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Norberto Bobbio

Editore: Passigli
Collana: Il filo rosso
Edizione: 2
Anno edizione: 1994
Pagine: 300 p.
  • EAN: 9788836803095
GALANTE GARRONE, ALESSANDRO, I miei maggiori, Garzanti, 1984

BOBBIO, NORBERTO, Maestri e compagni, Passigli, 1984
(recensione pubblicata per l'edizione del 1984)
recensione di Tranfaglia, N., L'Indice 1984, n. 2

Hanno più di un tratto comune i libri che quasi contemporaneamente pubblicano Bobbio e Galante Garrone. Entrambi nascono dall'esigenza degli autori di raccogliere saggi e riflessioni che ripercorrono momenti significativi della propria esistenza: e in particolare, la propria formazione politica e culturale e gli anni della lotta antifascista e resistenziale. I nomi che ricorrono nei capitoli dei due libri quando non coincidono (è il caso di Gaetano Salvemini e di Piero Calamandrei, cui gli autori dedicano nell'uno e nell'altro libro un ritratto) appartengono comunque allo stesso mondo dell'intellettualità liberale, democratica e antifascista: Bobbio parla di Capitiani, Colorni, Ginzburg, Giuriolo, Mondolfo e Monti, Galante Garrone ricorda Ruffini, Omodeo, Einaudi, Jemolo, Salvatorelli, Parri, Ernesto Rossi. Si tratta, nell'uno e nell'altro caso, di uomini che hanno attraversato la prima metà di questo secolo comunicando agli autori una lezione che è difficile compendiare in una formula ma che fa pensare subito al titolo di un altro, famoso libro pubblicato da Bobbio vent'anni fa: l'"Italia civile", l'Italia altra insomma da quella ufficiale e vincente che ha attraversato il fascismo, il centrismo, l'attuale repubblica con gli scandali e la crisi profonda che caratterizza gli anni '80, ancor più dei decenni precedenti.
Se questo è vero, tutti e due i volumi possono - e forse devono - essere letti secondo una duplice chiave giacché, a prima vista, comunicano al lettore quelle che potremmo definire "vite esemplari", vicende di personaggi che hanno preferito il carcere, l'esilio e la morte e in ogni caso l'emarginazione dal potere per combattere in maniera assidua e coerente per i propri ideali di libertà, di democrazia, di fede negli altri uomini. Ma poiché, nell'uno e nell'altro caso, collocano quelle vicende nella storia italiana ed europea di questo secolo e di quella storia danno un'analisi e un giudizio, i ritratti diventano, a una lettura più attenta, l'indicazione positiva dei valori e degli ideali che gli autori ritengono essenziali in una repubblica democratica, sorta non a caso da una lunga resistenza alla dittatura e quindi da una sanguinosa lotta di liberazione.
Leggendo le seicentocinquanta pagine che compongono le due raccolte si avverte prima di tutto la presenza di una comune atmosfera. Ed è, lasciatemelo dire, un'atmosfera religiosa. Non c'è il dio dei cristiani ma al suo posto c'è quella "religione laica" più volte rievocata in questi anni contro l'estremismo e l'irrazionalismo: una religione fatta di un culto profondo per la ragione come strumento fondamentale di organizzazione sociale e di progresso per gli uomini, di diffidenza per ogni ideologia che si ponga come chiave di spiegazione totale e autoritaria del mondo e della storia. Ed è, mi pare, la stessa ragione degli illuministi resa solo più cauta e problematica da quello che proprio la storia ha mostrato negli ultimi cento anni: le dittature, i "lager", il nuovo terrore delle guerre in ogni parte del mondo. Ma in fondo lo spirito è quello: agli intellettuali spettano più doveri che diritti e, in primo luogo, quello di non tradire il proprio ruolo; di preferire sempre la verità per quanto scomoda e pericolosa al potere; di testimoniare con la propria vita, prima ancora che con i propri scritti, la fedeltà ai propri ideali.
Certo, passando dall'uno all'altro, si scoprono anche le differenze che caratterizzano i due libri e che nascono dalla personalità dell'uno e dell'altro autore, ma anche dalle occasioni e dai modi diversi di costruzione che caratterizzano i volumi. Bobbio ha raccolto dieci ritratti nati in occasione di dibattiti o commemorazioni nell'ultimo ventennio; Galante Garrone ha cucito e riscritto (o almeno rivisto) soprattutto articoli apparsi in questi anni su giornali e riviste e nello stesso tempo ha ripercorso la propria esistenza e i propri incontri decisivi secondo un filo che va dall'università ad oggi. In Bobbio resta in primo piano l'analisi della teoria politica e di quel tormentato rapporto tra etica e politica che è sempre stato al centro della sua speculazione filosofica, anche se nei suoi saggi emerge sempre il profondo interesse umano che caratterizza il suo rapporto con tutti, a cominciare dai giovani (come può ricordare chi gli sottopose in anni lontani i suoi primi lavori). In Galante Garrone la vocazione dello storico sovrasta su tutto e i ritratti sono legati prima che a ogni altra cosa al momento che l'autore rievoca. Si ha una prova di questa differenza, e quasi d'una complementarità dei due approcci, leggendo i ritratti che gli autori dedicano a Salvemini e a Calamandrei: il rimpianto è comune, ed è comune anche il giudizio positivo che Bobbio e Galante Garrone esprimono su quelle personalità ma le prospettive si integrano; nell'uno e nell'altro saggio si trovano accentuazioni diverse che si legano in qualche modo all'approccio caratteristico dell'uno e dell'altro.
