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Molto forte, incredibilmente vicino - Jonathan Safran Foer - copertina
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Molto forte, incredibilmente vicino

Descrizione


A New York un ragazzino riceve dal padre un messaggio rassicurante sul cellulare: "C'è qualche problema qui nelle Torri Gemelle, ma è tutto sotto controllo". È l'11 settembre 2001. Tra le cose del padre scomparso il ragazzo trova una busta col nome Black e una chiave: a questi due elementi si aggrappa per riallacciare il rapporto troncato e per compensare un vuoto affettivo che neppure la madre riesce a colmare. Inizia un viaggio nella città alla ricerca del misterioso signor Black: un itinerario ricco di incontri che lo porterà a dare finalmente risposta all'enigmatico ritrovamento e ai propri dubbi. E sarà soprattutto l'incontro col nonno a fargli ritrovare un mondo di affetti e a riaprirlo alla vita.
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Dettagli

2005
28 aprile 2005
400 p., ill. , Brossura
9788882466114
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Indice


Le prime frasi del romanzo:

Ma che…?

E un bollitore per il tè? Con il beccuccio che, all'uscita del vapore, si apre e si chiude come una bocca e sibila belle melodie, o recita Shakespeare, o semplicemente si scompiscia dal ridere con me? Potrei inventare un bollitore che legge con la voce di papà, così riuscirei ad addormentarmi, o magari un intero servizio di bollitori che cantano il ritornello di Yellow Submarine, una canzone dei Beatles, che mi piacciono perché l'entomologia è una delle mie raisons d’être, un'espressione francese che conosco. Sarebbe bello anche allenare il mio ano a parlare mentre tiro le scoregge. A voler essere proprio spiritoso al massimo, potrei insegnargli a dire: « Non sono stato io! » ogni volta che ne sgancio una di quelle incredibilmente toste. E se mai ne sganciassi una di quelle incredibilmente toste nella Sala degli specchi di Versailles, che è vicino a Parigi, che è in Francia, naturalmente il mio ano direbbe: «Ce n'étais pas moi!» E dei piccoli microfoni? Tipo che tutti ne inghiottiamo uno, e loro diffondono i suoni del nostro cuore grazie a piccoli altoparlanti che potremmo tenere nella tasca della salopette? Di sera, andando in strada con lo skateboard, potremmo sentire i battiti di tutti gli altri, e gli altri potrebbero sentire il nostro, come una specie di sonar. La domanda assurda che mi faccio è se i cuori di tutti comincerebbero a battere contemporaneamente, come alle donne che vivono insieme vengono contemporaneamente le mestruazioni, che sono una cosa che conosco, anche se non ci tengo molto a conoscerle. Sarebbe davvero assurdo, a parte che il posto dell'ospedale dove nascono i bambini farebbe tin-tin come un lampadario di cristallo in una casa galleggiante, perché i bambini non avrebbero ancora avuto il tempo di sincronizzare i battiti. E al traguardo della Maratona di New York sembrerebbe di stare in una guerra.
E poi: tante volte succede che uno ha bisogno di scappare via subito, ma gli uomini non hanno le ali, o comunque non ancora. Quindi: inventare una camicia di becchime?
Insomma.
Tre mesi e mezzo fa ho preso la mia prima lezione di jujitsu. La difesa personale era una cosa che mi incuriosiva al massimo per ovvie ragioni, e la mamma pensava che mi avrebbe fatto bene un'altra attività fìsica oltre a suonare il tamburello, perciò tre mesi e mezzo fa ho preso la prima lezione di jujitsu. Al corso eravamo in quattordici, e avevamo tutti dei pigiami bianchi ultrapuliti. Ci siamo esercitati a far l'inchino, poi ci siamo seduti come gli indiani, e dopo il Sensei Mark mi ha detto di avvicinarmi e mi ha ordinato: «Tirami un calcio nelle pallottole». Qui mi sono sentito in imbarazzo e gli ho chiesto: «Excusez-moi?» Lui ha allargato le gambe e mi ha risposto: «Voglio che mi dai un calcio nelle pallottole, più forte che puoi». Si è messo le mani sui fianchi, ha tirato il fiato e ha chiuso gli occhi, così ho capito che parlava sul serio. «Acci » gli ho detto, e dentro di me pensavo: Ma che...? Lui ha insistito: «Su, avanti. Distruggimi le palle». «Devo distruggerti le palle?» Sempre a occhi chiusi, lui si è scompisciato e mi ha detto: «Anche se provi a distruggermi le palle, non ci riuscirai. E quello che si impara qui dentro. Una dimostrazione della capacità che ha un corpo ben allenato di assorbire un colpo diretto. Ora, distruggimi le palle». Gli ho risposto: «Io sono pacifista» e dato che la maggioranza dei bambini della mia età non sa cosa vuoi dire, mi sono voltato e ho spiegato agli altri: «Io credo che non sia giusto distruggere le palle alla gente. Mai». Il Sensei Mark ha detto: «Posso chiederti una cosa? » Io mi sono girato e gli ho risposto: «'Posso chiederti una cosa?' è già chiedermi una cosa». Mi ha chiesto: «Tu sogni di diventare un maestro di jujitsu?» «No» gli ho risposto, anche se non sogno più neanche di prendere in mano la gioielleria di famiglia. Lui mi ha chiesto: «Vuoi sapere come fa un allievo di jujitsu a diventare maestro?» «Voglio sapere tutto» gli ho risposto, anche se non è più vero neanche questo. Allora mi ha spiegato: «Un allievo di jujitsu diventa maestro distruggendo le palle al suo maestro». Gli ho risposto: «Affascinante». Tre mesi e mezzo fa ho preso la mia ultima lezione di jujitsu.
Come vorrei avere qui con me il mio tamburello, perché anche ora che la storia è finita continuo a sentirmi le scarpe pesanti, e qualche volta una bella tamburellata fa bene. La canzone più strepitosa che so suonare con il tamburello è Il volo del calabrone di Nikolaj Rimskij-Korsakov, che è anche la suoneria che ho scaricato per il telefonino che ho comprato quando è morto papà.

