Mamma è matta, papà è ubriaco - Fredrik Sjöberg - copertina

Mamma è matta, papà è ubriaco

Fredrik Sjöberg

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Traduttore: Andrea Berardini
Editore: Iperborea
Collana: Narrativa
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 22 gennaio 2020
Pagine: 206 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788870916188
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Mamma è matta, papà è ubriaco

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Dall'autore di L'arte di collezionare mosche – bestseller mondiale, tradotto in più di venti paesi – un nuovo originalissimo libro sulle coincidenze.

«Sjoberg mi interessa forse proprio per quello, perché nota cose diversissime da quelle che noterei io. Il suo è lo sguardo del collezionista, e il suo delirio è il delirio del collezionista.» - Paolo Nori, TuttoLibri

«Spassoso, stravagante, ricco, iconoclastico, brillante». - Wall Street Journal

«Fredrik Sjöberg è il Karl Ove Knausgård dell'entomologia, assolutamente affascinante». - The Daily Beast

«Fredrik Sjöberg scrive con una passione contagiosa!». - The Indipendent

«Nel condividere l'esperienza della solitudine e della riflessione, Sjöberg invita i lettori a guardare attraverso i suoi occhi, con un linguaggio che è spesso poetico, a volte imperscrutabile». - Kirkus Reviews

È osservando un enigmatico quadro dipinto più di un secolo fa che l’irresistibile affabulatore Fredrik Sjöberg ricostruisce la vita del pittore danese Anton Dich, artista di talento che non raggiunse mai il successo, eccentrico outsider dimenticato che visse i suoi giorni segnati da fallimenti e intrighi famigliari, tra la Danimarca, la Parigi delle avanguardie e la riviera ligure. Come accade sempre nei libri di Sjöberg, la vita di Dich non è che il punto di partenza per indagare in infinite direzioni e interrogarsi. Innanzitutto: come mai un pittore di talento non ha mai ottenuto alcun successo ed è anzi stato sostanzialmente cancellato dalla storia dell’arte? Scavando nelle vite con la sua insaziabile curiosità, Sjöberg incrocia il destino di Eva Adler, moglie di Anton, già vedova del celebre pittore Ivar Arosenuis, ed esplora i complicati legami intrecciati dagli Adler, famiglia matriarcale divenuta ricchissima grazie all’industria casearia. Un vivace affresco di un’epoca e di una famiglia, di personaggi talentuosi e camaleontici, di figure femminili forti ed emancipate che si muovono in ambienti intellettuali e artistici a fianco di Modigliani, Brecht, Picasso e Gertrude Stein, ma anche Adolf Hitler, compagno di accademia di una delle sorelle Adler. Un turbinio di riferimenti ad artisti e autori, tratteggiato con l’inconfondibile arguta ironia di Fredrik Sjöberg che in questo nuovo inclassificabile libro si interroga su come le coincidenze, gli eventi e gli incontri fortuiti, governino il destino degli artisti. E sulla fortuna di chi cerca di ricostruire la loro vicenda, oltre che, in fondo, tutta la nostra esistenza.
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    Erika Vecchietti

    29/05/2020 13:06:28

    Splendidamente ozioso, magnificamente divagante, è una bella riflessione sul perché, nell'universo dell'arte, ci sono autori che raggiungono la fama e altri che cadono nell'oblio.

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    Bruno

    14/05/2020 19:34:10

    Anton Dich, grande eppure scomparso pittore danese, incuriosisce Sjöberg tanto da coinvolgerlo in una ricerca senza confini. Devo dire che è stata una lettura abbastanza difficile per i tanti personaggi che hanno affollato la vita e dintorni di Dich. Incredibili, poi, gli intrecci di esistenze e anche gli incontri con discendenti nei modi più improbabili. È qui che si può ragionevolmente affermare che la realtà ha superato ogni fantasia. Sjöberg fa giustizia ad un artista che avrebbe sicuramente meritato notevoli riconoscimenti (a tutti gli effetti è assolutamente sconosciuto in Danimarca). Probabilmente l'assenza di necessità economiche non l'ha portato a salire sulla ribalta dell'epoca, sfiorando altri artisti - Modigliani su tutti - che invece lasciavano un segno definitivo nella Storia dell'Arte. Un'esistenza tormentata, vagabonda, testimone di un'epoca paneuropea in fermento, prima che la Seconda Guerra mondiale la spegnesse per sempre.

