Leggenda privata

Michele Mari

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 4 aprile 2017
Pagine: 176 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806228958

45° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Biografie - Biografie e autobiografie - Letterati

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    Omar Privitera

    22/09/2018 10:00:40

    Un libro che risucchia nei meandri più bui della psiche, nelle sue fissazioni unilaterali. Una storia sincera di sofferenza. Un libro meraviglioso

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    Desiré

    19/09/2018 08:30:17

    Ottimo Mari. In questo libro si assapora il gusto dolce amaro della vita familiare, del padre padrone e del figlio che come può si salva. L'autore racconta in modo semiserio le sue avventure e disavventure alle prese con un padre ed una madre severi ed esigenti nei suoi confronti, e descrive come questo passato ha influito sulla sua vita da giovane adulto. Non si può non immedesimarsi in un libro così.

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    Ciccio

    18/09/2018 09:48:44

    Al di là delle classificazioni di genere e della trama quasi sempre avventurosa e avvincente, secondo me leggere un libro di Michele Mari è un'esperienza di godimento estetico, di “piacere del testo”, ogni volta unica e indescrivibile, nonché un'occasione imperdibile per lettori amanti della Grande Letteratura. Non è, infatti, questione di scrittori di nicchia, per pochi, per lettori dal palato fine...etc. E' questione di Letteratura, punto! Questo nuovo romanzo o autobiografia o romanzo autobiografico o autobiografia romanzata (ma per i libri di Mari, tutti o quasi, la distinzione è impossibile e fuorviante: da Rosso Floyd a Fantasmagonia a Roderick Duddle, le opere di Mari sono tutte intrise di autobiografia) lo conferma: Mari è ai vertici della letteratura italiana (starei per aggiungere “contemporanea”, ma anche questa formula sarebbe fuorviante nel caso del Nostro). Nel suo racconto autobiografico, tra l'altro popolato di mostri e terrifiche presenze sin dall'incipit (Quello dalle Orbite Vuote, Quello che Gorgoglia, Quello che Biascica...), l'aspetto più originale e interessante di tutta la storia, a mio avviso, non sta nei “fatti” raccontati, quanto nella “forma” linguistica, ricercata, elegante e ricca, epifanica, manieristica e barocca, con cui vengono raccontati-inventati: lo confessa tra l'altro stesso autore. «il mio lievito romanzesco è nella forma, non nei fatti». Con una fondamentale precisazione, però: il manierismo-barocchismo di Mari non è mai fredda e occasionale citazione “turistica” o “museale” delle forme e della lingua della tradizione letteraria, ma fede autentica e dedizione totale, monacale alla casa-letteratura da parte di uno tra i più fedeli e devoti suoi “inquilini” , insieme ad altri grandi del Novecento quali Gadda, Landolfi, Manganelli, Bufalino.

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    aurora

    23/05/2018 12:01:44

    La storia è intrigante senza dubbio, ma perchè scrivere in questo modo assurdo?

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    gabril

    25/04/2017 13:53:13

    Cosa succede a un bambino quando si scopre frutto di un abominevole amplesso primaverile, quando nasce d'inverno, stigmatizzato dall'aberrante numero 8, e quando si trova in balìa di genitori orrendamente geniali, artisti nevrotici, troppo in fretta mal combinati e ben presto separati? Ecco quel che di mostruoso è accaduto a Michelino-Danilo, filatore della propria personalissima intimissima leggenda privata, culattina potenziale, privo di protezione davanti all'onnipotenza dell'orco barbuto (il padre Enzo, noto designer :"lui che occupava le persone come un inquilino occupa un appartamento ristrutturandolo secondo razionalissime leggi") e di fronte all'eclettica divergenza della madre-ragazzino, montanara dalla dura corazza che male nasconde l'intenso, intimo lavorio autodistruttivo dell'anima. Così l'autore si narra e così ci appare : "nudo nella verminosa tenerezza di chi già secerneva lo stame bavoso di che intessere le infrangibili maglie delle proprie corazze future"... "l'anima affidata alle cose e a quella cosa fissa che è il tempo"... "Poi, ragazzino, incominciai a trasferire particole di anima nei libri che leggevo, fino a dislocarvela compiutamente: in questo modo potevo circolare nel mondo come un insensibile golem senza patir troppi danni..." Insomma: abbiamo qui un concentrato dell'essenza biografica di MM : un distillato dei suoi fantasmi, della sua vocazione orrorifica, la cui genesi diventa esplicita ("serio nato da seria, triste da triste..."); una artigliante confessione delle mancanze e delle vergogne, delle ossessioni e delle fobie, di tutta la meraviglia-terrore sepolta nelle cantine, luoghi reali e fantasmatici dove (come il ragno intesse la tela) la vita si fa letteratura, trasformando la debolezza in potenza di invenzione e di ricostruzione del mondo. “Cristallizzandomi mi sono falsificato: e vivendo e scrivendo, e scrivendo della mia vita e vivendo nella mia scrittura”.