Valutazioni e recensioni

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Francesca
Recensioni: 1/5
Prolisso e noioso!

Argomento tristemente noto legato all’attentato dell’11 settembre la cui storia è nota a tutti. La storia tuttavia si svolge su piani diversi e la lettura risulta faticosa e difficile da seguire. Io ho fatto veramente fatica perché alcune parti erano prive di stile. Angosciante e faticoso e molto artefatto tanto che a volte si perde di vista il narratore! Mi dispiace ma questo autore non fa per me!

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Flavia
Recensioni: 5/5

Una magnifica sorpresa. Una lettura magnetica, a cui con estrema difficolta' riuscivo a staccarmi. Oltre alla trama, quello che colpisce e' la struttura, il punto di vista del protagonista, lo stile del romanzo. Pagine che scorrono, quando arriva l'ultima arriva anche il momento piu' difficile: interrompere la lettura.

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Pesce Luna
Recensioni: 5/5

Oskar ha scarpe pesanti quando si sente triste e si veste di bianco passando il tempo a immaginare rivoluzionarie invenzioni o in improbabili cacce al tesoro. Il dettaglio è ciò a cui si è legato da quando suo padre è rimasto vittima dell’11 Settembre. Plastifica le lettere dei personaggi famosi che rispondono alle sue, ama la scienza e la logica fisica in un mondo pieno di caos, è estremamente curioso e sempre a caccia di indizi. Quando nello stanzino del padre trova una piccola chiave in un vaso blu sul ripiano più alto, ha inizio la sua più importante caccia al tesoro. Si potesse tornare indietro, fino al momento in cui qualcosa si è rotto. Aggiustare il destino, trattenerlo come i ganci che provarono a trattenere il sesto distretto di New York, almeno nelle leggende metropolitane, mentre invece tutto va avanti. Si sarebbe potuto fare, dire, pensare e invece si son prese altre vie. Eppure la vita non è che spostare anche un solo granello di sabbia per cambiare il deserto e dalle esperienze che vorremmo non fossero mai accadute tutto si muove come piccole onde verso altro. Si parla dell’ 11 Settembre, ma non solo. Si parla anche di una distruzione lontana nel tempo che ha influito fino a specchiarsi in quella attuale. In realtà si tratta di un gioco di specchi fino all’immagine attuale. Si procede in una ricerca a ritroso ma anche nel presente, fino a confluire nella mancanza di una persona comune. La chiavetta trovata da Oskar in un vaso sulla mensola di suo padre aprirà tantissime porte metaforiche in un incontro multiforme di persone, di esperienze, di affetti. “Se le cose fossero facili da trovare non varrebbe la pena trovarle”. Io ho trovato questo libro e ne è valsa assolutamente la pena. Incredibilmente forte e molto vicino al cuore.

