarci sulla quotidianità della vita a Santiago con la repressione sempre più forte e crudele. Ma i brani sul dittatore e soprattutto sulla moglie rimarranno impressi nella memoria e sono sicuramente la parte più riuscita di tutto il racconto. Come si possono dimenticare le premonizioni della moglie avvisata dell'attentato dallo stilista Gonzalo che le aveva fatto le carte? Come si può non ridere quando dice che le pallottole avevano disegnato l'immagine della Vergine che aveva salvato il marito? Della serie "una risata vi seppellirà!"

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    simona

    15/07/2011 14:25:32

    meraviglioso!!

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    Emarilli

    24/08/2009 18:59:43

    Meravigliosamente poetico.

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    Lucia78

    09/04/2009 21:48:38

    Una bellissima e graditissima sorpresa. Grande scrittore. Il suo modo di scrivere e di ricamare il racconto tessendo le parole è sorprendente. Una storia d'amore bellissima romanticissima e come tale impossibile. Anche gli avvenimenti storici che fanno da sfondo al racconto, sebbene tragici, assumono una nuova veste. UN LIBRO ALLA MARCOS Y MARCOS. Da leggere.

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    Michela

    13/11/2008 16:24:53

    E' un libro molto bello che con poesia e profondità affronta il tema della fine della dittatura cilena. La scrittura è coinvolgente, i dialoghi vengono raccontati in modo superbo.

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    linda

    23/01/2008 22:37:39

    Tenero, divertente e profondo, carino.

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    Giusy

    12/01/2008 15:18:35

    Carino, divertente, ma mi aspettavo di più, niente di eccezionale.

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    Michela

    11/05/2006 14:39:46

    un libro colorato, divertente e interessante!

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    Piero

    06/05/2006 23:45:15

    Ero molto scettico quando ho iniziato questo libro. E invece mi ha subito catturato. Si fa leggere in un attimo e mai, mai viene a noia. Peccato sia l'unico di questo scrittore pubblicato in Italia. Cosa aspettate a farci leggere qualche altra cosa?

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    CARMILLA

    02/02/2006 21:49:50

    semplicemente meraviglioso.... come entrare nella testa di un' altra persona??? leggendo questo libro.

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    Massimo

    07/11/2005 15:29:40

    Gran libro. Ironico e crudo, ma mai fastidioso. Esuberante e leggero nella sua profondità. Alcuni passaggi sull’amore sono bellissimi, come solo (talvolta) i grandi spiriti femminili sanno scrivere

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    mari

    20/07/2005 09:31:43

    vibrante, variopinto e carnoso. un romanzo che si lascia divorare e con ironia regala qualche piccola lacrima di empatia. leggetelo, uomini e donne, apre un pò di spiragli alla diversità. mari

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    Romolo

    27/06/2005 17:20:45

    Uno dei più bei romanzi che ho letto negli ultimi tempi.... grande scrittura, poetico, realistico e struggente... sullo sfondo di un Cile in fermento, tra le quotidiane oppressioni di una devastante dittatura escono allo scoperto tramite la penna dell'autore due grandi personaggi che rappresentano la speranza mai morta nella vita quotidiana di un popolo non domato: Carlos e la Fata tra realtà, sogno e avventura incrociano le loro vite con quelle della classe al potere in un susseguirsi di immagini e momenti che ci fanno vivere in maniera intensa e appassionante un momento di della grande tragedia di questo paese sudamericano. Bravo Lemebel !!! Attendiamo altri suoi lavori.

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    Limahl69

    20/06/2005 18:26:01

    Bello, emozionante, commovente, dolce e amaro. Tocca come un romanzo d'amore, intriga come un thriller. Riesce ad essere delicato ed erotico senza essere ne sdolcinato ne volgare. La Fata non è una macchietta ma una specie di maschera da teatro dietro la quale si cela una persona profondissima. La sua infatuazione per lo studente rivoluzionario non è fatta di semplice desiderio ma diventa amore incondizionato, puro e semplice, gratuito. L'autore non sfrutta gli argomenti più "forti", cosa che sarebbe facile da fare visto che la storia che narra necessariamente li chiama in causa.

