Traduttore: M. Bocchiola
Editore: Guanda
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: 351 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788823514423
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“L’unica luce era la televisione.”

Oskar è un bambino newyorkese di nove anni che ama viaggiare con la fantasia. Un piccolo inventore di mondi magici: come il suo progetto di tubazioni collegate ai cuscini di tutti i letti di New York per raccogliere le lacrime di chi piange prima di dormire, riversale nel laghetto di Central Park per mostrare ogni giorno il livello di sofferenza della sua città.

Anche a Oskar capita di piangere sul cuscino: da quando suo padre è morto nell’attacco alle Torri Gemelle. La sua salvezza è dentro di lui: l’immaginazione.

Da qui parte Jonathan Safran Foer, già autore di Ogni cosa è illuminata, per imbastire un romanzo singolare: più che letto, va vissuto. Immergersi in queste pagine, infatti, è un’esperienza emozionale che capita raramente nel nostro mondo di carta: è l’esplosione di un autore pirotecnico, dirompente, capace di commuovere e di far sorridere. Perché tutto ciò che (de)scrive Foer è Molto forte, incredibilmente vicino: è un catapultarsi in una realtà che, troppo spesso, abbiamo vissuto da spettatori senza renderci conto che la guerra è ogni giorno: invisibile, ma altrettanto letale. Dalle ceneri della devastazione Foer è capace di renderci i fiori del bello, dell’umano, in un rinascimento di carta che – pagina dopo pagina- ci riconcilia con l’esistenza. Quella più vera, quella che sprechiamo nell’attesa di un tram o di un desiderio.

Ciò che più conta, però, è che Foer ci dimostra come “l’immaginazione è lo strumento della compassione”. Un concetto che si respira in tutto il romanzo e che si disvela nelle ultime, geniali, pagine del libro.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Ma che…?