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Voce della critica

Inventare un bollitore parlante. Oppure dei microfoni per ascoltare il battito del cuore "tipo che tutti ne inghiottiamo uno, e la sera, andando in strada con lo skateboard, potremmo sentire il battito di tutti gli altri, come una specie di sonar". O magari essere il pupillo di Stephen Hawking. Questo - e molto altro - pensa e sogna Oskar, il bambino newyorchese protagonista del secondo romanzo di Jonathan Froer, Molto forte incredibilmente vicino . Questo pensa e sogna Oskar per tenere la mente perennemente occupata, il più lontano possibile dal ricordo della morte del padre, vittima civile dell'attentato dell'undici settembre.
Quando un giorno scopre, tra le cose del genitore, una chiave misteriosa e un nome, "Black", Oskar spera che risolvendone l'enigma si sciolga anche il peso di un lutto lontanissimo dall'essere elaborato: inizia così una piccola odissea tra Manhattan e il Bronx, da Central Park a Ground Zero, in una città dolente e surreale. Aggiungeteci le storie dei nonni di Oskar, immigrati tedeschi fuggiti al bombardamento di Dresda, che si alternano al monologo del bimbo e avrete tutti gli ingredienti che, sulla carta, dovrebbero ripetere il successo di Ogni cosa è illuminata , fortunato esordio di Foer. Ma qualcosa non funziona: Molto forte incredibilmente vicino è certo godibile, sostenuto da una scrittura tanto seducente quanto piacevole, eppure tutto ciò non basta a farne un romanzo completamente riuscito.
La narrativa americana degli ultimi anni è costantemente al lavoro intorno al problema di come dire qualcosa di apparentemente indicibile, quel qualcosa dell'umano che si sottrae alla rappresentazione falsante dei media e dello spettacolo. Ora, sembra che per i giovani autori statunitensi il dolore, l'emotività, il sentimento possano darsi nei loro romanzi solo se trattati preventivamente attraverso un filtro che ne smorzi la potenza, una gabbia retorica che renda gestibile - e normalizzi - una materia altrimenti ustionante.
Le soluzioni (le scritture, gli stili) adottate sono due. La prima opzione - chiamiamola wallaciana, in onore del suo profeta David Foster Wallace - filtra l'"indicibile" attraverso l'ironia e l'autocoscienza di una letteratura che non teme il rischio della freddezza più cerebrale.
Per la seconda - che è quella di Foer ma anche di L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers, ad esempio - il portato emozionale del dolore è altrettanto celato, filtrato, ma in maniera opposta: attraverso la sua ostentazione parossistica. Un'ostentazione così estenuata e autistica nel celebrare unicamente se stessa da far immediatamente capire che si tratta di una reazione isterica. Vera e propria lingua-sintomo che rivela, nascondendola, la sofferenza del trauma: un tormento che non riesce a trovare la propria, autentica, articolazione ma che giunge alla pagina solo nella forma di questa inarrestabile voce narrante, di sicuro geniale, brillante, intelligentissima ma completamente artificiosa.
I personaggi di Foer parlano e pensano sempre, raccontano e inventano in continuazione, non smettono mai di dare suono a un dolore di per sé così assoluto dall'essere muto.
A cominciare dal protagonista, un po' nipotino secchione di Holden Caulfield un po' versione America anno zero dell'omonimo protagonista del Tamburo di latta di Grass (lo stesso rifiuto di crescere di fronte all'orrore della storia...): affascinante - ma irrealistica - figura di bambino che con l'ipertrofia di un cervello prodigioso tenta di rappezzare un cuore devastato.
La lingua-sintomo allora si espande, incontrollata, imperiale, contagiando tutto: quando non gli basta la grammatica del romanzo (che Foer conosce e padroneggia con consapevolezza e lucidità prodigiose) gioca con trovate tipografiche (pagine bianche, o che contengono solo una riga, caratteri che si sovrappongono fino a rendere il foglio illeggibile), escamotage grafici, o inserendo fotografie e illustrazioni (scorrendo le pagine del fumetto finale la figura umana che precipita dalle torri in fiamme scorrerà all'indietro, dando l'impressione di volare verso l'alto, come se si potesse tornare indietro e nulla fosse successo). Ogni assenza, ogni silenzio dev'essere riempito: quando Oskar disseppellirà la bara vuota del padre - essendo il corpo disperso nel crollo delle torri - la riempirà con le lettere del nonno grafomane (che a differenza del logorroico nipote è divenuto muto per le tragedie della vita e della storia ma trova ancora la forza di scrivere cose come "mi ha spezzato il cuore in più pezzi di quanti formassero il mio cuore", per citare la meno enfatica). Come se neanche la morte rappresentasse una zona franca del silenzio.
Tutto viene sommerso da questo linguaggio unificante, ogni distanza emotiva e conoscitiva superata: il dolore dei sopravvissuti diventa il patetismo sbattuto in faccia a un lettore che non può rispondere se con la lacrima coatta, dittatura di un'emotività compiaciuta e stucchevole.

