Traduttore: Lancastre M. J. de
Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1996
Pagine: 197 p.
  • EAN: 9788806140274
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recensione di Grassano, M., L'Indice 1996, n.11

Le ex colonie africane sono ancora una ferita aperta nella coscienza del Portogallo. Nel periodo dal 1961 al 1974, i giovani erano regolarmente arruolati per quattro anni e inviati in Africa a combattere una guerra che assorbì gran parte delle risorse del paese e devastò le colonie. Più di 20.000 famiglie ebbero congiunti uccisi o storpiati. Alla caduta della dittatura con la concessione dell'indipendenza ad Angola, Capo Verde, Guinea Bissau, Mozambico, Sao Tomé e Principe, circa 500.000 'retornados' - ossia metropolitani che si erano stabiliti in quelle cosiddette (dal governo) "province" - si riversarono su Lisbona: molti di loro derelitti e senza più nulla. Ancor oggi, i portoghesi nati nelle colonie da genitori che vi risiedevano come funzionari sono considerati cittadini di serie B e incontrano maggiori difficoltà di carriera (ad esempio nell'esercito) rispetto ai colleghi nati nella madrepatria: forse così ci si libera inconsciamente dal senso di colpa per i massacri laggiù compiuti.
Vi sono diversi ex militari "d'Africa" che hanno riunito discreti gruzzoletti, tali da consentir loro di sistemarsi nella capitale aprendo pensioni o lavanderie o negozi. Ma non pochi - analogamente a quanto è successo per gli americani in Vietnam - hanno riportato traumi psicologici che li hanno condizionati per il resto della loro vita. A quest'ultima categoria appartiene il protagonista del romanzo "Os cus de Judas", di Ant¢nio Lobo Antunes. Il libro è costituito da un lungo monologo suddiviso in ventitré capitoli (contrassegnati dalle lettere dell'alfabeto portoghese): la prolissa confessione di un ex ufficiale medico, nel corso della quale questi narra a una donna incontrata al bancone di un bar lisboneta le inguaribili, insanabili, traumatizzanti ferite dell'animo riportate durante la ferma in Angola. Solo nel capitolo S il monologo si fa episodicamente interiore, rivolto al ricordo di una giovane patriota angolana uccisa dalla polizia politica. Ma non si deve pensare al modello joyciano, n‚ alla rievocazione dalla marcata struttura orale in cui consiste "Sangue di amor corrisposto" di Manuel Puig (Einaudi, 1986). Il continuo, torrenziale flusso di parole - che inizia nel bar e si conclude sulla porta di casa del protagonista, nel quartiere di Picheleira, col commiato, al mattino, dall'occasionale compagna - ha la complessità sintattica del Proust più denso, i riferimenti culturali del Nabokov più scaltrito (vedi "Ada o l'ardore") e la pesante arbitrarietà di immagini del Lezama Lima più incomprensibile. Come produzione orale, è altrettanto eccessivo e improbabile quanto il numero di bottiglie e bicchieri di superalcolici che il protagonista tracanna o dice di tracannare - senza apparenti conseguenze, neppure a livello di prestazioni sessuali, se non la loquacità - nel corso della nottata: due bottiglie di vodka, una di cognac, una quantità imprecisata di whisky e di 'drambuie' e così via. Frasi come "Ascoltavo i lamenti delle foche, alle quali un diametro smisurato impediva di viaggiare nelle tubature e di insinuare nell'acqua dei rubinetti grugniti impazienti da professore di matematica; qualche volta, all'alba, il letto di mia madre gemeva per la lombaggine dell'elefante sdentato che suonava il campanello se gli regalavi qualche foglia di cavolo, in uno scambio centenariamente inalterabile all'inflazione, comandato dall'asma di mio padre in soffi sincopati da kornac" non solo sono del tutto implausibili a livello di "parlato", ma riescono francamente di ardua decifrazione e paiono, più che espressioniste, surrealiste, anzi, surreali. Molte, forse troppe, sono le immagini scatologiche o comunque ripugnanti disseminate in ogni pagina, magari accanto a una dottissima citazione; abbondano poi i paragoni pseudopoetici ("triste come la pioggia in un cortile di collegio durante la ricreazione" o "durante la lezione di matematica"; "uno straccio molle come gli orologi di Dal¡", ecc.), tanto che la parola "come" è in assoluto la più usata del romanzo. Tra i moltissimi riferimenti colti del narratore si segnala, per partecipe estensione, quello a Malcolm Lowry e alla sua "Divina Commedia ubriaca" Sotto il vulcano (Feltrinelli, 1984): di quest'autore (col quale si identifica: " Il mio vero nome è Malcolm Lowry" afferma) il nostro protagonista cita la frase più celebre, tema musicale ricorrente del summenzionato romanzo: "Le gusta este jard¡n que es suyo? Evite que sus hijos lo destruyan", dove il "giardino" era allegoricamente la vita del console Geoffrey Firmin che lui, bevendo, distruggeva (si noti però che nelle aree verdi di Lisbona, come il Parco della Estrela, vi sono cartelli di tenore analogo: "Este jardim é seu: n-o consinta que o estraguem"). Ma la prosa di Lowry, se spesso è allucinata, non arriva mai a disgustare: cosa che invece accade a volte con quella di Antunes.
Ciononostante, laddove l'umore corrosivo e la coazione un po' puerile a 'épater' si sciolgono nel rimpianto di un'immagine o di un affetto perduti, dando libero accesso alla nostalgia, la qualità della scrittura sale bruscamente e ci imbattiamo in pezzi di autentico virtuosismo: "Era agosto e il chiarore del mattino saliva col verde alle finestre, la città fluttuava nella luce, il riflesso delle sponde del fiume tremolava sull'acqua", "Quella luce diffusa, volatile, appassionata che appartiene ai quadri di Matisse ed alle sere di Lisbona", "E viaggio nella geografia soave del tuo corpo, nel fiume della tua voce, nell'ombra fresca delle tue mani"...
Assolutamente perfetta la traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi: se si tien conto delle difficoltà insite in un simile testo, non è davvero cosa da poco.