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Michele Mari, il vendicatore

Se Michele Mari pubblica un libro autobiografico la circostanza non dovrebbe essere salutata come una novità: per ammissione dell’autore medesimo, infatti, tutta la sua scrittura è sempre stata impastata nella materia autobiografica. E invece la novità c’è: Leggenda privata è un libro dichiaratamente e apertamente autobiografico, come lo era quello che non sarà inverosimile intendere quale sua anticipazione mediata, quell’ «autobiografia per feticci» che Mari ha dato alle stampe un paio di anni fa con il titolo di Asterusher . Dai feticci raffigurati nelle fotografie di Francesco Pernigo – oggetti e ambienti – si passa qui a una vera e propria discesa alle Madri, anzi ai Genitori, se così si può dire, che quasi giocoforza si modella come un «romanzo dell’orrore». Le figure genitoriali, spesso soltanto accennate nei testi precedenti, ora vengono affrontate a viso aperto, con tanto di nomi, di situazioni e, ancora una volta, di fotografie, a cominciare da quella che campeggia in copertina, nella quale il piccolo Michele si frappone con aria di sfida tra la madre e lo sguardo fotografico del padre.

Il romanzo si apre con un rovesciamento di prospettiva: se in altre opere era l’autore a evocare i mostri, adesso sono loro – riuniti in «Accademia» – a convocare lui, a imporgli il passaggio pressoché obbligato del romanzo familiare, di «un romanzo triste/angosciato e dunque caratterizzato da una certa quota di divertimento e di virtuosismo». Da lì, dopo qualche esitazione, prende il via una narrazione priva di linearità cronologica e intervallata da momenti onirici, costruita per associazioni, per bagliori, una narrazione che ha appunto la forma di una discesa, di uno scavo stratigrafico nell’orrore dei propri mostri (segnatamente familiari). Ne scaturisce un’autobiografia che è possibile riassumere con queste parole: «Solitudine, palpitazioni, nevrosi: ecco, intanto con questo trilogo ho già raccontato il grosso». La solitudine è quella di un bambino talvolta addirittura deprivato dei contatti con i propri coetanei («Angelo Gioia non metterà più piede in questa casa», sentenzia il padre dopo la visita pomeridiana di un compagno di scuola) in nome di una sorta di unicità dei Mari, della loro superiorità intellettuale, mentre il piccolo Michele desidererebbe un padre «normale». Le palpitazioni le suscita soprattutto una figura femminile dell’adolescenza, anch’essa tenuta a debita distanza dalla famiglia, la Donatella-Ivana-Loretta dalle cui mani il giovane Michele compra il Mottarello: tra le tante figure del romanzo è la più sana, perché risponde a una pulsione erotica primaria, perché incarna forse la prima scoperta del femminile. E sotto questo aspetto è al contempo illuminante e terribile il breve confronto tra il padre e il figlio adolescente riguardo al sesso: da una parte una visione strumentale, quasi cinica, della sessualità, dall’altra l’idea dell’onanismo «come stato permanente e indelebile dell’essere al mondo». In termini astratti, da una parte c’è il design (di cui Enzo Mari è una figura rilevantissima), cioè la concretezza delle cose, la dimensione economica; dall’altra la letteratura, il «ricamo» delle parole, il «frin-frin» (secondo le parole sprezzanti dello stesso padre).

E al terzo lemma del trilogo, la nevrosi, la letteratura deve moltissimo. Non solo lo si comprende dalla lettura di Leggenda privata, che in sostanza documenta l’educazione di uno scrittore, ma anche da quella di un altro libro che Michele Mari ha mandato pressoché contemporaneamente in libreria, ossia la terza edizione (è la volta del Saggiatore) dei Demoni e la pasta sfoglia, libro mostruoso sia per la mole – siamo ormai, a tredici anni dalla prima pubblicazione, ben oltre le settecento pagine – sia per i suoi abitatori, mostri letterari (e non solo) di ogni genere. La fortunata congiuntura editoriale è assai feconda, perché i due libri paiono illuminarsi a vicenda, pieni come sono di rimandi reciproci, a partire da quei demoni cui si consacra la letteratura. Proprio scrivendo, infatti, gli scrittori «finiscono di consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano, finché, posseduti, essi diventano quegli stessi demoni». E di questi sono appunto popolati entrambi i libri, al punto che viene voglia di considerare anche la raccolta di saggi come una autobiografia per feticci, o magari per ossessioni; del resto alle ossessioni e ai feticismi sono dedicate due parti piuttosto consistenti del volume. Michele Mari non ha mai nascosto la necessità di un confronto corpo a corpo con la tradizione e con la memoria letteraria, del quale I demoni e la pasta sfogliarappresenta il sommo documento. Al fondo delle ossessioni c’è quella della forma, per la «pasta sfoglia verbale», con un rimando metaforico tutt’altro che casuale: la pasta sfoglia si realizza con una procedura complicata, difficile, lenta; non è un prodotto di immediata preparazione. E lo stesso vale per la scrittura (convincenti e ripetuti sono gli strali che Mari lancia nei confronti di qualunque tipo di minimalismo letterario).