Francesco Guglieri

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La recensione di IBS

Dopo il successo del suo primo libro Ogni cosa è illuminata, la giovane rivelazione Jonathan Safran Foer torna ad affascinare il pubblico dei lettori e a far parlare la critica con un nuovo romanzo che racconta la storia toccante di un piccolo orfano nella New York devastata dall'attentato dell'11 settembre. Intenso e commovente, enigmatico e intrigante, Molto forte, incredibilmente vicino è un romanzo che fa riflettere sul dolore comune a tutte le vittime delle guerre e delle violenze presenti e passate, ma è anche un libro che celebra la forza dei sogni e della fantasia persino nel suo stile esteriore. Il testo del racconto infatti si scompone in numerose immagini fotografiche, disegni e soluzioni grafiche inconsuete che danno vita a un originale romanzo illustrato.
Oskar, il protagonista, è un bambino newyorkese di nove anni che si diverte a ideare bizzarre invenzioni, come dei piccoli microfoni da inghiottire affinché diffondano i suoni del cuore grazie a piccoli altoparlanti contenuti nella tasca della salopette, oppure un sistema di tubi che raccolgano le lacrime di chi piange sul cuscino prima di addormentarsi, per riversarle poi nel laghetto del Central Park e mostrare quanto sia grande la sofferenza della città. Oskar è un bimbo triste perché suo padre, un gioielliere di origine ebraica, è morto durante l'attacco alle Torri Gemelle, ma cerca di sopportare il dolore che lo opprime con la forza della fantasia e della curiosità. Sensibile e introverso, si interroga continuamente sul destino del suo sfortunato papà fino a quando, indagando tra gli oggetti a lui appartenuti, scopre una busta che contiene una chiave e un'enigmatica scritta: Black. Inizia allora un'indagine personale che lo porterà a scoprire i segreti della sua famiglia di origine che affondano in uno dei momenti più drammatici della storia d'Europa: la Seconda guerra mondiale e il bombardamento di Dresda.
Uno degli autori più promettenti della nuova generazione della letteratura americana, racconta l'avvenimento che ha cambiato l'America e il mondo attraverso la vicenda di un ragazzino che il dolore ha fatto crescere troppo presto, un bambino dall'intelligenza vivace che racconta in prima persona la sua storia con un linguaggio originale capace di mescolare ingenuità e intuizioni di rara profondità. Alla sua seconda prova narrativa Jonathan Safran Foer, regala ai lettori un romanzo coraggioso sia per il tema affrontato sia per la struttura innovativa, che ricorda la piacevolezza e l'intensità del suo fortunato romanzo d'esordio Ogni cosa è illuminata.

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Conosci l'autore

Jonathan Safran Foer

1977, Washington

Nato a Washington, Jonathan Safran Foer è un narratore statunitense. Nel 1999 si è recato in Ucraina per condurre ricerche sulla vita del nonno ebreo. Da quel viaggio è nato Ogni cosa è illuminata (2002), romanzo rappresentativo, tra humour e disincanto, del muto dolore di tante storie di emigrazione, vincitore del National Jewish Book Award e del Guardian First Book Award. Un altro dramma sommesso della memoria è Molto forte, incredibilmente vicino (2005), divagazione di un ragazzo alle prese, tra foto di famiglia e altre reliquie, col ricordo del padre, vittima dell’attacco alle Torri Gemelle. Nel saggio Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (2009) ha raccontato le motivazioni della propria scelta vegetariana. Da entrambi i romanzi...

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