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Leggenda privata - Michele Mari - copertina
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Descrizione

Vincitore della quarantesima edizione del Premio Letterario Internazionale Mondello, sezione Opera italiana

Finalista all’ottava edizione del Premio Bottari Lattes Grinzane, sezione “Il Germoglio”

Finalista alla XLIX edizione del Premio Vitaliano Brancati, categoria Narrativa

Finalista al Premio Napoli 2018, sezione Narrativa.

Michele Mari passa al microscopio i tasselli di un'intera esistenza: la sua. Un romanzo di formazione giocoso e serissimo che è anche un atto di coerenza verso le ragioni piú esose della letteratura.

Non c'è scampo per chi scrive: anche se credevi di esserti già messo a nudo, il passato torna sempre. E stavolta chiede il conto. Un'«autobiografia horror» in cui l'autore sfida se stesso confrontandosi con il demone piú forte di tutti: la letteratura.

«Se la madre non lo difendeva, si formava talvolta nella mente del figlio la delirante intenzione di difenderla lui, come si evince da una fotografia scattata dal padre: autentico scudo umano, il figlio si frappone con uno sguardo che dice: "Dovrai passare sul mio cadavere"».

L'Accademia dei Ciechi ha deliberato: Michele Mari deve scrivere la sua autobiografia. O, come gli ha intimato Quello che Gorgoglia, «isshgioman'zo con cui ti chonshgedi». Se hai avuto un padre il cui carattere si colloca all'intersezione di Mosè con John Huston, e una madre costretta a darti il bacino della buonanotte di nascosto, allora l'infanzia che hai vissuto non poteva definirsi altro che «sanguinosa». Poi arriva l'adolescenza, e fra un viscido bollito e un Mottarello, in trattoria, avviene l'incontro fatale: una cameriera volgarotta e senza nome che accende le fantasie erotiche del futuro autore delle Cento poesie d'amore a Ladyhawke... Ma è davvero una ragazza o un golem manovrato da qualche Entità? Assieme a lei, in una «leggenda privata» documentata da straordinarie fotografie, la famiglia dell'autore e il suo originalissimo lessico. E poi la scuola, la cultura a Milano negli anni Sessanta e Settanta, e alcune illustri comparse come Dino Buzzati, Walter Bonatti, Eugenio Montale, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. Chiamando a raccolta tutti i suoi fantasmi e tutte le sue ossessioni (fra cui un numero non indifferente di ultracorpi), Michele Mari passa al microscopio i tasselli di un'intera esistenza: la sua. Un romanzo di formazione giocoso e serissimo che è anche un atto di coerenza verso le ragioni piú esose della letteratura.
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2017
4 aprile 2017
176 p., ill. , Rilegato
9788806228958

Valutazioni e recensioni

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paola v.
Recensioni: 4/5

Un libro molto bello. Forse tra i migliori insieme a "Ipotesi di una sconfitta" di Giorgio Falco. Se questi due scrittori fossero stati americani saremo di fronte all'ammirazione da parte di mezzo mondo. Ma sono nati in Italia e un po' ci dispiace per loro. Li ho visti entrambi alla presentazione, del Premio Napoli, discreti e sempre lontano dai riflettori, gli unici due a dire cose interessanti e a stimarsi reciprocamente. Due uomini rari ormai. Consiglio senz'altro Leggenda privata.

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antonio
Recensioni: 5/5

Il Maestro perdonerà se, immersi in tale oscura e morbosa storia, ogni tanto il respiro si trattenga e poi scoppi in risata convulsa. Perché è ben chiaro, da ridere c'è ben poco.

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EC
Recensioni: 4/5

L'autore narra con spietato coraggio e ironia la sua infanzia e l'ingresso nell'età adulta, alle prese con genitori famosi e difficili e con i turbamenti della crescita. Il pastiche, la commistione di alto e basso, rendono inimitabile lo stile di questo memoire autobiografico intriso di verità tragicomica, dolore e capacità di sopravvivenza.

