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Salvatore Di Giacomo, oltre a poesie e testi di canzoni, ha lasciato anche una produzione giornalistica e, sulla scia di quelle cronache, una produzione narrativa. Ne è esempio la raccolta di "novelle" (come Di Giacomo preferiva chiamarle, invece che "racconti") L'ignoto, l'ultima pubblicata dall'autore nel 1920, a seguito di Napoli. Figure e paesi, in cui nel 1909 aveva riunito prose dedicate alla napoletanità e alla sua civiltà. Nei testi che compongono L'ignoto (come suggerisce il titolo, che Di Giacomo preferì a quello sveviano di Nella vita dato a un volume del 1903 nel quale comparivano già dieci racconti, ora ripresi, per aggiungerne altri tre), l'autore investiga con sguardo pessimista la città partenopea, riproducendone con cura i luoghi e denunciando le condizioni in cui versano soprattutto i diseredati: "Egli s'era già allontanato, a gran passi, trascinando pel fango di via Costantinopoli le sue scarpacce inzaccherate, molli e intrise di mota, le bocche larghe e logore de' suoi pantaloni", anche se qui si parla di un non solerte impiegato sottolineandone la sciatteria; o ancora: "Difatti, ove andava Longo, con la sua vettura polverosa, con la sua rozza affamata e zoppicante, sognando in serpa e guidando macchinalmente la bestia? Erano sulla via nuova, deserta e buia, dell'Arenaccia. Sulla destra si disegnava confusamente l'immane tettoia della stazione ferroviaria, nera nera: i grandi occhi immobili delle locomotive, rossi, verdi, giallognoli, ammiccavano nell'oscurità".
Se questa è la città, il libro, con la prima novella, muove dalla provincia, da una Capua crepuscolare e notturna dalla quale due donne, ormai votate alla prostituzione, partono per Napoli e per "l'ignoto"; poi incontriamo un travet, impiegato in biblioteca, che, messo in pensione, continua ad andare al luogo di lavoro, sostando in un bar di fronte, al cui tavolino un giorno muore; quindi una giovane suora si trova a soccorrere la propria vecchia madre prostituta; di nuovo in provincia, ci troviamo in una Giffoni innevata e che "non è paese per gente che vive"; poi, nell'aria sciroccosa di un torrido pomeriggio, siamo portati "al quarto piano di uno de' mastodontici palazzi del Vasto, un nuovo rione risultato dalla bonifica delle Paludi, rimpetto alla stazione ferroviaria", che sembra anticipare, anche per la fauna umana che lo popola, un analogo complesso abitativo del quale parlerà Ortese in Il mare non bagna Napoli: e, quando una giovane si suicida, ecco accorrere un prete così magistralmente colto da Di Giacomo: "Si affrettava, pallidissimo, con la stola sul braccio, abbottonando, con le dita tremanti, la sottana al sommo del petto".
Con buon piglio narrativo e vigore descrittivo, Di Giacomo, al modo di Baudelaire, si muove nei meandri della città e ce ne dà un ritratto vivo e dolente, come Zola per Parigi, o Dickens per Londra, modelli che il napoletano aveva presente. Il curatore Toni Iermano mette chiaramente in luce, nell'ampia e criticamente documentata introduzione, che lo scrittore napoletano era in sintonia con la letteratura europea coeva e con quella italiana che va da Giovanni Verga a Federigo Tozzi, pur con toni personali che si sottraggono alla pura imitazione di modelli celebri. Il realismo digiacomiano (pur definendosi lo scrittore napoletano un "verista sentimentale"), non cade mai nel lirismo sentimentalista. Benedetto Croce lo definirà infatti "pittore non pittoresco".
Enzo Rega