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    Simona

    12/05/2020 07:37:36

    Questo libro dovrebbe avere due votazioni: storia raccontata 1 stella e narrazione 5. Sì si parla di Anton Dich, pittore danese sconosciuto ai più, morto nel 1935 a Bordighera dove è tutt'ora sepolto. Il problema di base è dato dal fatto che su questo pittore c'è davvero poco visto che in gran parte era il peggiore creitico di sé stesso e distruggeva i suoi lavori poi perchè, mai in vita, è riuscito a farsi un nome se non fra pochi amici e perché colui che scrive di questa ricerca parla più di altro che di questo. Per cui tu ti metti lì a leggere, rincuorato da una scrittura scorrevole e in alcuni punti anche divertente e ti ritrovi dopo a domandarti se è proprio di Dich che voglia parlare. Una piacevole lettura ma non eterna, del Monocchio di Ginzburg, lo storico italiano che ha fatto una cosa simile a questo autore, io me ne ricordo benissimo con il suo "Il formaggio e i vermi", di Dich, nonostante lo abbia finito settimana scorsa, già si sbiadiscono i ricordi...

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    luciano

    24/03/2020 09:55:18

    Il libro si apre con un bel quadro del 1921, che ritrae due ragazze adolescenti: Lillan e la cugina Hanna, del pittore danese Anton Dich. Lillan, che si rivelerà essere "la bambina più ritratta nella storia dell'arte svedese", è quella con le trecce e con le mani "intrecciate contegnosamente in grembo". Il paesaggio, che fa da sfondo a questo doppio ritratto, è quello di Mentone, sulla Costa Azzurra. E' Lillan, ancora bambina, che pronuncia la frase: "Mamma è matta, papa è ubriaco"; frase pronunciata sul treno che da Mentone andava a Parigi. Su quel treno Lillan è assieme al fratello Ivan, alla madre Eva Adler- Arosenius-Dich, e al padre Dich. Il libro è incentrato sulla figura di Anton Dich. L'autore ha impiegato tre anni per ricostruire la vita di questo pittore dimenticato e ne è venuto fuori questo interessante libro, in cui si incontrano molti altri personaggi, le cui vicende si intrecciano con quelle di Dich. Il libro contiene anche aspetti della vita dell'autore e molte sue riflessioni: "Solo l'arte scadente ha bisogno di essere spiegata. Più un'opera d'arte è valida, più inutile diventa la critica, di solito in proporzione al valore dell'opera stessa".

Vedi tutte le 4 recensioni cliente

Oltre alla scrittura, gli interessi e le passioni di Fredrik Sjöberg sono pressoché infiniti. Nella sua vita si è dedicato, a falsi alterne o in contemporanea, alla filatelia, al birdwatching, alla botanica, alla storia dell’arte, all’entomologia e a chissà quali altre branche del sapere umano che suscitano costantemente la sua irrequieta curiosità. Nonostante lui stesso cerchi spesso di sminuire la portata della sua conoscenza, è evidente che la testardaggine e la passione che mette in ciascuno di questi hobby lo portano a collezionare un repertorio di saperi ampio e incredibilmente approfondito. Ciascuno dei quali viene poi riversato nei suoi romanzi, che sono sempre una via di mezzo tra narrazioni fascinose e racconti concreti di fatti storici, traendo spunto dalla realtà che lo circonda e dalle sue svariate conoscenze.

La passione di Sjöberg per l’entomologia ha portato alla pubblicazione di L’arte di collezionare mosche, per esempio, mentre il suo amore per l’arte l’ha spinto a inseguire in lungo e in largo il ricordo di Gunnar Widforss, pittore conosciuto in America ma completamente ignorato in Europa, protagonista poi del suo romanzo L’arte della fuga. In Mamma è matta, papà è ubriacola curiosità di Sjöberg lo spinge di nuovo a indagare vita, morte e miracoli di un’artista pressoché sconosciuto, in una ricerca durata tre anni e resa possibile non solo dalla giusta dose di testardaggine che l’autore mette in ogni sua passione, ma anche dalle competenze che ha sviluppato nell’ambito della storia dell’arte.