C’è nel romanzo una metafora che rinvia direttamente ai giri e alle pieghe della pasta sfoglia: quella della coclea che protegge il «soggetto molle», quella «persona irrisolta e divisa» frutto di una ferita: «come un paguro indifeso, mi son dovuto cercare e trovare una bella coclea, spiraliforme, robusta, placcata di durissima madreperla». Ma qual è questa ferita, da dove trae origine la scissione? Naturalmente nella famiglia, sembra rispondere Leggenda privata, nella frattura, non solo fisica ma anche caratteriale e sociale tra i genitori (per dire, i nonni materni borghesi e i nonni paterni proletari non si incontrarono mai): se per il padre severo e durissimo, totalmente immerso nel proprio lavoro di designer, l’affetto è «ammirato, dimolto guardingo», per la madre Gabriela, «una perfetta macchina di dolore», vittima di sé stessa, della propria madre e di Enzo Mari, l’affetto non può che essere «afflitto». Non è un caso che Leggenda privata narri esclusivamente vicende dell’infanzia e della giovinezza, perché è lì che tutto si plasma (alla sanguinosa infanzia è notoriamente intitolato uno dei libri più belli dell’autore); Mari si è affacciato sul «lutulento botro delle proprie angosce e ossessioni» (l’espressione sta nei Demoni e la pasta sfoglia) per poi gettarvisi a capofitto. E come per ogni ossessione, per ogni trauma, c’è una scena primaria in cui tutto si condensa e si compendia: il buio della notte, lontane urla di una lite furibonda tra i genitori, rumore di vetri infranti, un lungo corridoio, una scarpa femminile colma di sangue; «un’immagine degna di un onesto film horror, e deputata a figurare sulla copertina del dvd», scrive Mari. È l’immagine appunto che riassume tutta la vicenda e avrebbe potuto fungere da copertina del libro, se oltre che nella mente di quel bambino di otto-nove anni fosse rimasta impressionata anche su una pellicola; immagine che peraltro getta una luce ancor più sinistra sull’aggettivosanguinosa collocato accanto al sostantivo infanzia. Per proteggersi da tutto questo è nata la necessità di costruirsi una corazza di parole e di libri, una coclea di solitudine e di nevrosi. La coclea è anche la forma del romanzo, è lo stile che consente di sfuggire al pericoloso mito dell’immediatezza, nel momento in cui ci si volge alla palpitante materia dell’autobiografia; solo con le armi della letteratura ci si sottrae alle insidie del patetismo e del sentimentalismo. Leggenda privata sembra ribadire le ragioni della letteratura esposte con dovizia di esemplificazioni nei Demoni e la pasta sfoglia: «la letteratura è tanto più forte quanto più essa è tautologicamente letteraria».

E se la letteratura dà voce alle ossessioni, anzi ne assume precisamente la forma, talvolta rappresenta persino un risarcimento: nelle sue volute a spirale la coclea può assumere una forma acuminata e, pur mantenendo la propria funzione protettiva, può ferire a sua volta. Qualcosa del genere lo aveva compreso Enzo Mari al momento della pubblicazione di Tu, sanguinosa infanzia, giusto venti anni fa, rimproverando al figlio «che la letteratura non dovrebbe essere mai impiegata per un “regolamento di conti”». Ma già nel 1820 Leopardi, autore che nel pantheon di Michele Mari occupa un posto di assoluto rilievo, scriveva a Pietro Giordani di aver concepito «certe prosette satiriche», «quasi per vendicarmi del mondo». Quelle prosette satiriche qualche anno dopo avrebbero assunto il titolo di Operette morali, cioè uno dei vertici della nostra letteratura. Dunque si può fare (grande) letteratura e insieme trovare una riparazione almeno momentanea alle ferite della vita. E così l’intero romanzo sembra emanare dallo sguardo di Mari bambino ritratto nella foto di copertina; e, per assonanza, la leggenda privata si volge in vendetta privata.

Massimiliano Manganelli