Traduttore: C. Previtali
Editore: Einaudi
Edizione: 2
Anno edizione: 2010
Pagine: 292 p., ill.
  • EAN: 9788806202347

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Fumetti e graphic novels - Storie vere e non-fiction

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Scelto da IBS per la Libreria ideale perché la storia di un autore che si confronta con i propri fantasmi diventa la storia dell'intera umanità.

Un graphic novel innovativo e modernissimo dopo venticinque anni, uno sguardo anticonvenzionale e paradossalmente realistico all’Olocausto

La storia di una famiglia ebraica tra gli anni del dopoguerra e il presente, fra la Germania nazista e gli Stati Uniti. Un padre, scampato all'Olocausto, una madre che non c'è più da troppo tempo e un figlio che fa il cartoonist e cerca di trovare un ponte che lo leghi alla vicenda indicibile del padre e gli permetta di ristabilire un rapporto con il genitore anziano. Una storia familiare sullo sfondo della più immane tragedia del Novecento. Raccontato nella forma del fumetto dove gli ebrei sono topi e i nazisti gatti.

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Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    n.d.

    26/10/2018 12:54:23

    Un graphic crudo, senza sconti per gli orrori del nazismo e dell’olocausto. Di grande effetto

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    CyberDracula

    22/10/2018 19:28:05

    Uno dei migliori e alquanto rari fumetti che con maestria artigianale ha saputo raccontare con una visione intimistica l'olocausto nella famiglia di un fumettista ebreo. (Mossa ben riuscita di pubblicare tutti i capitoli in un unico volume. Pubblicato per la prima volta nei lontani anni '80 dalla defunta Milano Libri Editore. Peccato che qualcuno non l'abbia compreso.)

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    Gaia @lalettricesegreta

    23/09/2018 14:09:28

    Una storia potente, in ogni senso possiate mai dare a questa parola. Umana, intensa, vera. Non parla solo di Olocausto. Parla della vita. Del dolore. Delle difficoltà. Della forza che serve a superarle. Di chi è troppo debole e lascia che queste vincano. Della Storia e dei suoi orrori. Di chi ha potuto dire "io c'ero". Di chi ha perso tutto per la follia dell'uomo. C'è una cosa che mi ha molto colpita. Art Spiegelman rappresenta una delle grandi macchie del passato mondiale con il più semplice dei binomi "predatori e prede", i Nazisti come gatti e gli Ebrei come topi. Eppure in questo c'è una dura e sottile ironia. I topi da sempre sono animali che creano ribrezzo al pensiero, ci danno di sporco, di fetido, di fogna. Mentre qui è l'animale da compagnia, il fiero e tanto amato gatto, a diventare oggetto della nostra repulsione. Un cambio di prospettiva che prende a pugni lo stomaco e stritola il cuore. Una lettura imperdibile!

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    Alberto

    23/09/2018 09:23:12

    Maus è una graphic novel di Art Spiegelman, vincitrice del premio Pulitzer nel 1992. L'autore attraverso un racconto autobiografico ci narra della storia di suo padre Vladek e della sua famiglia ebrea sopravvissuta al campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Il romanzo attraverso l'allegoria di rappresentare gli ebrei come topi e i nazisti come gatti riesce a raccontare in maniera perfetta l'orrore di quel periodo oscuro che vide lo sterminio di massa di una popolazione perpetrato dai nazisti. Una storia emozionante, in grado di suscitare nel lettore una profonda commozione, grazie anche a dei disegni semplici ma estremamente incisivi. Una delle migliori graphic novel di tutti i tempi che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita per non dimenticare uno dei periodi più oscuri della storia umana e riflettere affinché ciò non si ripeta mai più.

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    Enrico

    23/09/2018 08:53:26

    Non è un fumetto, è un'opera d'arte! Tant'è che rientra nella categoria Graphic Novel. Credo che non si possa restare insensibili al racconto della vita del padre dell'autore e dell'orrore del campo di sterminio. Infilate occhi e mani tra quei topi sporchi, in fuga, impauriti e inermi e tra quei gatti malvagi e razzisti. Lasciate che lo sguardo e la mente vengano catturati dalla cruda ruvidezza dei disegni, dalla narrazione. Quei topi sono umani più delle persone che incontriamo volenti o nolenti tutti i giorni. Maus vi farà ricredere sul vostro concetto di “fumetto”. Vi mostrerà l’Olocausto da un’angolazione mai vista prima. Vi farà sorridere e commuovere pagina dopo pagina e alla fine, vi costringerà a trovargli uno spazio d’onore sulla mensola dei vostri libri preferiti. Un prodotto che consiglio veramente perchè fa davvero emozionare.

