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Descrizione

In un'estate torrida, un uomo nauseato dal mondo prende l'auto e parte, senza meta. Va a rintanarsi proprio dove l'umanità si raccoglie più fitta e rumorosa e avida di stordimenti: un grande albergo in una località balneare. Un falansterio pulsante di passioni estive, di bambini urlanti, di famiglie congestionate, affacciato su un mare oleoso che non dà refrigerio. Tutt'intorno, sulle colline aride di macchia e stoppie, bruciano i fuochi estivi. Su uno strapiombo di roccia, in fuga dall'incendio, il protagonista che ha rotto con il consesso dei propri simili, che si è ridotto a sbirciare da lontano le loro passioni incomprensibili, i loro trasporti effimeri, rientra prepotentemente nella vita. È successo che si è girato di scatto, sentendosi osservato. È successo che si è materializzata vicino a lui una donna bellissima. È successo che questa inaudita creatura gli ha rivolto, con accento straniero, una frase: "Vuoi bruciare con me?", e poi è scomparsa. Da quel momento, l'uomo ha di nuovo una ragione per vivere: ritrovare la donna misteriosa che gli sembra di vedere dappertutto e ogni volta gli sfugge.
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Dettagli

2010
20 aprile 2010
181 p., Brossura
9788804601319

Valutazioni e recensioni

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Vlad
Recensioni: 4/5

C'è un posto dove ti senti totalmente impotente perché hai l'impressione che le cose, tutte le cose, accadano lontano da te. E non noti la differenza, tra il tuo essere vivo e il tuo essere morto. Poi c'è un altro posto. Un posto che è più un passaggio, che ti rimette in connessione con le cose. Questo passaggio, questo buco nero, si chiama scrittura e Antonio Moresco lo percorre e lo fa percorrere, superando gli ostacoli della materia oscura e tornando all'esistenza incandescente come una stella sul punto di esplodere - e di morire per dare vita a nuovi pianeti dove la vita possa accadere di nuovo per la prima volta. Questi sono toni entusiastici, lo so. Però Moresco usa la scrittura come fosse un mitra, un bazooka, una limousine lanciata contro una drogheria, uno spropositato atto di amore. La sua scrittura fa succedere le cose.

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Cristiano Cant
Recensioni: 5/5

Delirio e incanto, male abbracciato e amato come in un lunghissimo orgasmo senza fine; rinnovato, perso e ancora riscoperto, luminoso e malefico, sorprendente e tristissimo, nei rovesci di notti uguali a voragini di peccato, insensatezza, perdizione, prolungata infelicità che tenta di aggrapparsi a un senso di ragione, grandezza, sia pure a costo di scendere le rampe del più macabro inferno o disperarsi di gioia sotto le gelide pupille della morte in agguato. La lenta ripetitiva odissea di un viaggio al termine dell'uomo, oltre la vita stessa e contro una morte che non arresta affatto il morire. Due solitudini ai margini più spinti, erotismo scatenato come viscere aperte e senza freni, ossessione e ripetitività come altare di un umano oramai perduto, in una scrittura che non esita a ferire e ferirsi per compiere e cantare un'apocalisse moderna. "L'ho abbracciata come si abbraccia il primo e l'ultimo corpo con cui ci si è tuffati insieme oltre il diaframma della vita e della morte che le fa da specchio". Sesso sperperato e sempre tuttavia riacceso come in un tormento necessario.."la mia radice maschia che ingigantisce fra le sue piccole mani", una villa di demoni dove gli estremi di ogni esperienza di male si azzanneranno da soli, una materia umana distrutta ma perseverare nella sua folle discesa satanica, un cercatore di schiavi e la sua agghiacciante parabola sulla schiavitù come ricchezza del mondo. Fino al crudo realismo - ma occorre andare avanti nella lettura - di una rivolta concreta, armata, in una precisa geografia che va dai Balcani in guerra alla Cecenia assediata, e dove lo spirito di una morale e di una disperata lotta per la vita, o per la libertà se si vuole, affioreranno fra le pagine come il nervo più vasto di questa prorompente grandinata di morte. "Perché nei sogni si può anche scopare con la gola chiusa e nello stesso tempo parlare?". Accade così anche nella grande letteratura: si è tantissime cose dentro la nessuna che ci diciamo di essere.

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Pierpaolo
Recensioni: 5/5

Non avevo mai letto Moresco e devo dire che questo libro mi ha profondamente colpito; non concede pause, lo si legge d'un fiato. Uno stile volutamente scarno, a volte ripetitivo, ma al tempo stesso incalzante, vibrante, pieno di forza. E' davvero triste constatare quanto poco sia conosciuto uno scrittore così profondo. Ci sono tanti validissimi scrittori italiani contemporanei , ma con "Gli incendiati" ho avuto la sensazione di trovarmi finalmente davanti a qualcosa di nuovo, originale, coraggioso. La storia di due amanti soli nel loro moto di ribellione contro un mondo di insensatezza e disfacimento. Un crescendo di intensità narrativa in una dimensione sospesa tra male di vivere e speranze che affiorano, tra squallore e magia , tra realtà e sogno, e che trova il suo apice in un finale epico, apocalittico , dove ciò che sembra essere una corsa verso la morte e l'autodistruzione è in realtà l'esaltazione della vita e della libertà, quella vera.