Vedi tutte le 29 recensioni cliente

Pedro Lemebel rappresenta un caso del tutto anomalo nel panorama letterario cileno e latinoamericano di fine Novecento. Personaggio molto noto negli ambienti teatrali della Santiago degli anni ottanta, attivista del movimento gay e portatore fiero dell'estetica en travesti in piena dittatura militare, fondatore del Colectivo de Arte Las Yeguas del Apocalipsis, attore, fotografo, cineasta, Lemebel scopre le sue carte di scrittore dotato di un irresistibile stile trasgressivo negli anni novanta, quando insieme a pochi altri non si rassegna ad accettare passivamente le strettoie di una democrazia davvero molto più formale che reale. In quel contesto culturale e letterario irrigidito, quasi paralizzato dalla mediocrità imperante, la scrittura di Lemebel irrompe come un fermento sorprendentemente vivo fatto di cultura plebea urbana e alta tradizione barocca ispanoamericana che si dava per morto e sepolto dopo decenni di predominio di un realismo più o meno magico, e comunque ormai mummificato. Con gli anni la sua prosa dissacrante e divertente, che sovente si tramuta in antica e umile sacralità, si è dispiegata in innumerevoli pubblicazioni: articoli, testi teatrali, romanzi, cronache di vita urbana, saggi di critica culturale, reportage incentrati su questioni di grande urgenza come la lotta contro l'Aids.

Il/la protagonista del romanzo Ho paura torero in realtà pensa e parla un linguaggio la cui cifra principale è il coraggio, la " valentía ", essendo la sua paura nient'altro che il riconoscimento della pericolosità del nemico. A ragione, perché innamorandosi di un giovane incontrato per caso nelle strade del quartiere comincerà presto a sospettare di essere immerso fino al collo in una congiura clandestina, in realtà destinata, a sua insaputa, a uccidere il dittatore Pinochet. La sua povera casa, "dove volteggiano utopie elettriche nella notte purpurea", che con l'arrivo della bella stagione diventa "un palazzo orientale, con tende di seta crespa appese al soffitto e vecchi manichini rinati angeli dell'apocalisse o centurioni custodi della sua fantasia da femminella tulipano", sarà infatti il luogo scelto dal gruppo di temerari per pianificare i dettagli dell'attentato e immagazzinare grandi quantità di strane casse molto pesanti. Lui/lei, la Fata, continua imperterrita a lavorare e a portare ogni giorno i suoi preziosi e delicati lavori di ricamo alle signore dei quartieri alti, comprese le donne dei generali e la logorroica insopportabile moglie dello stesso Pinochet, mentre Carlos, l'amato, arriva puntualmente ogni notte con i simpatici amici che vogliono far tremare il mondo, ma non si accorge neanche un po' dei tremori della sua anima. La sera in cui le voci sull'attentato a Pinochet sui pendii della cordigliera raggiungono la sbalordita città ancor prima che la radio annunci che il dittatore l'ha scampata per un pelo e che lui stesso proclami di essere stato salvato dalla Madonna ("l'unica cosa carina che ha detto in quindici anni"), la Fata prepara un nuovo incontro con Carlos nel clima di consapevolezza e di crescente paura che invade il paese. Ma non c'è da aver paura, Principe, lo rassicurerà, finalmente ottimista, io ti proteggerò per sempre.

Lo scenario è la Santiago cupa e isolata della ditattura, dove, sotto l'apparente rassegnazione resisteva una corrente continua di miracolosa vitalità, concentrata in quei castigati quartieri popolari che sfidavano senza sosta, un'altra intifada di pietre e lacrimogeni, le postazioni del potere. A differenza dei molti narratori cileni che cercheranno inutilmente di descrivere con poveri tratti realisti questo mondo demograficamente sterminato e socialmente emarginato, la cui centralità peraltro nessuno di loro osa negare, Lemebel ce ne parla da dentro con una proprietà di linguaggio che può essere spiegata appunto con le categorie di una doppia appartenenza, ai quartieri dove abita la lingua e a una lunga tradizione letteraria con radici persistenti anche nei meandri polverosi della metropoli latinoamericana moderna.

Inevitabile un commento sulla traduzione di questo romanzo, il primo di Lemebel tradotto in italiano. Il compito non era facile, certo, la lingua di Lemebel è straordinariamente ricca e mobile, piena di rimandi a diversi livelli di realtà e di interpretazione (da Juana Inés de la Cruz a Severo Sarduy), dolente e tragica e al contempo allegra e festiva. Ma troppo di tutto ciò impallidisce nella versione italiana, colpa di un appiattimento lessicale che finisce per depositare sul testo un velo incolore, una confusione normalizzante dei registri e delle sfumature messi in gioco dall'autore, punto di forza di una scrittura che si muove sempre sul filo di una pungente polivalenza sessuale, sociale, politica. Forse la responsabilità non è in questo caso esclusivamente dei traduttori, ma anche dello stesso autore, una responsabilità che è un merito, Lemebel si sottrae infatti di netto alle tendenze letterarie che forse con un occhio alle traduzioni agevoli continuano a impoverire la lingua, un tempo così ricca e imprevedibile, della tradizione moderna ispanoamericana.


“Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembrano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.”