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    Anna

    22/09/2018 23:54:41

    Bellissimo fumetto che con delicatezza ma anche con estremo realismo racconta il periodo dell’olocausto. La storia viene narrata dal punto di vista di Spiegelman che intervista il proprio padre partendo dagli eventi che precedettero la seconda Guerra Mondiale fino alla liberazione dai Nazisti. Nel libro viene descritto il complicato rapporto tra Spiegelman e suo padre e come gli avvenimenti del passato tormentino ancora il loro rapporto. Un libro da leggere.

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    Francesca

    22/09/2018 06:23:00

    È una graphic novel (Non fumetto) sul tema del nazismo. Lo consiglio!

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    Dario

    21/09/2018 15:53:39

    MAUS è un'opera che chiunque dovrebbe leggere almeno una volta. L'autore racconta l'Olocausto attraverso le parole di suo padre, un ebreo sopravvissuto agli orrori del lager nella Seconda Guerra Mondiale. Vladek racconta al figlio Art i dolori e le sofferenze della guerra, dall'inizio alla fine, ma MAUS non si limita a questo. Attorno al racconto principale, che è quello storico, girano anche tutte le vicende dei giorni nostri, dove il padre dell'autore è diventato un anziano tirchio e scorbutico. In questo fumetto tutto è importante: le vicende prima dei racconti, i piccoli cedimenti di Vladek, i suoi gesti all'apparenza inutili ma che sotto nascondono una storia, e molto altro. Alcune cose di MAUS, però, non si possono descrivere. Bisogna viverle, leggerle.

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    buzzi42

    19/09/2018 16:15:24

    Capolavoro del fumetto mondiale. L'Olocausto raccontato all'autore da suo padre, un sopravvissuto a un campo di concentramento nazista, e dal figlio tradotto in parole e immagini, grazie anche all'uso di personaggi con fattezze animali per rappresentare le diverse etnie (polacchi, tedeschi, ebrei...). Ne risulta un libro incredibile, toccante, angosciante, commovente e a volte divertente, seppure non si possa mai ridere davvero, perché quello narrato è un capitolo terribile della Storia, che già conosciamo ma che non dobbiamo smettere di leggere.

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    Roberta

    19/09/2018 12:19:54

    Maus è un’opera a fumetti che ripercorre la storia vera del padre dell’autore, deportato in un campo di concentramento in quanto ebreo. Nell’immenso panorama delle opere dedicate al tema dell’olocausto, Maus ha il merito di affrontare il tema in maniera tanto delicata quanto originale. È senza dubbio innovativo, per esempio, il fatto che gli ebrei vengano raffigurati come topi e i nazisti come gatti. Altro punto di forza dell’opera è la capacità dell’autore di trasmettere emozioni e di ricostruire in maniera incredibilmente viva i ricordi del proprio padre, e ciò nonostante l’asciuttezza del fumetto, che non consente di proporre dialoghi eccessivamente lunghi o elaborati. Ritengo che quest’opera debba considerarsi imprescindibile per chiunque voglia approfondire il tema dell’olocausto e, soprattutto, per chi intende farlo secondo una chiave di lettura del tutto diversa dalle precedenti.

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    Domenico

    18/09/2018 15:47:14

    Lo consiglio senza ombra di dubbio il miglior fumetto sul tema nazista che io abbia mai letto!!!!

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    Laura

    18/09/2018 11:09:11

    Un romanzo a fumetti che tocca un tema delicato come l’olocausto senza ipocrisia, rappresentando le parti coinvolte sotto forma di animali: abbiamo i gatti che sono i nazisti e gli ebrei con le sembianze di topi. Un modo molto particolare di narrare che però non rifugge dalla verità, mostrandoci tutte le peripezie e il coraggio avuto dal padre del protagonista durante gli anni degli orrori nazisti, ma non avendo paura di far vedere come anche chi ha subito quei traumi non è esente da pregiudizi. Una sincerità disarmante dell’autore nel mostrare pregi e difetti di suo padre, allontanandosi dalle solite narrazioni autoreferenziali sull'olocausto. Da leggere perché ricordare fa sempre bene e in questo caso rimarrete stupiti da cotanta onestà intellettuale.

