Traduttore: S. Basso
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2013
Pagine: 118 p., Rilegato
  • EAN: 9788806217501
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Recensioni dei clienti

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    vittoria

    15/01/2017 14:21:30

    Ho preferito di gran lunga "Il senso di una fine". Questo l'ho trovato un tantino angosciante. Tuttavia,ritengo che Burns sia un grande scrittore;molto bravo a trasformare in parole le emozioni e i sentimenti. Continuero'a leggerlo.

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    Cristiana

    02/04/2014 16:29:59

    Questo libro mi è piaciuto di più del precedente, almeno nella parte "personale". Tuttavia questo scrittore non mi piace, è confuso e caotico nella trama e nell'intreccio. Saltabecca senza grazia fra narratore onnisciente, dialoghi da sceneggiatura (molto improbabili) e descrizione intimista dei propri sentimenti. L'incipit è bello, bella l'idea di fondo, bello che venga riproposta qui e là come leitmotiv; è dopo aver ascoltato l'incipit alla radio che ho deciso di dare un'altra chance a quest'autore, e' anche il motivo per cui, alla fine, do tre.... traete, se volete, le conclusioni

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    enrico.s

    26/02/2014 16:47:17

    Francamente non mi spiego il coro elogiativo che sento e leggo ovunque per questo libro. Anche il precedente (Il senso di una fine) non mi aveva entusiasmato ed avevo deciso di non leggera altro di questo pur quotatissimo autore ...ed avrei fatto bene a restare fedele alla mia decisione. ...Barnes scrive certamente bene, però, specie dopo aver letto l'ultima parte del libro, in cui rievoca il proprio personale dolore per la morte della moglie, mi è venuto un sospetto di cui mi vergogno anche un po': sarà veramente sincero? E' possibile che un auotre possa scrivere di un sentimento così privato e personale senza problemi? Non sarà, perdonatemi, vanità? La sofferenza come una forma di distinzione? Si può davvero "mettere in piazza" in modo genuino qualsiasi sentimento autentico (non quello di un personaggio di fantasia)? e, se sì, si può farlo facendolo pagare col prezzo di copertina? Non ho una risposta...solo i dubbi che mi sono venuti alla fine del libro, che mi hanno "rovinato" il piacere della lettura e che mi sento di esporre ai frequentatori di ibs.

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    jane

    18/02/2014 16:51:27

    Tralascio la tripartizione del libro, le sommarie biografie delle prime due parti e la mongolfiera metafora della vita perché penso che quello che Barnes voleva esprimere davvero stia nell'ultimo capitolo sul dolore per la perdita della moglie. Straziante e dolcissimo insieme, acuto nelle osservazioni perché chi ha subìto un lutto ha una particolare sensibilità nel rilevare i comportamenti altrui che feriscono di più (rimozione,minimizzazione,frasi consolatorie e inopportune, consigli non richiesti). È un'analisi quasi impudica del dolore, ma credo che non sia un'esibizione letteraria - tanto meno a scopo commerciale - penso sia un tributo dovuto alla moglie; infatti dice di aver rinunciato al suicidio perché in questo modo lei sarebbe morta per la seconda volta. Ricordarla e ripercorrere il dolore per la sua perdita è come continuare la conversazione con lei e un po' come tenerla in vita. E lo ha fatto in modo sincero e spietato, senza tener conto di quanto il tema della morte sia scomodo nella nostra società. Penso che il senso del libro sia questo.

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    Loris

    07/02/2014 10:16:28

    L'auto-fiction va per la maggiore e Barnes dà il suo dolente contributo. Perché? Forse solo per reagire, per mettere ordine e dare una parvenza di senso al caos della vita attraverso la scrittura. Non trovo compiacimento o furberie nella messa in scena del lutto. Barnes descrive i suoi stati d'animo, non fornisce dettagli sulla compagna, sulla loro vita in comune e sulla malattia. Parla della perdita (senza la pretesa di fornire insegnamenti universali), dell'esperienza del precipitare dopo essere ascesi all'empireo attraverso l'amore. Nella prima parte, lo fa in forma narrativa, usando figure storiche per introdurre il tema del volo (in mongolfiera) e della fotografia, che a sua volta si riallaccia alla memoria e alla possibilità di scoprire inediti punti di vista su sé e sul mondo. Quel che ne esce è un libro particolare che si sottrae alle consuete classificazioni di genere.

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    diamonddave

    15/01/2014 11:56:15

    Un'idea bella ed intelligente alla base di questo lavoro di Barnes, acuto, profondo, toccante: l'unione di cose che nascono separate, ma dalla cui unione si ottiene una prospettiva non semplicemente diversa, ma nuova in modo definitivo.