Siamo a Santiago, l’anno è il 1986. La dittatura di Pinochet sta perpetrando i suoi ultimi feroci crimini agonici prima della consultazione popolare (a cui non gli sarà possibile esimersi) che vedrà sconfitto, dopo tredici anni di persecuzioni, torture, uccisioni, sparizioni misteriose di dissidenti e avversari politici, quel cupo macellaio.

Ma questa drammatica atmosfera non sembra toccare la casetta macilenta della Fata dell’angolo. Nuovo arrivato nel quartiere periferico di una Santiago di mezza tacca (l’uso indifferenziato del maschile e del femminile quando ci si riferisce a questa “uccellina ossigenata”, un travestito quarantenne, caratterizzerà tutto il romanzo), ha come principale fonte di sopravvivenza il ricamo: abilissima nel tracciare disegni elaborati e romantici su tovaglie e lenzuola, annovera tra le sue principali clienti le mogli dei generali del regime, entusiaste della perfezione e della delicatezza delle sue magiche dita di Fata. Un incontro casuale, un innamoramento immediato, totalizzante e pudico per un uomo che sa non potrà mai corrispondere al suo desiderio alato e impossibile, le cambieranno la vita. Carlos, questo è il nome di battaglia del giovane rivoluzionario, userà quella casa piena di trine, nastri e cuscini color fucsia, per nascondere delle casse piene di improbabili libri e un grande pesante cilindro che verranno mimetizzati, trasformati in mobilia, coperti da drappi colorati e ricamati dalla sentimentale e inconsapevole complice. L’amore, un amore che non ha pretese, il rispetto per l’amato, il bisogno di non far vergognare il ragazzo con atteggiamenti eccessivi, la paura di perderlo per sempre, la miscellanea di sentimenti forti e stordenti della fata sono alimentati da pochi eventi. Qualche abbraccio amicale e riconoscente da cui questa povera fata turbata si ritrae, infiammato da una passione che sa dover contenere. Un sogno: un rapporto sessuale reale e onirico nello stesso tempo di cui Carlos è forse inconsapevole, raccontato da Lemebel con incredibile tensione erotica e pari pudore virginale. Una gita domenicale in campagna, alle pendici delle Ande, proprio là dove Pinochet andava ogni fine settimana. Il bel cappello giallo a falda larga, gli occhiali da sole con i brillantini erano forse troppo vistosi, ma come resistere alla tentazione di sfoggiarli in quell’occasione irripetibile? E sarà proprio quel cappello ad attirare l’attenzione della logorroica e insopportabile moglie del dittatore quando l’auto dai finestrini oscurati passerà di là per raggiungere la casa di campagna. Creazione straordinaria dello scrittore cileno, la moglie di Pinochet resta davvero un personaggio indimenticabile: il suo parlare continuo fa da contrappunto all’odiosa e macabramente silente figura del coniuge, la superficialità e la stupida leggerezza rendono ancora più mostruose le azioni che si stanno compiendo, e che si sono compiute da tredici anni, in quel Paese.

Quella gita fuori porta aveva per Carlos lo scopo ben preciso di fare un sopralluogo, passando inosservato (e quindi utilizzando quella strana amica) sul territorio in cui dopo pochi giorni avrebbe, con i propri compagni, organizzato un attentato: come nei piani, l’auto presidenziale viene colpita, un inferno di fuoco circonda Pinochet, ma il dittatore si salva fortunosamente e, altrettanto miracolosamente, gli attentatori riescono a sfuggire alla cattura. Ma la repressione e la ricerca capillare dei responsabili finirà col toccare anche l’ingenua fata costretta a lasciare precipitosamente il suo roseo nido fatto di nulla.

Molti, molti altri i fatti che si intrecciano nel romanzo, le figure che entrano in gioco, patetici vecchi travestiti o odiose mogli di generali, ma è lei, la Fata, a essere davvero un personaggio straordinario e a restare scolpita nella mente del lettore. Questo è un romanzo d’amore, della più pura e totale delle passioni; l’erotismo è lasciato all’onirico perché il pudore impone di nasconderlo. Ma è anche un romanzo politico in cui il delirio di onnipotenza del dittatore, la sua paranoia brutale, la volgarità della violenza e l’orrore della repressione, fingendosi da contorno al melodramma amoroso, diventano invece nucleo centrale che determina vita e morte, scelte obbligate e rinunce definitive.