E un bollitore per il tè? Con il beccuccio che, all'uscita del vapore, si apre e si chiude come una bocca e sibila belle melodie, o recita Shakespeare, o semplicemente si scompiscia dal ridere con me? Potrei inventare un bollitore che legge con la voce di papà, così riuscirei ad addormentarmi, o magari un intero servizio di bollitori che cantano il ritornello di Yellow Submarine, una canzone dei Beatles, che mi piacciono perché l'entomologia è una delle mie raisons d’être, un'espressione francese che conosco. Sarebbe bello anche allenare il mio ano a parlare mentre tiro le scoregge. A voler essere proprio spiritoso al massimo, potrei insegnargli a dire: « Non sono stato io! » ogni volta che ne sgancio una di quelle incredibilmente toste. E se mai ne sganciassi una di quelle incredibilmente toste nella Sala degli specchi di Versailles, che è vicino a Parigi, che è in Francia, naturalmente il mio ano direbbe: «Ce n'étais pas moi!» E dei piccoli microfoni? Tipo che tutti ne inghiottiamo uno, e loro diffondono i suoni del nostro cuore grazie a piccoli altoparlanti che potremmo tenere nella tasca della salopette? Di sera, andando in strada con lo skateboard, potremmo sentire i battiti di tutti gli altri, e gli altri potrebbero sentire il nostro, come una specie di sonar. La domanda assurda che mi faccio è se i cuori di tutti comincerebbero a battere contemporaneamente, come alle donne che vivono insieme vengono contemporaneamente le mestruazioni, che sono una cosa che conosco, anche se non ci tengo molto a conoscerle. Sarebbe davvero assurdo, a parte che il posto dell'ospedale dove nascono i bambini farebbe tin-tin come un lampadario di cristallo in una casa galleggiante, perché i bambini non avrebbero ancora avuto il tempo di sincronizzare i battiti. E al traguardo della Maratona di New York sembrerebbe di stare in una guerra.
E poi: tante volte succede che uno ha bisogno di scappare via subito, ma gli uomini non hanno le ali, o comunque non ancora. Quindi: inventare una camicia di becchime?
Insomma.
Tre mesi e mezzo fa ho preso la mia prima lezione di jujitsu. La difesa personale era una cosa che mi incuriosiva al massimo per ovvie ragioni, e la mamma pensava che mi avrebbe fatto bene un'altra attività fìsica oltre a suonare il tamburello, perciò tre mesi e mezzo fa ho preso la prima lezione di jujitsu. Al corso eravamo in quattordici, e avevamo tutti dei pigiami bianchi ultrapuliti. Ci siamo esercitati a far l'inchino, poi ci siamo seduti come gli indiani, e dopo il Sensei Mark mi ha detto di avvicinarmi e mi ha ordinato: «Tirami un calcio nelle pallottole». Qui mi sono sentito in imbarazzo e gli ho chiesto: «Excusez-moi?» Lui ha allargato le gambe e mi ha risposto: «Voglio che mi dai un calcio nelle pallottole, più forte che puoi». Si è messo le mani sui fianchi, ha tirato il fiato e ha chiuso gli occhi, così ho capito che parlava sul serio. «Acci » gli ho detto, e dentro di me pensavo: Ma che...? Lui ha insistito: «Su, avanti. Distruggimi le palle». «Devo distruggerti le palle?» Sempre a occhi chiusi, lui si è scompisciato e mi ha detto: «Anche se provi a distruggermi le palle, non ci riuscirai. E quello che si impara qui dentro. Una dimostrazione della capacità che ha un corpo ben allenato di assorbire un colpo diretto. Ora, distruggimi le palle». Gli ho risposto: «Io sono pacifista» e dato che la maggioranza dei bambini della mia età non sa cosa vuoi dire, mi sono voltato e ho spiegato agli altri: «Io credo che non sia giusto distruggere le palle alla gente. Mai». Il Sensei Mark ha detto: «Posso chiederti una cosa? » Io mi sono girato e gli ho risposto: «'Posso chiederti una cosa?' è già chiedermi una cosa». Mi ha chiesto: «Tu sogni di diventare un maestro di jujitsu?» «No» gli ho risposto, anche se non sogno più neanche di prendere in mano la gioielleria di famiglia. Lui mi ha chiesto: «Vuoi sapere come fa un allievo di jujitsu a diventare maestro?» «Voglio sapere tutto» gli ho risposto, anche se non è più vero neanche questo. Allora mi ha spiegato: «Un allievo di jujitsu diventa maestro distruggendo le palle al suo maestro». Gli ho risposto: «Affascinante». Tre mesi e mezzo fa ho preso la mia ultima lezione di jujitsu.
Come vorrei avere qui con me il mio tamburello, perché anche ora che la storia è finita continuo a sentirmi le scarpe pesanti, e qualche volta una bella tamburellata fa bene. La canzone più strepitosa che so suonare con il tamburello è Il volo del calabrone di Nikolaj Rimskij-Korsakov, che è anche la suoneria che ho scaricato per il telefonino che ho comprato quando è morto papà.

Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    marcello

    30/11/2016 08:31:27

    Qualche apprezzabile sprazzo di lucidità, tanto 11 settembre vissuto con angoscia e disperazione, storia non conclusa di una chiave e tanto tanto nulla per me non comprensibile con tutta la dedizione possibile

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    angelo

    12/10/2016 08:52:13

    Ingredienti: un nonno problematico e tormentato alla ricerca di un figlio mai conosciuto, un ragazzo curioso ed empatico alla ricerca del padre morto l'11/9, una chiave ed un nome come misteriosa eredità, tanti incontri con un'umanità variegata e sorprendente per le strade di New York. Consigliato: a chi vuol farsi travolgere da un'esplosione di fantasia e sentimenti, a chi cerca stili di scrittura e narrazione originali e creativi.

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    Carol

    12/09/2016 19:27:24

    Intenso, commovente, ben costruito, ricco di spunti per riflettere, ben scritto, originale. A volte lo stile è un po' ridondante e artificioso, ed anche alcuni episodi sembrano un po' inverosimili, ma questa è la caratteristica dei libri di questo autore, come se il mondo, le persone e i sentimenti fossero guardati con una lente di ingrandimento. Una sorta di iperrealismo che a volte sfocia nell'irreale, come il realismo magico dei sudamericani. Non do cinque solo perché in alcuni punti è inutilmente ripetitivo. Segnalo al lettore che afferma che il bambino protagonista avrebbe meritato qualche sberla in più dal padre, che il bambino è affetto da qualche sindrome particolare, credo della sfera autistica (lo scrittore non lo dice mai chiaramente ma ce lo fa capire da una serie di indizi) che notoriamente non si cura con le sberle... Infine segnalo all'editore che la versione digitale (epub) del libro penalizza notevolmente la lettura e non solo per la presenza di immagini. Andrebbe migliorata.