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    n.d.

    08/05/2018 15:46:12

    Un classico. Ottima la struttura e il messaggio

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    n.d.

    06/04/2018 19:54:28

    Che dire ? Maus è da avere punto!

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    Domenico

    17/09/2017 14:30:58

    Stupenda storia sulle atrocità umane!!!super consigliato...

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    paolo

    31/01/2016 21:02:35

    Lo conoscevo di fama, nientemeno come uno dei maggiori testi di fiction (mai il termine è stato così poco efficace) sull'olocausto, quindi ero pronto al l'entusiasmo o alla delusione cocente, di certo non alla mediocrità. Dopo i primi capitoli l'italiano zoppicante (tradotto dall'americano-yiddish-polacco) di Vladek mi affaticava, l'animalizzazione dei personaggi mi sembrava pretestuosa quanto quella di Orwell nella Fattoria, il disegno fitto, nero e pianeggiante delle pagine mi pareva appesantire un po' troppo la lettura. Invece con il procedere della lunga storia dell'indistruttibile e insopportabile Vladek Spigelman sono entrato sempre più nel racconto, nel l'orrore di quella ineluttabile normalità che è stato il procedere del nazismo verso lo sterminio. Raccontata da un uomo moralmente mediocre come Vladek, che è terribilmente avaro, razzista, egocentrico, la shoah assume contorni ancora più orribili, ed è umanissimo lo smarrimento dell'autore Art, figlio di Vladek, che a quanto pare non si è più ripreso dalle fatiche psichiche che la stesura ha comportato. Non è retorico, davvero non lo è, chiedersi alla fine: come è potuto accadere? È ancor di più, come hanno potuto sopportare, i sopravvissuti, il ritorno alla normalità? Anja, la madre di Art, non ha saputo sopportarlo....

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    mariateresa radogna

    27/10/2013 11:14:18

    "Mio padre sanguina Storia". Questo sottotitolo è il senso ultimo di questa graphic novel! Un senso che pare proprio essere sfuggito ai detrattori che si appellano al"littering di un solo tipo e anonimo" e alla "narrazione lenta e monotona". Quanto al littering anonimo ritengo sia un espediente mirato a far cogliere la spersonalizzazione avvenuta nei campi; la non differenziazione tra il tempo del ricordo e quello del presente è altrettanto metaforica: chi si porta addosso un simile orrore ha la percezione di un infinito e dilatato presente di atrocità con cui convivere giornalmente. La lentezza della narrazione è tutt'uno con la fatica del ricordo che deve farsi racconto. Strepitosa la metafora dell'insetto ucciso col DDT, a ricordare come sia sbagliato sacralizzare le vittime, che erano uomini e donne coi loro difetti e le loro paure, esattamente come tutti,e come tutti soggetti a commettere errori. Dunque non di razzismo di ritorno si tratta, ma della presa in carico della propria sofferta umanità. Il sopravvissuto non è un eroe, ma un uomo come tanti, che ha avuto la ventura di stare tra i salvati e non i sommersi, e che giornalmente deve barcamenarsi tra le proprie certezze sgretolate e l'urgere della vita. E' la fatica della normalità quella che qui viene raccontata, mentre si sanguina storia! E' uno straordinario tentativo di raccontare scegliendo una veste insolita e sicuramente perturbante!!!! Qualcosa con cui doversi misurare sicuramente, possa o no piacere.