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Voce della critica

Michele Mari, il vendicatore

Se Michele Mari pubblica un libro autobiografico la circostanza non dovrebbe essere salutata come una novità: per ammissione dell’autore medesimo, infatti, tutta la sua scrittura è sempre stata impastata nella materia autobiografica. E invece la novità c’è: Leggenda privata è un libro dichiaratamente e apertamente autobiografico, come lo era quello che non sarà inverosimile intendere quale sua anticipazione mediata, quell’ «autobiografia per feticci» che Mari ha dato alle stampe un paio di anni fa con il titolo di Asterusher . Dai feticci raffigurati nelle fotografie di Francesco Pernigo – oggetti e ambienti – si passa qui a una vera e propria discesa alle Madri, anzi ai Genitori, se così si può dire, che quasi giocoforza si modella come un «romanzo dell’orrore». Le figure genitoriali, spesso soltanto accennate nei testi precedenti, ora vengono affrontate a viso aperto, con tanto di nomi, di situazioni e, ancora una volta, di fotografie, a cominciare da quella che campeggia in copertina, nella quale il piccolo Michele si frappone con aria di sfida tra la madre e lo sguardo fotografico del padre.

Il romanzo si apre con un rovesciamento di prospettiva: se in altre opere era l’autore a evocare i mostri, adesso sono loro – riuniti in «Accademia» – a convocare lui, a imporgli il passaggio pressoché obbligato del romanzo familiare, di «un romanzo triste/angosciato e dunque caratterizzato da una certa quota di divertimento e di virtuosismo». Da lì, dopo qualche esitazione, prende il via una narrazione priva di linearità cronologica e intervallata da momenti onirici, costruita per associazioni, per bagliori, una narrazione che ha appunto la forma di una discesa, di uno scavo stratigrafico nell’orrore dei propri mostri (segnatamente familiari). Ne scaturisce un’autobiografia che è possibile riassumere con queste parole: «Solitudine, palpitazioni, nevrosi: ecco, intanto con questo trilogo ho già raccontato il grosso». La solitudine è quella di un bambino talvolta addirittura deprivato dei contatti con i propri coetanei («Angelo Gioia non metterà più piede in questa casa», sentenzia il padre dopo la visita pomeridiana di un compagno di scuola) in nome di una sorta di unicità dei Mari, della loro superiorità intellettuale, mentre il piccolo Michele desidererebbe un padre «normale». Le palpitazioni le suscita soprattutto una figura femminile dell’adolescenza, anch’essa tenuta a debita distanza dalla famiglia, la Donatella-Ivana-Loretta dalle cui mani il giovane Michele compra il Mottarello: tra le tante figure del romanzo è la più sana, perché risponde a una pulsione erotica primaria, perché incarna forse la prima scoperta del femminile. E sotto questo aspetto è al contempo illuminante e terribile il breve confronto tra il padre e il figlio adolescente riguardo al sesso: da una parte una visione strumentale, quasi cinica, della sessualità, dall’altra l’idea dell’onanismo «come stato permanente e indelebile dell’essere al mondo». In termini astratti, da una parte c’è il design (di cui Enzo Mari è una figura rilevantissima), cioè la concretezza delle cose, la dimensione economica; dall’altra la letteratura, il «ricamo» delle parole, il «frin-frin» (secondo le parole sprezzanti dello stesso padre).

E al terzo lemma del trilogo, la nevrosi, la letteratura deve moltissimo. Non solo lo si comprende dalla lettura di Leggenda privata, che in sostanza documenta l’educazione di uno scrittore, ma anche da quella di un altro libro che Michele Mari ha mandato pressoché contemporaneamente in libreria, ossia la terza edizione (è la volta del Saggiatore) dei Demoni e la pasta sfoglia, libro mostruoso sia per la mole – siamo ormai, a tredici anni dalla prima pubblicazione, ben oltre le settecento pagine – sia per i suoi abitatori, mostri letterari (e non solo) di ogni genere. La fortunata congiuntura editoriale è assai feconda, perché i due libri paiono illuminarsi a vicenda, pieni come sono di rimandi reciproci, a partire da quei demoni cui si consacra la letteratura. Proprio scrivendo, infatti, gli scrittori «finiscono di consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano, finché, posseduti, essi diventano quegli stessi demoni». E di questi sono appunto popolati entrambi i libri, al punto che viene voglia di considerare anche la raccolta di saggi come una autobiografia per feticci, o magari per ossessioni; del resto alle ossessioni e ai feticismi sono dedicate due parti piuttosto consistenti del volume. Michele Mari non ha mai nascosto la necessità di un confronto corpo a corpo con la tradizione e con la memoria letteraria, del quale I demoni e la pasta sfogliarappresenta il sommo documento. Al fondo delle ossessioni c’è quella della forma, per la «pasta sfoglia verbale», con un rimando metaforico tutt’altro che casuale: la pasta sfoglia si realizza con una procedura complicata, difficile, lenta; non è un prodotto di immediata preparazione. E lo stesso vale per la scrittura (convincenti e ripetuti sono gli strali che Mari lancia nei confronti di qualunque tipo di minimalismo letterario).