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    claudio

    08/12/2013 08:43:14

    Libro molto personale, ricordo della moglie amata che è morta in pochi giorni. Partendo da tre personaggi ottocenteschi, pionieri del volo, Barnes ci racconta la sua vita dopo la morte della moglie. E lo fa in maniera eccellente.

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    Paolo

    20/11/2013 20:47:10

    Un'altra delusione, dopo "Il senso di una fine". Peccato per lo scrittore del magnifico "Arthur e George".

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    Alessandro

    04/11/2013 15:56:37

    Già con la precedente lettura (IL SENSO DI UNA FINE) non ero rimasto pienamente soddisfatto, scrittura molto furbina... ma qua ragazzi è ancora peggio: avete presente Baricco? ecco siamo lì solo che Barnes alla fine ci propina anche una estenuante psicologia della morte, di chi cioè sopravvive alla morte della compagna della propria vita. Tutto legittimo (al giorno d'oggi) ma io mi chiedo: PERCHE'? Perchè mi devo leggere una cosa così personale così intima di un'altra persona? perchè uno scrive di un dolore, di una reazione ad un dolore, in modo così sfacciato direi sì, sfacciato, caspita! ma una cosa così personale non dovrebbe rimanere segreta? non ci dovrebbe essere un moto di riservatezza/orgoglio/dignità in certi frangenti, in questi frangenti? o tutto è buono per scriverci sopra un libriccino e venderci qualche copia? o questo libro è stato scritto per sport? per beneficenza? Possibile che oggi non ci sia più niente, più nessun sentimento che debba essere custodito, protetto, coltivato nella riservatezza?

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    francesco v

    14/10/2013 17:02:48

    Se volete sapere cosa vuol dire amare, chiedetelo a Julian Barnes. Libro di una bellezza che lascia sgomenti