recensione di Tabucchi, A., L'Indice 1996, n.11

Caro dott. Grassano,
capisco che Lobo Antunes non appartenga alla sua famiglia letteraria. Per la verità non appartiene neppure alla mia, e credo che i miei libri lo dimostrino. Tuttavia non so fino a che punto, in letteratura, si debbano cercare "consonanze". A volte le dissonanze possono essere fruttuose, altrimenti rischiamo di trovarci rinchiusi in piccoli o grandi club che poi sono anche le categorie di alcune Storie della letteratura che ci perseguitano.
Onestamente mi sono chiesto spesso se i romanzi di Lobo Antunes non dovessero essere sottoposti a ciò che viene chiamato "editing", che eliminasse certe gobbe, certi bubboni narrativi, certe ridondanze, certe proliferazioni di metafore, che lei sottolinea garbatamente nella sua recensione. Poi sono arrivato alla conclusione che è meglio di no. Perché credo che sia proprio questo il "bello" di Lobo Antunes, che fa sì che la sua scrittura sia di Lobo Antunes e di nessun altro: questo suo essere eccessivo, magari sgangherato, pieno di metafore incongrue che sono come patacche sulla camicia in una diffusa narrativa dove misura e minimalismo caratterizzano gli scrittori a cui viene bene il nodo alla cravatta. Per questo non sono d'accordo con lei sull'accostamento che propone (e che fortunatamente mi confida nella lettera ma che non compare nella recensione) fra il romanzo di Lobo Antunes e un recente libro di un giovane scrittore portoghese che ha fatto "scandalo" ultimamente in Portogallo. Quel giovane scrittore è un ragazzino bene di Lisbona, si fa riprendere in televisione col papillon, si proclama provocatoriamente neo/monarchico e scrive in un falso gergo giovanilistico per 'épater le bourgeois': insomma è un bluff letterario, per darle una coordinata le direi che scrive 'pulp-fiction', e mi pare che con il romanzo di Lobo Antunes lei cada in questo equivoco.
È per le ragioni che le dicevo sopra che io ho cercato di promuovere Lobo Antunes in Italia, visto che in Francia e in Germania la critica lo ha salutato con un'ottima accoglienza. Come può immaginare, la mia traduzione di questo romanzo non è certo casuale, n‚ tanto meno fatta su commissione. È un libro che ho voluto io in Italia e che ho proposto all'editore. Il che sarebbe anche bene che si sapesse, perché mi piace assumermi le mie responsabilità su una mia scelta. Inoltre Lobo Antunes è un mio amico, il che potrebbe non essere una ragione, ma che in qualche modo lo è, perché mi consente di conoscere la sua autenticità, la sua verità, la sua onestà intellettuale che potrebbe essere riassunta in quella cosiddetta "ferita aperta nella coscienza del Portogallo", come lei osserva felicemente nella sua recensione. Nel senso che gli intestini lacerati dalle mine che Lobo Antunes, come medico militare, cercava disperatamente di ricucire ai suoi soldati in Angola in una guerra ingiusta, quegli intestini li ha tenuti effettivamente fra le mani, mentre certi scrittori "scandalosi" a cui alludevo prima vanno a comprare il rognone nelle macellerie eleganti di Lisbona per saltarlo col porto. Ragioni extraletterarie? Può darsi. Ma poi mica tanto. Perché qualcosa di quelle viscere calde e nauseanti che Lobo Antunes ha raccolto con le sue mani io lo ritrovo nelle sue pagine, in immagini "scatologiche o comunque ripugnanti" come lei dice. Insomma si fanno letteratura.
Non voglio osare di dirle di essere più generoso, e del resto è giusto che lei giudichi con i suoi sacrosanti gusti. Però mi chiedo se giudicare i libri con i nostri sacrosanti gusti a volte sia sufficiente.
La ringrazio per l'elogio alla traduzione di mia moglie e mia. In realtà il mio contributo è stato soprattutto un contributo da scrittore. Uno scrittore che non appartiene, come dicevo all'inizio, alla famiglia di Lobo Antunes, ma che conosce, o almeno sospetta, la sofferenza implicita nello scrivere certi libri.