Meridiano di Greenwich

Fernando Bandini

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 1998
In commercio dal: 4 dicembre 1998
Pagine: 134 p.
  • EAN: 9788811630166
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Descrizione

L'aspetto più evidente dell'esperienza poetica di Bandini è la costante e libera ricerca di una personale lingua poetica: dall'italiano di sonetti e canzoni al latino al dialetto materno. E tuttavia questa poesia, con il suo tessuto misurato e preciso, in apparenza semplice e piano ma in realtà sofisticatissimo nell'intreccio di toni e ritmi, non è riducibile a un esperimento formalistico o a un ripiegamento arcadico. Costantemente sottesa dalla consapevolezza della fine di un'epoca, e forse di un evo, essa appare venata di nostalgia e insieme animata dall'attesa di un futuro incommensurabile.

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recensioni di Luzzi, G. L'Indice del 1999, n. 06

Forse più ancora che nel precedente Santi di Dicembre (Garzanti, 1994), in questo nuovo libro di Bandini le forme dello straniamento agiscono sui tre piani linguistici: lingua nazionale, idioma dialettale, lingua latina. Si tratta di un caso pressoché unico di disponibilità idiomatica così al tempo stesso divaricata e complanare: la prima delle domande che ci si pongono di fronte a Meridiano di Greenwich è se l'una lingua abbia inizio dove finisce l'altra, così che il basso, il medio e il sublime possano venire individuati attraverso la orizzontalità del libro e riaccatastati gerarchicamente come exempla di modi espliciti della metamorfosi dell'Io nelle sue fasi alterne di intonazione, di pacificazione/conflitto con il mondo.

Ma se ci si pone autenticamente questa domanda non si può fare a meno di neutralizzarla con un'altra, cioè quella relativa ai punti di vista unificatori che eventualmente attraversino i tre strati e ne smontino la rigida gerarchia. Dirò subito che preferisco pensare al lavoro di Bandini in questo secondo modo, talmente alta mi sembra essere la circolarità unificante dei messaggi simbolici. Tema dominante, all'ingresso di una sorta di costante stupore per l'evento che è la sigla creaturale del poeta veneto, è l'orizzonte del puer; non il modello pascoliano del veggente astratto, ma proprio il bambino carnale situato nei punti chiave della ricognizione autopedagogica dell'esperienza.

E al tempo stesso siamo provvidenzialmente lontani dall'autobiografismo. Prendiamo la sezione in dialetto dal titolo popolareggiante Oga Magòga (una sorta, per dirla con Gian Luigi Beccaria, di "latino di chi non lo sa"): vi si agita, assieme a un clima da schedario sensoriale, un'atmosfera vicina allo spirito arcaico degli ipogei (La ciupinara, "la talpa"), costellato da sogni e incubi di violenza e assediato molto da vicino dalla presenza del perturbante, dell'altro (Guera). In quella sorta di Io corale che è dalla parte della pseudonarrazione, o meglio monologo interiore, è proprio la ragione infantile quella che va a scovare gli strati di maggior spessore simbolico, e ciò avviene a tratti con un grado di visionarietà persino apocalittica che lascia letteralmente interdetti e sospesi, propriamente indecisi sulle quote reciproche di realtà e di irrealtà da investire, identificandosi, nell'evento.

Da Pascoli deriva una mirabile esattezza. E questa precisione nominale, inclusa in contesti non spettacolari, discreti e smorzati, ha la funzione di regolamentare le numerose pause e relativi decolli di tono cui il testo ci fa assistere, e contemporaneamente di porsi sotto la sovranità di un criterio complessivo dello stile, quello della iconicità diffusa. Beati, miracolosi poeti del dizionario: ne esistono ancora, attivatori di memoria. Così il puer passa la mano, in "versi di lode", alla filiale evocazione di Gianfranco Folena (Miracoli: davvero uno dei testi-base del libro, ctonio e fluviale al tempo stesso). E sono le ragioni definitive del libro: traditio e autopedagogia, elementare-tellurico e spettacolo trilingue.