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Jonathan Safran Foer

Traduttore: M. Bocchiola
Editore: Guanda
Anno edizione: 2005
Pagine: 351 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788882466114
Inventare un bollitore parlante. Oppure dei microfoni per ascoltare il battito del cuore "tipo che tutti ne inghiottiamo uno, e la sera, andando in strada con lo skateboard, potremmo sentire il battito di tutti gli altri, come una specie di sonar". O magari essere il pupillo di Stephen Hawking. Questo - e molto altro - pensa e sogna Oskar, il bambino newyorchese protagonista del secondo romanzo di Jonathan Froer, Molto forte incredibilmente vicino . Questo pensa e sogna Oskar per tenere la mente perennemente occupata, il più lontano possibile dal ricordo della morte del padre, vittima civile dell'attentato dell'undici settembre.
Quando un giorno scopre, tra le cose del genitore, una chiave misteriosa e un nome, "Black", Oskar spera che risolvendone l'enigma si sciolga anche il peso di un lutto lontanissimo dall'essere elaborato: inizia così una piccola odissea tra Manhattan e il Bronx, da Central Park a Ground Zero, in una città dolente e surreale. Aggiungeteci le storie dei nonni di Oskar, immigrati tedeschi fuggiti al bombardamento di Dresda, che si alternano al monologo del bimbo e avrete tutti gli ingredienti che, sulla carta, dovrebbero ripetere il successo di Ogni cosa è illuminata , fortunato esordio di Foer. Ma qualcosa non funziona: Molto forte incredibilmente vicino è certo godibile, sostenuto da una scrittura tanto seducente quanto piacevole, eppure tutto ciò non basta a farne un romanzo completamente riuscito.
La narrativa americana degli ultimi anni è costantemente al lavoro intorno al problema di come dire qualcosa di apparentemente indicibile, quel qualcosa dell'umano che si sottrae alla rappresentazione falsante dei media e dello spettacolo. Ora, sembra che per i giovani autori statunitensi il dolore, l'emotività, il sentimento possano darsi nei loro romanzi solo se trattati preventivamente attraverso un filtro che ne smorzi la potenza, una gabbia retorica che renda gestibile - e normalizzi - una materia altrimenti ustionante.
Le soluzioni (le scritture, gli stili) adottate sono due. La prima opzione - chiamiamola wallaciana, in onore del suo profeta David Foster Wallace - filtra l'"indicibile" attraverso l'ironia e l'autocoscienza di una letteratura che non teme il rischio della freddezza più cerebrale.
Per la seconda - che è quella di Foer ma anche di L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers, ad esempio - il portato emozionale del dolore è altrettanto celato, filtrato, ma in maniera opposta: attraverso la sua ostentazione parossistica. Un'ostentazione così estenuata e autistica nel celebrare unicamente se stessa da far immediatamente capire che si tratta di una reazione isterica. Vera e propria lingua-sintomo che rivela, nascondendola, la sofferenza del trauma: un tormento che non riesce a trovare la propria, autentica, articolazione ma che giunge alla pagina solo nella forma di questa inarrestabile voce narrante, di sicuro geniale, brillante, intelligentissima ma completamente artificiosa.
I personaggi di Foer parlano e pensano sempre, raccontano e inventano in continuazione, non smettono mai di dare suono a un dolore di per sé così assoluto dall'essere muto.
A cominciare dal protagonista, un po' nipotino secchione di Holden Caulfield un po' versione America anno zero dell'omonimo protagonista del Tamburo di latta di Grass (lo stesso rifiuto di crescere di fronte all'orrore della storia...): affascinante - ma irrealistica - figura di bambino che con l'ipertrofia di un cervello prodigioso tenta di rappezzare un cuore devastato.
La lingua-sintomo allora si espande, incontrollata, imperiale, contagiando tutto: quando non gli basta la grammatica del romanzo (che Foer conosce e padroneggia con consapevolezza e lucidità prodigiose) gioca con trovate tipografiche (pagine bianche, o che contengono solo una riga, caratteri che si sovrappongono fino a rendere il foglio illeggibile), escamotage grafici, o inserendo fotografie e illustrazioni (scorrendo le pagine del fumetto finale la figura umana che precipita dalle torri in fiamme scorrerà all'indietro, dando l'impressione di volare verso l'alto, come se si potesse tornare indietro e nulla fosse successo). Ogni assenza, ogni silenzio dev'essere riempito: quando Oskar disseppellirà la bara vuota del padre - essendo il corpo disperso nel crollo delle torri - la riempirà con le lettere del nonno grafomane (che a differenza del logorroico nipote è divenuto muto per le tragedie della vita e della storia ma trova ancora la forza di scrivere cose come "mi ha spezzato il cuore in più pezzi di quanti formassero il mio cuore", per citare la meno enfatica). Come se neanche la morte rappresentasse una zona franca del silenzio.
Tutto viene sommerso da questo linguaggio unificante, ogni distanza emotiva e conoscitiva superata: il dolore dei sopravvissuti diventa il patetismo sbattuto in faccia a un lettore che non può rispondere se con la lacrima coatta, dittatura di un'emotività compiaciuta e stucchevole.