C’è nel romanzo una metafora che rinvia direttamente ai giri e alle pieghe della pasta sfoglia: quella della coclea che protegge il «soggetto molle», quella «persona irrisolta e divisa» frutto di una ferita: «come un paguro indifeso, mi son dovuto cercare e trovare una bella coclea, spiraliforme, robusta, placcata di durissima madreperla». Ma qual è questa ferita, da dove trae origine la scissione? Naturalmente nella famiglia, sembra rispondere Leggenda privata, nella frattura, non solo fisica ma anche caratteriale e sociale tra i genitori (per dire, i nonni materni borghesi e i nonni paterni proletari non si incontrarono mai): se per il padre severo e durissimo, totalmente immerso nel proprio lavoro di designer, l’affetto è «ammirato, dimolto guardingo», per la madre Gabriela, «una perfetta macchina di dolore», vittima di sé stessa, della propria madre e di Enzo Mari, l’affetto non può che essere «afflitto». Non è un caso che Leggenda privata narri esclusivamente vicende dell’infanzia e della giovinezza, perché è lì che tutto si plasma (alla sanguinosa infanzia è notoriamente intitolato uno dei libri più belli dell’autore); Mari si è affacciato sul «lutulento botro delle proprie angosce e ossessioni» (l’espressione sta nei Demoni e la pasta sfoglia) per poi gettarvisi a capofitto. E come per ogni ossessione, per ogni trauma, c’è una scena primaria in cui tutto si condensa e si compendia: il buio della notte, lontane urla di una lite furibonda tra i genitori, rumore di vetri infranti, un lungo corridoio, una scarpa femminile colma di sangue; «un’immagine degna di un onesto film horror, e deputata a figurare sulla copertina del dvd», scrive Mari. È l’immagine appunto che riassume tutta la vicenda e avrebbe potuto fungere da copertina del libro, se oltre che nella mente di quel bambino di otto-nove anni fosse rimasta impressionata anche su una pellicola; immagine che peraltro getta una luce ancor più sinistra sull’aggettivosanguinosa collocato accanto al sostantivo infanzia. Per proteggersi da tutto questo è nata la necessità di costruirsi una corazza di parole e di libri, una coclea di solitudine e di nevrosi. La coclea è anche la forma del romanzo, è lo stile che consente di sfuggire al pericoloso mito dell’immediatezza, nel momento in cui ci si volge alla palpitante materia dell’autobiografia; solo con le armi della letteratura ci si sottrae alle insidie del patetismo e del sentimentalismo. Leggenda privata sembra ribadire le ragioni della letteratura esposte con dovizia di esemplificazioni nei Demoni e la pasta sfoglia: «la letteratura è tanto più forte quanto più essa è tautologicamente letteraria».

E se la letteratura dà voce alle ossessioni, anzi ne assume precisamente la forma, talvolta rappresenta persino un risarcimento: nelle sue volute a spirale la coclea può assumere una forma acuminata e, pur mantenendo la propria funzione protettiva, può ferire a sua volta. Qualcosa del genere lo aveva compreso Enzo Mari al momento della pubblicazione di Tu, sanguinosa infanzia, giusto venti anni fa, rimproverando al figlio «che la letteratura non dovrebbe essere mai impiegata per un “regolamento di conti”». Ma già nel 1820 Leopardi, autore che nel pantheon di Michele Mari occupa un posto di assoluto rilievo, scriveva a Pietro Giordani di aver concepito «certe prosette satiriche», «quasi per vendicarmi del mondo». Quelle prosette satiriche qualche anno dopo avrebbero assunto il titolo di Operette morali, cioè uno dei vertici della nostra letteratura. Dunque si può fare (grande) letteratura e insieme trovare una riparazione almeno momentanea alle ferite della vita. E così l’intero romanzo sembra emanare dallo sguardo di Mari bambino ritratto nella foto di copertina; e, per assonanza, la leggenda privata si volge in vendetta privata.

Massimiliano Manganelli

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Conosci l'autore

Michele Mari

1955, Milano

Michele Mari è nato a Milano nel 1955. I suoi libri sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989), Io venía pien d'angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998), La stiva e l'abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell'anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002), I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro 2010), Cento poesie d'amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007), Milano fantasma (edt 2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso...

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