Diversa è anche la conclusione che Bobbio e Galante Garrone hanno ritenuto di dover apporre ai loro volumi. Sarebbe forzato, e fuori luogo, dire che l'uno è pessimista e l'altro è ottimista ma non c'è dubbio che accenti diversi caratterizzino la visione complessiva che essi hanno dell'Italia d'oggi. Scrive Bobbio nelle ultime righe della sua "Prefazione" a proposito dei "Maestri e compagni" di cui parlano: "Rappresentano non solo un'altra Italia, ma anche un'altra Storia: una Storia che sinora non ha mai avuto piena attuazione, se non in rarissimi momenti tanto felici quanto di breve durata. Del cui avvento, pur dopo due lunghe guerre mondiali, che alla loro fine avevano acceso tante speranze, non riesco a cogliere nel prossimo futuro alcun visibile segno". Galante Garrone, alla fine della sua "Prefazione", afferma a sua volta che le sue pagine vorrebbero riuscire soprattutto in due intenti: "Da un lato, vorrei che si percepisse l' "attualità" ancor oggi di certe battaglie o scaramucce di tanti anni fa, di certi gesti di fierezza e di dignità civile... Dall'altro lato, un invito alla speranza, che queste persone a me care, pur così inclini al pessimismo, ci hanno lasciato, nonostante tutto". Si è colpiti da due espressioni nei testi che ho citato. Bobbio sottolinea la non realizzazione di quell'altra Italia, in cui si iscrivono i suoi personaggi: parve realizzarsi ma furono "momenti tanto felici quanto di breve durata". E ora non si vede nessun segno che quell'Italia possa in futuro realizzarsi. Galante Garrone sembra invitare il lettore a percepire le lezioni di civiltà che i suoi "maggiori" hanno dato e non esclude una speranza perché, lo ricordava Ernesto Rossi "sulla storia dell'umanità non cala mai il sipario".
Non c'è dunque tra i due una differenza che si possa qualificare con i tratti del pessimismo o dell'ottimismo: ma forse c'è in Galante Garrone, più che un Bobbio, l'immersione in una dimensione storica assoluta, che sembra temperare in qualche modo la visione non esaltante dell'Italia in cui viviamo.
Parlare, a questo punto, degli altri contenuti specifici che caratterizzano "Maestri e compagni" e "I miei maggiori" richiederebbe uno spazio che non mi è concesso. Vorrei limitarmi perciò a due osservazioni legate non tanto alle tesi che emergono dall'uno o dall'altro saggio ma sollecitate piuttosto dal significato complessivo dei libri di cui stiamo parlando.
La prima è che i protagonisti delle pagine di Bobbio e di Galante Garrone sono in gran parte personaggi che una storiografia ossequiente al potere definirebbe dei vinti: molti di loro hanno trascorso una buona parte della loro vita in carcere o in esilio, hanno perduto la propria cattedra o la propria casa, sono morti in solitudine e in povertà. Ma c'è di più: alcuni di loro non hanno ricevuto dalla repubblica n‚ onori n‚ riconoscimenti e sono, per le nuove generazioni, dei perfetti sconosciuti perche' l'Italia ufficiale continua a considerarli dei "rompiscatole" o dei fastidiosi moralisti.
In questo senso, malgrado Bobbio sia stato di recente nominato senatore a vita e Galante Garrone sia noto agli italiani per i suoi libri e per la sua collaborazione a un grande quotidiano, anche gli autori rivelano nei loro scritti un senso di solitudine e di distacco da una società come quella attuale, e in particolare da una classe politica che - salvo rare eccezioni - sembra aver dimenticato molti tra gli insegnamenti fondamentali della battaglia contro il fascismo.
La seconda osservazione riguarda proprio la dittatura mussoliniana. È indubbio che quell'esperienza sia stata di importanza centrale nella vita dei due autori ma non solo di questo si tratta. Scorrendo i riferimenti assai numerosi che richiamano il lettore agli anni del regime, si coglie con chiarezza il fatto che l'aver trascorso due decenni in un'Italia non solo oppressa dalla tirannide ma, almeno in certi anni, (e sia pure in superficie) rassegnata - se non appagata - dalla dittatura, resta ancora per Bobbio e Galante Garrone un'esperienza bruciante, un problema di cui non si vede ancora una spiegazione del tutto soddisfacente.
Rileggendo, in particolare, il saggio "Le colpe dei padri" che Bobbio scrisse dodici anni fa, in aperta polemica con chi scrive, per riaffermare ancora una volta che non vi fu cultura fascista e che appunto tra fascismo e cultura non può esservi che completo divorzio, mi sembra di dover dire che la sua posizione, assai discutibile a mio avviso sul piano storico (tanto più dopo che, nell'ultimo decennio, sono apparse ricerche importanti sulla cultura fascista o dei fascisti), deve essere letta all'interno della sua esperienza di vita, di chi con il fascismo non ha avuto soltanto un incontro - scontro intellettuale bensì un impatto pesante e doloroso ad ogni livello.
Da questo punto di vista, i saggi di Bobbio e Galante Garrone, anche quando su singoli problemi si ha una diversa interpretazione di fatti e personaggi, costituiscono una testimonianza importante sull'Italia contemporanea.