Francesco Guglieri

Dopo il successo del suo primo libro Ogni cosa è illuminata, la giovane rivelazione Jonathan Safran Foer torna ad affascinare il pubblico dei lettori e a far parlare la critica con un nuovo romanzo che racconta la storia toccante di un piccolo orfano nella New York devastata dall'attentato dell'11 settembre. Intenso e commovente, enigmatico e intrigante, Molto forte, incredibilmente vicino è un romanzo che fa riflettere sul dolore comune a tutte le vittime delle guerre e delle violenze presenti e passate, ma è anche un libro che celebra la forza dei sogni e della fantasia persino nel suo stile esteriore. Il testo del racconto infatti si scompone in numerose immagini fotografiche, disegni e soluzioni grafiche inconsuete che danno vita a un originale romanzo illustrato.
Oskar, il protagonista, è un bambino newyorkese di nove anni che si diverte a ideare bizzarre invenzioni, come dei piccoli microfoni da inghiottire affinché diffondano i suoni del cuore grazie a piccoli altoparlanti contenuti nella tasca della salopette, oppure un sistema di tubi che raccolgano le lacrime di chi piange sul cuscino prima di addormentarsi, per riversarle poi nel laghetto del Central Park e mostrare quanto sia grande la sofferenza della città. Oskar è un bimbo triste perché suo padre, un gioielliere di origine ebraica, è morto durante l'attacco alle Torri Gemelle, ma cerca di sopportare il dolore che lo opprime con la forza della fantasia e della curiosità. Sensibile e introverso, si interroga continuamente sul destino del suo sfortunato papà fino a quando, indagando tra gli oggetti a lui appartenuti, scopre una busta che contiene una chiave e un'enigmatica scritta: Black. Inizia allora un'indagine personale che lo porterà a scoprire i segreti della sua famiglia di origine che affondano in uno dei momenti più drammatici della storia d'Europa: la Seconda guerra mondiale e il bombardamento di Dresda.
Uno degli autori più promettenti della nuova generazione della letteratura americana, racconta l'avvenimento che ha cambiato l'America e il mondo attraverso la vicenda di un ragazzino che il dolore ha fatto crescere troppo presto, un bambino dall'intelligenza vivace che racconta in prima persona la sua storia con un linguaggio originale capace di mescolare ingenuità e intuizioni di rara profondità. Alla sua seconda prova narrativa Jonathan Safran Foer, regala ai lettori un romanzo coraggioso sia per il tema affrontato sia per la struttura innovativa, che ricorda la piacevolezza e l'intensità del suo fortunato romanzo d'esordio Ogni cosa è illuminata.


Le prime frasi del romanzo:

Ma che…?