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    katia

    29/08/2016 20:47:28

    devastante, commovente. Un libro che lascia il segno.

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    luca

    23/08/2016 10:17:13

    Delusione. L'unico libro di Foer che non mi abbia detto nulla, a dispetto del tema trattato (per motivi diversissimi, ho apprezzato e letteralmente divorato tanto 'Ogni cosa è illuminata' che 'Se niente importa'). Questo invece l'ho trovato veramente prolisso e noioso. Speriamo con il nuovo in imminente uscita di ritrovare il Foer brillante ammirato negli altri due capitoli

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    niccolò

    23/03/2014 12:56:04

    ti conquista con tenerezza. più che una lettura un'esperienza. tra un sogno e una canzone.

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    Federico Rosa

    01/12/2013 13:36:12

    Semplicemente un capolavoro. Fantastico. Commovente come pochi, lo rileggerei all'infinito! Veramente fantastico.

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    SHEILA

    10/10/2013 14:10:35

    Non c'è molto da dire. Mi sarei aspettata qualcosa in più. Ero indecisa se dare due punti o tre, ma per il tema che tratta non me la sono sentita di darne due. Delusione.

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    celpe3

    03/06/2013 15:18:30

    Meraviglioso...Commovente!

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    fra

    20/01/2013 01:12:20

    Se dopo aver letto questo libro corrette guardare il film, non fatelo, rovinereste tutto. un libro geniale da ogni punto di vista. Un bambino come voce narrante, estratti di diari e qualche foto ogni tanto. Semplicemente unico.

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    Tiziana

    26/10/2012 20:54:10

    Strepitoso, unico, toccante, commovente, sfaccettato, profondo e anche simpatico. La scrittura è un po' pesante, affannosa, non sempre scorrevole, ma comunque emozionante e viscerale; sa toccare tutti i livelli: fisico, emotivo, mentale e anche spirituale, tocca e fa vibrare ogni corda.Davvero incantevole e specialissimo. Il film è altrettanto delizioso e particolare, da vedere senz'altro.

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    OskarSchell

    25/07/2012 14:08:27

    Uno dei romanzi più belli che abbia mai letto e che ho riletto nel corso degli anni. Recentemente è uscito anche il film... Non posso che consigliarne la lettura, da fare con cuore aperto e ricettivo alle emozioni.

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    Lupo '58

    16/07/2012 02:25:35

    Un romanzo delicato, ma decisamente, almeno a mio parere, troppo "insolito" e con un impianto narrativo, fatto di continui cambi della voce narrante, che me ne ha reso abbastanza difficoltosa e poco scorrevole la lettura. Non mi ha entusiasmato, anche se devo riconoscerne l'originalità di stile.

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    Rainbow

    06/06/2012 15:27:50

    Il consiglio è di leggerlo in caso di insonnia. Il libro è sfiancante, tremendamente lento, NOIOSO, finto, sconclusionato ed il personaggio di Oskar è antipatico, da sberle a piene mani. Sono contro la violenza ma Thomas non poteva dare qualche scappellotto in più a suo figlio?

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    silvia

    30/05/2012 23:10:25

    Sono d'accordo con il parere del lettore che, parafrasando il titolo del libro, lo ha definito: "Molto finto - incredibilmente noioso". Del resto, anche nella recensione de "L'Indice", all'inizio di questa pagina web (che purtroppo non avevo avuto la pazienza di leggere prima di affrontare il romanzo), viene ribadito il concetto di artificiosità retorica, di ostentazione del dolore, "estenuata e autistica nel celebrare unicamente se stessa". Ed è proprio nella reiterazione dell'evento tragico lo stucchevole punto debole dell'opera, non è sufficiente tirare in ballo gratuitamente due tragedie storiche con la pretesa di analizzare i sentimenti dei protagonisti: tanto varrebbe parlare dell'orto sotto casa, l'importante è possedere validi strumenti interpretativi per metter a fuoco ciò che avviene. La narrazione è affidata alle vittime superstiti delle due stragi, un bambino e i suoi nonni, quasi a volersi sollevare dalla responsabilità di uno stile fastidiosamente frammentario e scollegato, ma infiniti sono gli esempi di romanzi quantomeno scorrevoli, in cui la voce narrante è quella di un bambino ("Nel mare ci sono i coccodrilli" - "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte"). Inutilmente angosciante e faticoso, temi altrettanto drammatici vengono gestiti con ammirevole consapevolezza da Piliph Roth in "Indignazione".