Il papà ubriaco del titolo è Anton Dich, un pittore danese relativamente attivo intorno agli anni Venti caduto presto nel dimenticatoio, più per resa personale che per mancanza di talento. Sjöberg aveva iniziato a prestarvi attenzione mentre indagava sulla vita di un altro artista, Olof Ågren, le cui memorie sono ora sepolte sotto un cumulo di aneddoti inutili. Il primo contatto tra l’autore e l’arte di Dich è legato invece un particolare dipinto, realizzato nel 1921 a Mentone, in cui vediamo due bambine sedute l’una accanto all’altra. A sinistra Hanna, a destra Lillan. Per Sjöberg è difficile concepire come possa un pittore di chiaro talento essere stato dimenticato in modo così infame. Inizia quindi a entrare nei meandri della sua storia biografica, ricostruendo un tassello alla volta la personalità e la vita di Anton Dich, viaggiando per incontrare i parenti ancora in vita, consultando archivi e lavorando con attenzione minuziosa per rimettere insieme il quadro frastagliato di un’artista giramondo.

Quello che però diventa subito chiaro è che persino nella sua biografia, Dich viene facilmente messo in ombra da personaggi molto più intricati e interessanti di lui. La mamma matta citata nel titolo ne è solo l’esempio più lampante: una ricca donna diventata musa di più pittori, parte di un’eccentrica famiglia di artisti o aspiranti tali, ragazze ribelli, filantropi e imprenditori di successo, in cui si avvicendano matrimoni, parti e divorzi come nella più intricata telenovela argentina. La storia di Dich non è altro che la storia di un matriarcato sopra le righe, in cui le vicende dell’autore si perdono tra quelle di molti altri personaggi. Non a caso la vera curiosità che dà il via alla narrazione non riguarda tanto Anton Dich, quanto l’identità di Hanna e Lillan, le bambine del quadro che ha colpito originariamente Sjöberg.

La ricerca da cui trae origine Mamma è matta, papà è ubriaco è gestita con professionalità e cura, ma la forma che Sjöberg ha deciso di dare alle sue scoperte rifugge dal mero trattato biografico per approdare a una narrazione fantasiosa e divertente, in cui la voce narrante interviene a più riprese per esprimere giudizi, ammettere le sue mancanze e aggiungere curiosità su questioni marginali o del tutto ininfluenti. Salti temporali, focus su personaggi sempre diversi, lunghe digressioni e riflessioni estemporanee fanno da contorno a uno stile sempre limpido e pulito, che difficilmente arriverebbe mai a tediare il lettore o a metterlo in difficoltà.

Sullo sfondo rimane comunque sempre l’ombra di un quesito fondamentale, ripreso poi in termini espliciti solo nel finale: com’è possibile che nessuno si ricordi di Anton Dich? Non ha vissuto un’esistenza così mediocre, la sua carriera artistica l’ha portato ad avere contatti diretti con autori che rimarranno nella storia, a cominciare dal suo compagno di bevute Amedeo Modigliani. Eppure di lui rimangono pochi quadri, pochi tentativi di metterli in mostra, poche testimonianze e ancor meno interesse.
In definitiva, il successo non è una questione che riguarda solo il talento, ma l’autostima, il contesto, la fortuna e un’infinità di altre direttrici che contribuiscono a rendere la vita imprevedibile, e proprio per questo degna di essere raccontata.

 

Recensione di Anja Boato

  • Fredrik Sjöberg Cover

    Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale, dopo gli studi di biologia a Lund ha passato due anni viaggiando intorno al mondo. Dal 1986 vive sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’originalità della sua scrittura, che fonde letteratura, riflessione e divulgazione con umorismo e poesia, ha ottenuto successo e riconoscimenti a livello internazionale. L’arte di collezionare mosche (Iperborea, 2015) è diventato un caso editoriale in tutta Europa ed è stato nominato dal The Times «Nature Book of... Approfondisci
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