Vedi tutte le 10 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

  È Susanna Basso che ci insegna a guardare alla traduzione letteraria come a un "tempo di attesa" (Esperienze e divagazioni militanti, Bruno Mondadori, 2010). Sotto la lampada, nel cerchio chiaro di una luce che illumina e isola, si instaura un rapporto esclusivo tra chi traduce e le frasi che aspettano di essere restituite in un'altra lingua. È un nuotare lento nella scrittura dell'autore, tra i marosi dei silenzi che separano l'originale dal futuro tradotto. È una fase sospesa in cui tuttalpiù ci si può concedere la temporanea zattera dei dizionari come unico baluardo del provvisorio, in attesa della scialuppa salvifica della memoria. Perché, aggiunge Basso, aspettare le parole significa "fidarsi di un meccanismo speciale della memoria, in grado di farci ricordare qualcosa che, personalmente, non conosciamo" ma che, da lontano, ci guida nella scelta più giusta: "Tradurre è un po' come avere interi romanzi sulla punta della lingua, e perciò sapere che la sensazione assomiglia a una forma di tormentosa amnesia nella quale l'unico ricordo certo è che si è dimenticato". Nessun dizionario, perciò, risulta totalmente efficace; è piuttosto la memoria e la memoria soltanto a ricordarci come tradurre un intero contesto già assorbito. Per Basso, che alle parole di Barnes ha dedicato ormai qualche anno della sua attività, dev'essere stata, quest'ultima, un'attesa più paziente del solito. Perché Livelli di vita è, a sua volta, un tardo esercizio traduttivo. E dunque un esercizio della memoria. Composto a cinque anni dalla morte per cancro dell'adorata moglie, l'agente letteraria Pat Kavanagh, l'ultimo libro di Julian Barnes è anche una sorta di scongiuro: "La memoria, ‒ ci confida ‒ l'archivio fotografico della mente, sta venendo meno". Ed è forse per timore di un azzeramento dei ricordi, di una doppia perdita, del presente e del passato, che lo scrittore fissa lo sguardo sul dolore, sulle mancanze, sulla morte, sul lutto, e non mostra nessun pudore nel chiamarli con i loro nomi. Sono quelle le parole che alcuni amici e conoscenti, i "Sacerdoti del Silenzio", evitano di citare, usando metafore ed eufemismi ("spegnersi", per esempio, "come un abat-jour? come una radio?"), non capendo invece che sono proprio loro gli unici a poter avvalorare trent'anni di vita insieme, i testimoni di un'esistenza a due "spenta" in quei brevissimi infiniti trentasette giorni intercorsi tra la diagnosi e la morte. "La malattia ‒ scriveva Susan Sontag, ‒ è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa". Perché tutti noi nasciamo con una doppia cittadinanza – "quella dello star bene e quella dello star male" – e talvolta siamo costretti a riporre nel cassetto il passaporto buono e a riconoscerci cittadini di quell'altro paese. Ma i dolenti non credendo che la morte sia un fallimento della medicina, si irritano quando gli altri "evitano perfino il semplice uso di un nome". Da ex lessicografo qual è, Barnes sa bene (proprio come la sua traduttrice) che alcune verità sono indicibili, che alcune parole non hanno equivalenti pieni, che non esiste "un'età dell'oro nella quale parole e significati abbiano coinciso (…). Le parole nascono, vivono, decadono, muoiono. È solo l'universo linguistico che fa il suo mestiere, nient'altro". È la stessa frase che si ripeteva tornando a casa in macchina dall'ospedale: "È solo l'universo che fa il suo mestiere", riconoscendo che un'altra cosa che si perde, quando una persona amata muore, è la sensazione che vi sia un disegno nelle cose, un'illusione che gli scrittori condividono quando sperano che le loro parole "possano arrivare a comporsi in idee, storie, verità". La loro salvezza. Come salvarsi, allora, dalla Sehnsucht (termine appunto non traducibile in inglese, ci dice Barnes), dalla straziante solitudine di una comunicazione interrotta ("Tutti quei 'noi' annacquati in un 'io'")? Come armarsi di un'argomentazione più forte della tentazione di un suicidio? Se, come asseriva Ford Madox Ford, "ci si sposa per proseguire la conversazione", come si può continuare ad alimentare un dialogo con chi non è più vivo, eppure non ha mai smesso di esistere? Semplicemente, continuando a parlarle, tenendo in vita una lingua privata e perduta che è priva di valore se spiegata a un estraneo, continuando a credere nella sua presenza in assenza, continuando a vivere in un "tempo verbale intermedio, il presente-passato", nell'attesa che, un giorno, il "tropico del dolore" assottigli la sua linea orizzontale, che le nuvole siano spazzate da una brezza inattesa, che soffi, possibilmente, verso l'amata Francia. È lì, infatti, che si apre la narrazione e che comincia, anche per noi lettori, il tempo dell'attesa. Perché prima di essere trascinati nella "tempesta di nostalgia" di Barnes, siamo intrattenuti con altri racconti, addirittura con altri generi di scrittura. Se Perdita di profondità è un memoriale di disarmante schiettezza e crudeltà, la prima sezione (Il peccato dell'altezza) è un saggio storico che si concentra su tre figure. Incontriamo, inizialmente, Félix Tournachon, dalla chioma e dallo spirito fiammante, meglio conosciuto come Nadar: una geografia egli stesso. Per primo si era calato nel ventre di Parigi a rubare scatti rivoluzionari alle fogne e alle catacombe, e poi si era innalzato nei cieli della città con Le Géant, un aerostato "di proporzioni straordinarie", mettendo insieme "due cose che insieme non erano mai state": l'aeronautica e la fotografia. E anche se nel 1858 i suoi esperimenti erano falliti miseramente, è a lui che siamo debitori per aver osservato noi stessi da lontano, per aver reso "il soggettivo all'improvviso oggettivo". Poi c'è "la divina" Sarah Bernhardt. Aveva volato nei cieli francesi in una mongolfiera arancione in compagnia di un amante, "scaricando spensieratamente zavorra sugli umili spettatori terragni". L'ultimo è il colonnello Fred Burnaby della cavalleria della guardia reale, che nel 1882 aveva compiuto l'impresa di attraversare la Manica. Cinici e sprezzanti del pericolo, questi "nuovi Argonauti" avevano tutti ceduto al peccato dell'altezza sfidando gli dei, finché Barnes non li costringe a tornare sulla terra e a fare i conti con il "piano orizzontale" al quale tutti noi siamo destinati. E, soprattutto, con l'amore – "il punto d'incontro fra verità e prodigio" – e con i suoi voli, a cui continuiamo dissennatamente ad affidarci, condiscendendo alle correnti, bilanciando i pesi, rischiando sempre cadute rovinose. Come nella storia immaginata in Con i piedi per terra, in cui il colonnello Burnaby, autoingannandosi, viene letteralmente scaricato come una zavorra dall'evanescente sottile Sarah, così sottile da passare senza bagnarsi tra una goccia di pioggia e l'altra. E se tutte queste storie intrecciate costruiscono "l'impalcatura in cui inserire il lutto" di un uomo addolorato, ciò che rimane assente nel libro è proprio il nome di lei, Pat, che Barnes non cita nemmeno una volta. Basso scrive che i nomi propri, "gli intraducibili, sono gli ultimi a spegnersi, ad attraversare il confine dell'afasia". Qui, al contrario, il suo nome è l'unica cosa che manchi, l'unico pudore che Barnes si concede. La sua Pat è un universo intraducibile, e "ciò che viene meno è più della somma di ciò che c'era".   Daniela Fargione