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    Lorenzo Panizzari

    03/09/2012 14:10:58

    L'ho letto per la sua fama, ma ne sono rimasto molto deluso. Fumettisticamente scarso per grafica ed impaginazione: vignette a tratto spesso, disegni piccoli e saturi, uso/abuso di nero pieno e linee fitte/incrociate per riempire di tutto e creare atmosfera cupa; tavole statiche, troppo regolari per dimensioni ed allineamento; narrazione lenta e monotòna (tutto allo stesso livello emotivo), littering di un solo tipo ed anonimo caratterizza il passaggio presente-ricordo. Curioso l'abbinamento animali/popoli, ma a differenza degli animali utilizzati l'uomo è "una" razza e la trovata lascia il sapore del razzismo di ritorno (inconscio?) da parte della vittime. La ricerca di proprie radici attraverso quelle del padre, l'ebreo stereotipato (padre avaro e figlio settario), la prima moglie mitizzata che aleggia per il racconto, la seconda come surrogato e svilita, la gravità per Vladek dei banali problemi del presente contrapposta alla normalità narrativa del tragico passato, qualche guizzo ironico nel finale (racconta del gas per gli ebrei e poi l'insetto ucciso con il ddt, il figlio diventa fisicamente bambino con il terapeuta e di fronte ad alcuni problemi) ecc ecc: trucchetti insufficienti a sollevare l'opera dalla bassa mediocrità. Non tutto ciò che parla della shoah deve essere importante (pena l'essere tacciati di antisemitismo): gli eventi sono stati tragici, ma la loro condanna, il rinnovarne il ricordo perché non si ripetano e la partecipazione emotiva, non bastano a fare un capolavoro del fumetto o dell'impegno civile. Ed infatti questo non lo è. Qual'è l'obiettivo del lavoro: la somatizzazione dell'autore o ricordare al mondo? Se è il primo ok, ma è personale e lascia il tempo che trova; se è il secondo, allora molto meglio affidarsi a Shindler's List o Exodus o La freccia del tempo.

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    Lorenzo Panizzari

    25/05/2012 16:17:16

    L'ho letto per la sua fama, ma ne sono rimasto molto deluso. Fumettisticamente scarso per grafica ed impaginazione: vignette a tratto spesso, disegni piccoli e saturi, uso/abuso di nero pieno e linee fitte/incrociate per riempire di tutto e creare atmosfera cupa; tavole statiche, troppo regolari per dimensioni ed allineamento; narrazione lenta e monotòna (tutto allo stesso livello emotivo), littering di un solo tipo ed anonimo caratterizza il passaggio presente-ricordo. Curioso l'abbinamento animali/popoli, ma a differenza degli animali utilizzati l'uomo è "una" razza e la trovata lascia il sapore del razzismo di ritorno (inconscio?) da parte della vittime. La ricerca di proprie radici attraverso quelle del padre, l'ebreo stereotipato (padre avaro e figlio settario), la prima moglie mitizzata che aleggia per il racconto, la seconda come surrogato e svilita, la gravità per Vladek dei banali problemi del presente contrapposta alla normalità narrativa del tragico passato, qualche guizzo ironico nel finale (racconta del gas per gli ebrei e poi l'insetto ucciso con il ddt, il figlio diventa fisicamente bambino con il terapeuta e di fronte ad alcuni problemi) ecc ecc: trucchetti insufficienti a sollevare l'opera dalla bassa mediocrità. Non tutto ciò che parla della shoah deve essere importante (pena l'essere tacciati di antisemitismo): gli eventi sono stati tragici, ma la loro condanna, il rinnovarne il ricordo perché non si ripetano e la partecipazione emotiva, non bastano a fare un capolavoro del fumetto o dell'impegno civile. Ed infatti questo non lo è. Qual'è l'obiettivo del lavoro: la somatizzazione dell'autore o ricordare al mondo? Se è il primo ok, ma è personale e lascia il tempo che trova; se è il secondo, allora molto meglio affidarsi a Shindler's List o Exodus o La freccia del tempo.

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    monica

    15/02/2012 07:47:06

    Graphic novel che narra la tragedia dell'Olocausto raccontata dal figlio di un sopravvissuto ad Aischwitz. Dall'inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei negli anni precedenti lo scoppio della guerra fino ad arrivare ad uno spaccato molto chiaro della vita dei deportati nei Lager di sterminio. Padre e figlio che parlano che si raccontano ma hanno uno stile di vita ben diverso, il padre e' un reduce dagli orrori del nazismo e manifesta in ogni suo gesto questo suo passato angoscioso imponendolo alla famiglia, il figlio si rende conto che le barbarie subite da questi sopravvissuti si estendono fino alla sua generazione. Gli ebrei sono disegnati come topi proprio come li rappresentava la propaganda nazista, i nazisti come i gatti che in realta' sono i predatori dei topi per antonomasia. Un bel libro, leggero e scorrevole fatto solo di dialoghi che esprimono in modo evidente cosa rappresentava essere ebreo negli anni bui del nazismo e le sue conseguenze.