Il linguaggio, pur nei toni emotivi, per altro perfettamente adeguati al personaggio, sa trovare una sua crudezza quando la circostanza lo richiede e il tono giocoso e sentimentale fa da contrappunto ironico e nello stesso tempo tragico a una realtà di violenza e di coraggio, di eroismi quotidiani e necessari a cui anche i meno coscienti, come la nostra Fata, sono a un certo punto chiamati, per amore certo, ma anche per un rigurgito orgoglioso di ribellione sempre più consapevole e irresistibile.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, ai lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i fermo lì stronzo, gli spari e le corse a perdifiato, come nacchere di metallo che frantumavano le notti di feltro. Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e da tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”.
Poi c’era la casetta macilenta, un angolo di tre piani con una scala vertebrale che portava in soffitta. Da lì si poteva vedere la città in penombra, coronata da un velo torbido di polvere. Era una piccionaia, una ringhiera per stendere le lenzuola, le tovaglie e le mutande inalberate dalle mani marimbe della Fata dell’angolo. Nelle sue mattine di finestre spalancate, cantava “Ho paura torero, ho paura che stasera il tuo sorriso svanisca”.
Tutto il quartiere sapeva che il nuovo vicino era così, una novellina dell’isolato un po’ troppo fissata con quella costruzione in rovina. Una mammoletta dalle sopracciglia increspate che venne a chiedere se per caso affittavano quel rudere terremotato all’angolo.
Quel siparietto tenuto in piedi soltanto dall’arrivismo urbano di tempi migliori. Chiusa da tanti anni, così piena di sorci, fantasmi e scarafaggi che la fata fece sloggiare implacabile, con il piumino in una mano e la scopa nell’altra, spazzando ragnatele con la sua energia da checca, intonando in falsetto Lucho Gatica, tossendo “Besame mucho” nelle nuvole di polvere e ciarpame che accumulava sul bordo del marciapiede.
Gli manca solo il fidanzato, bisbigliavano le vecchie delle case di fronte, seguendo i suoi movimenti da colibrì alla finestra. Però è simpatico, dicevano, ascoltando le sue canzoni fuori moda, seguendo con la testa il tempo di quelle melodie del passato che svegliavano tutto il vicinato. Quella musica chiassosa che la mattina tirava giù dal letto i mariti nottambuli, i figli scioperati che si arrotolavano nelle lenzuola, gli studenti pigri che non volevano andare a scuola. Il grido di “Alleluia” intonato da Cecilia, una cantante in voga, era una sveglia, un canto di galli all’alba, un fragore musicale che la fata alzava al massimo volume. Come se avesse voluto condividere con il mondo intero il testo grossolano che strappava dal sonno i vicini con quel “E... tu mi prendeeraiii per maaanooo”.
Così la Fata dell’angolo, in men che non si dica, entrò a far parte della fauna sociale di quella Santiago di mezza tacca che si spulciava tra la disoccupazione e il quarto di zucchero preso a credito all’emporio. Una bottega di quartiere, epicentro delle chiacchiere e dei commenti sulla situazione politica del paese. Gli effetti dell’ultima protesta, le dichiarazioni dell’opposizione, le minacce del Dittatore, le elezioni di settembre. Che ora sì, che non ce n’è, che l’86 è l’anno. Che tutti al parco, al cimitero, con sale e limone per resistere ai lacrimogeni, e tanti, tanti comunicati strillati dalla radio permanente.

QUI COOPERATIVA, VI PARLA MANOLA ROBLES

Però lei non aveva testa per la politica. Anzi la spaventava ascoltare quella radio che dava solo cattive notizie. Quella radio che si sentiva ovunque con le sue canzoni di protesta e la sua tiritera allarmista che teneva tutti con il fiato sospeso. Lei preferiva sintonizzarsi sui programmi della nostalgia: “Al ritmo del cuore”, “Per chi è stato ragazzo”, “Notti di quartiere”. E così trascorreva pomeriggi interi, ricamando enormi tovaglie e lenzuola per qualche vecchia aristocratica che pagava bene il talento da aracnide delle sue mani. Quella casa primaverile dell’86 era il suo nido. Forse il suo unico vero amore, l’unico spazio tutto per sé che ebbe in vita sua la Fata dell’angolo.
  • Pedro Lemebel Cover

    Nato - come gli piaceva dire -  negli anni Cinquanta, vive una giovinezza indigente: «in casa mia non c'era nemmeno un libro, e se entrava un giornale, era avvolto intorno alla carne: carta macchiata di sangue».Nel 1987 fonda, insieme a Francisco Casas, il Collettivo artistico "Yeguas del Apocalipsis". Tra il 1987 e il 1995 il Collettivo realizza almeno quindici memorabili, eventi pubblici, mescolando performance provocatorie, trasformismo, fotografia, video e installazioni per rivendicare il diritto alla vita, alla memoria, alla libertà sessuale.Personaggio amatissimo dalla comunità omosessuale («non è che da piccolo mi piacesse giocare con le bambole: io volevo essere la bambola») e dalla sinistra del suo paese, Lemebel porta alla luce il... Approfondisci
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