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    umberto

    26/05/2012 18:08:51

    Forse un po' "costruito" su qualche personaggio e in qualche passaggio (stessi limiti che avevo trovato in Foer anche in "Ogni cosa è illuminata")

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    bonalumi giuseppe

    08/04/2012 12:01:15

    fantastico libro !!!!! il personaggio di oskar riesce a commuovere in modo assoluto!!!i suoi pensieri e il suo dolore sono rappresentati in modo talmente profondo e sorprendente che risulta impossibile non rimanerne coinvolti.

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    Silvia Angeli

    01/04/2012 13:10:31

    Il critico Harry Siegel ha aspramente criticato lo stile dell'autore: "Foer dovrebbe essere il nostro nuovo Philip Roth, tuttavia i suoi sillogismi da biscottini della fortuna e illustrazioni senza senso e trucchetti tipografici non sono affatto paragonabili a Roth, nemmeno nei momenti più vacui della sua scrittura". Una presa di posizione tanto forte quanto ingiustificata. È vero che Safran Foer utilizza spesso sentenze gnomiche, periodi semplici, a volte categorici nella loro sintesi. Ma brevità non equivale a banalità. La forma, seppure curata, non è più importante della sostanza: le scelte stilistiche sono motivate e meditate, affatto gratuite. È assente qualsiasi virtuosismo, tautologia o vezzo. Particolare è l'uso che l'autore fa delle immagini (fotografie, disegni) e delle parole stesse, disposte a creare quello che è più vicino a un haiku giapponese che la pagina di un romanzo. In questo senso il libro si configura come una sorta di sinestesia: unisce colori, immagini, suoni, descrizioni e riferimenti precisi a sensazioni olfattive e tattili. Safran Foer crea un intero mondo, e il lettore non può che viverlo. Ulteriore punto di forza del romanzo è la sua architettura: un alternarsi di punti di vista, di periodi storici, di forme di scrittura differenti (la lettera, il messaggio, il diario) che consente una lettura a più livelli. Quasi mai un autore riesce nell'impresa di tenere in pugno tutti i fili che la sua creatività ha dipanato, più spesso anzi si perde nei labirinti che lui stesso costruisce, rimanendo prigioniero del proprio estro. Safran Foer invece si mantiene lucido: riannoda i fili, stabilisce un percorso coerente, dona senso. Un romanzo profondo, sincero e sostenuto da un'ossatura forte: l'autore dimostra che è possibile unire significato, lirismo e struttura narrativa. Impossibile rimanere indifferenti, difficile liberarsi dalla sensazione di esser stati coinvolti da un'esperienza che ha trasceso la semplice lettura.

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    sergio oliveri

    23/03/2012 17:57:13

    Le conseguenze delle atrocità derivate dalla follia umana nel susseguirsi di tre generazioni, tra il bombardamento di Dresda e l'attentato alle Torri Gemelle. Una nuova dimostrazione di originalità, attraverso la scrittura alternata di tre "io narranti", per un libro che prende, commuove, fa riflettere e, a tratti, persino sorridere. Pur restando un tantino al di sotto di Ogni cosa è illuminata, Foer si conferma una delle presenze migliori nel panorama della nuova letteratura mondiale.

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    mixy

    18/03/2012 17:00:42

    All'inizio del libro pensavo: "non riuscirò mai a leggere un libro del genere, come se fosse scritto da un ragazzino!"... e invece non solo l'ho finito ma in tempi da record! Tenero, triste e allegro allo stesso tempo, originale... lo consiglio vivamente!

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