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“Insomma, non riesco neppure a dare un senso al rapporto con mio padre… Come posso dare un senso ad Auschwitz?... All’Olocausto?...”

È difficile commentare un’opera controversa come “Maus – Racconto di un sopravvissuto”, un graphic novel che nell’America degli anni Ottanta si permise di parlare dell’Olocausto. Ai tempi alcuni artisti d’avanguardia usavano il fumetto come medium, ma per il pubblico e l’ambiente accademico i comics erano un mezzo di intrattenimento infantile e superficiale. Poteva essere un flop clamoroso, poteva essere tacciato di mancanza di rispetto per le vittime della Shoah, invece divenne un successo: nel 1992 fu il primo graphic novel a vincere il premio Pulitzer.

L’idea base di “Maus” è rivoluzionaria: raccontare l’Olocausto non solo tramite disegni, ma attraverso animali antropomorfi. Gli ebrei sono topi, i polacchi maiali, i tedeschi gatti, gli americani cani. Ma il problema dell’identità culturale è complesso, lo stesso autore se ne rende conto. Da qui la sua indecisione su come disegnare sua moglie, Françoise: una rana francese o una topina ebrea, essendosi lei convertita? E nel campo di concentramento suo padre incontra un ebreo che sostiene di essere un tedesco: forse era davvero un gatto, ma in quel momento i suoi aguzzini lo vedevano solo come un topo.
L’opera è divisa in due volumi, dagli evocativi titoli di “Mio padre sanguina storia” e “E qui sono cominciati i miei guai”. La prima parte tratta della vita del genitore dalla giovinezza fino alla deportazione ad Auschwitz. Nella seconda il padre racconta la sopravvivenza nei campi di concentramento, il ricongiungimento con la moglie, il viaggio in America.

L’opera è d’ispirazione autobiografica: l’autore, Art, è uno dei personaggi principali di “Maus”. La vicenda comincia con una visita di Art al padre, Vladek, che non vede da molto. Dopo qualche pannello che con poche rapide pennellate ci descrive il carattere difficile di Vladek e la convivenza poco armoniosa con Mala, sua seconda moglie, Art comunica al padre la sua decisione di disegnare un libro su di lui.
Vladek non ne è convinto, ma inizia comunque a raccontare com’era la sua vita nella Polonia degli anni Trenta: il lavoro, le ragazze, l’incontro con la madre di Art, Anja. Vladek chiede che Art non scriva su nulla di tutto ciò: non ha niente a che fare con Hitler o con l’Olocausto, è solo la sua vita privata. L’autore ribatte che è proprio questo che sta cercando: materiale umano, reale. Vuole raccontare com’è andata veramente la vita del padre, non scrivere un libro astratto su sopravvissuti dell’Olocausto in generale. In effetti i personaggi ci appaiono vivissimi, nelle loro speranze e nelle loro debolezze. Vladek sposa la milionaria Anja anche per calcolo, la moglie è mentalmente fragile, la famiglia di lei si mostra cieca alle necessità della guerra. Lo stesso autore si disegna in modo impietoso: a tratti insensibile ed esasperato nei confronti del padre, scosso dal successo della sua stessa opera, in cura da un’analista, geloso in modo irrazionale del fratello morto durante la guerra. La difficile situazione polacca ci viene narrata in modo preciso, come poche altre opere sono state in grado di fare: la tensione secolare fra ebrei e polacchi, la spartizione dopo la conquista nazista, l’organizzazione dei ghetti, gli atroci inganni dei nazisti.

La complessità dell’opera è palese fin dalla sua organizzazione temporale: la narrazione si divide fra il racconto di Vladek al figlio e la loro vita nell’America degli anni Settanta. Così pannelli su camere a gas sono seguiti da disegni di passeggiate in quartieri tranquilli, la lotta disperata per la sopravvivenza si affianca alle lamentele futili dell’ormai anziano sopravvissuto. D’altra parte lo stile minimalista ma intenso, l’attenzione per i dettagli, la resa del parlato di Vladek (fluente in polacco o tentennante in inglese), tutto concorre a testimoniare la cura che l’autore ha riservato alla sua opera.

A più di venticinque anni dalla sua pubblicazione, “Maus” si conferma un capolavoro del post modernismo, un graphic novel di rara maturità artistica, uno sguardo anticonvenzionale e paradossalmente realistico all’Olocausto.