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Recensioni

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Voce della critica

Negli ultimi anni, ogni volta che leggo un libro di Antonio Moresco non posso fare a meno di pormi alcune domande. La prima è di ordine, diciamo così, autobiografico, benché la biografia sia quella condivisa da chi poco più di una decina d'anni fa, su per giù allo scollinar del secolo, si accingeva, come diceva Leopardi, "a vivere alle lettere": cosa ha rappresentato Moresco – anzi, meglio, la "funzione Moresco" – nel campo letterario italiano? Sospetto che all'epoca abbia rappresentato, per quelli che Bourdieu definirebbe i nuovi entranti, l'esistenza stessa di un campo letterario: mettendolo in discussione, polemizzando, trasfigurando se stesso nella figura "sepolto vivo" come nelle Lettere a nessuno, ne sanciva un'esistenza altrimenti solo spettrale. In altre parole, incarnava, per chi allora iniziava, l'assolutezza di quel gioco serio che è la letteratura (la scrittura, lo stile). Una scommessa folle e malinconica in un contesto fin troppo ricettivo verso operine e romanzetti che non sopravverranno alla prossima rentrée (un contesto mercantile, ma che alla lunga fiacca coscienze e volontà, abbassa spaventosamente le attese). Non è un caso allora che una delle figure più tipiche del repertorio dell'autore mantovano sia quella dell'incendiato.
Allegoria che torna fin dal titolo di quest'ultimo romanzo, Gli incendiati appunto, in cui un protagonista e narratore si aggira, anche qui molto moreschianamente, "solo e completamente infelice", in un mondo di totale "aridità, asservimento, vuoto, vita che sembra morte". Moresco non è mai stato scrittore di sfumature, d'accordo, di ragionate strutture che si svelano lentamente nel procedere delle pagine, erano altri i suoi interessi. Ma qui è come se la tavolozza fosse composta solo di colori primari, anzi solo di bianco e nero, rosso e oro: non c'è praticamente capoverso, riga, che non evochi qualche concetto supremo. E se già si parte a cento all'ora, ogni pagina sarà un ulteriore accelerazione: in una località turistica assediata da misteriosi e infernali incendi, il protagonista incontra una donna che brucia letteralmente in una sublime fiamma. È l'inizio di un'ossessione amorosa, erotica e mistica che accompagnerà i due in un crescendo vertiginoso. Lui si scopre essere una specie di agente segreto, lei è in fuga da un traffico internazionale di schiavi, e i due ne passeranno di cotte e di crude finché non moriranno uccisi dai cattivi del caso. Ma neanche questo li ferma, al contrario: da morti si uniranno agli altri morti in un armageddon cosmico, nella guerra mondiale dei morti contro i vivi, fino all'esoterica fiammata finale.
La seconda, delle domande a cui accennavo all'inizio, si potrebbe sintetizzare così: dove sta andando, oggi, Antonio Moresco? Non sarà negli Incendiati che troveremo una risposta, o almeno non una risposta che siamo pronti a controfirmare. Un testo ascensionale, verticale (come sempre in Moresco non c'è movimento che non sia verticale): anche qui, dove pure gioca con i generi e con la loro "orizzontalità", c'è un costante, convulso rilancio che si conclude (provvisoriamente viene da pensare) nel finale apocalittico, in quest'improbabile punto d'incontro tra videogame di bassa lega e testo sapienziale, pacchianata e mistero, dove i morti bombardano i vivi. Ma, soprattutto, lo fa usando una lingua scomposta, a tratti volutamente brutta; eppure non è la parola necessariamente scomposta di chi sta "sfondando", dell'"invasore" (parole d'ordine moreschiane). Moresco sembra proseguire in un itinerario estremamente personale, senz'altro impervio, di difficile decifrazione, ma un tale avvitamento nel proprio idioletto rischia di apparire più la chiusura di fronte a un accerchiamento che l'apertura (a cosa, verso dove?) che annuncia. Mentre lo osserviamo allontanarsi viene il dubbio che siamo noi a non comprenderlo più, o forse non siamo ancora pronti.
Francesco Guglieri

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Conosci l'autore

Antonio Moresco

1947, Mantova

Scrittore italiano. È autore di opere narrative, teatrali e di saggistica. Ha pubblicato a 46 anni la sua prima raccolta di racconti, Clandestinità (Bollati Boringhieri 1993). Da allora sono numerosissime le opere pubblicate con i più diversi editori, tra cui La cipolla (Bollati Boringhieri, 1995), Lettere a nessuno (Bollati Boringhieri 1997), Gli esordi (Feltrinelli, 1998), Lo sbrego (Holden Maps - Rizzoli, 2005), Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno (Fanucci, 2005), Zio Demostene. Vita di randagi (Effigie, 2005), Merda e Luce (Effigie, 2007) e Canti del caos (Feltrinelli, Rizzoli e Mondadori). Per Mondadori sono inoltre apparsi Gli incendiati (2010), La lucina (2013), Fiaba d'amore (2014), Gli increati (2015), La mia città (Nottetempo 2018),...

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