E un bollitore per il tè? Con il beccuccio che, all'uscita del vapore, si apre e si chiude come una bocca e sibila belle melodie, o recita Shakespeare, o semplicemente si scompiscia dal ridere con me? Potrei inventare un bollitore che legge con la voce di papà, così riuscirei ad addormentarmi, o magari un intero servizio di bollitori che cantano il ritornello di Yellow Submarine, una canzone dei Beatles, che mi piacciono perché l'entomologia è una delle mie raisons d’être, un'espressione francese che conosco. Sarebbe bello anche allenare il mio ano a parlare mentre tiro le scoregge. A voler essere proprio spiritoso al massimo, potrei insegnargli a dire: « Non sono stato io! » ogni volta che ne sgancio una di quelle incredibilmente toste. E se mai ne sganciassi una di quelle incredibilmente toste nella Sala degli specchi di Versailles, che è vicino a Parigi, che è in Francia, naturalmente il mio ano direbbe: «Ce n'étais pas moi!» E dei piccoli microfoni? Tipo che tutti ne inghiottiamo uno, e loro diffondono i suoni del nostro cuore grazie a piccoli altoparlanti che potremmo tenere nella tasca della salopette? Di sera, andando in strada con lo skateboard, potremmo sentire i battiti di tutti gli altri, e gli altri potrebbero sentire il nostro, come una specie di sonar. La domanda assurda che mi faccio è se i cuori di tutti comincerebbero a battere contemporaneamente, come alle donne che vivono insieme vengono contemporaneamente le mestruazioni, che sono una cosa che conosco, anche se non ci tengo molto a conoscerle. Sarebbe davvero assurdo, a parte che il posto dell'ospedale dove nascono i bambini farebbe tin-tin come un lampadario di cristallo in una casa galleggiante, perché i bambini non avrebbero ancora avuto il tempo di sincronizzare i battiti. E al traguardo della Maratona di New York sembrerebbe di stare in una guerra.
E poi: tante volte succede che uno ha bisogno di scappare via subito, ma gli uomini non hanno le ali, o comunque non ancora. Quindi: inventare una camicia di becchime?
Insomma.
Tre mesi e mezzo fa ho preso la mia prima lezione di jujitsu. La difesa personale era una cosa che mi incuriosiva al massimo per ovvie ragioni, e la mamma pensava che mi avrebbe fatto bene un'altra attività fìsica oltre a suonare il tamburello, perciò tre mesi e mezzo fa ho preso la prima lezione di jujitsu. Al corso eravamo in quattordici, e avevamo tutti dei pigiami bianchi ultrapuliti. Ci siamo esercitati a far l'inchino, poi ci siamo seduti come gli indiani, e dopo il Sensei Mark mi ha detto di avvicinarmi e mi ha ordinato: «Tirami un calcio nelle pallottole». Qui mi sono sentito in imbarazzo e gli ho chiesto: «Excusez-moi?» Lui ha allargato le gambe e mi ha risposto: «Voglio che mi dai un calcio nelle pallottole, più forte che puoi». Si è messo le mani sui fianchi, ha tirato il fiato e ha chiuso gli occhi, così ho capito che parlava sul serio. «Acci » gli ho detto, e dentro di me pensavo: Ma che...? Lui ha insistito: «Su, avanti. Distruggimi le palle». «Devo distruggerti le palle?» Sempre a occhi chiusi, lui si è scompisciato e mi ha detto: «Anche se provi a distruggermi le palle, non ci riuscirai. E quello che si impara qui dentro. Una dimostrazione della capacità che ha un corpo ben allenato di assorbire un colpo diretto. Ora, distruggimi le palle». Gli ho risposto: «Io sono pacifista» e dato che la maggioranza dei bambini della mia età non sa cosa vuoi dire, mi sono voltato e ho spiegato agli altri: «Io credo che non sia giusto distruggere le palle alla gente. Mai». Il Sensei Mark ha detto: «Posso chiederti una cosa? » Io mi sono girato e gli ho risposto: «'Posso chiederti una cosa?' è già chiedermi una cosa». Mi ha chiesto: «Tu sogni di diventare un maestro di jujitsu?» «No» gli ho risposto, anche se non sogno più neanche di prendere in mano la gioielleria di famiglia. Lui mi ha chiesto: «Vuoi sapere come fa un allievo di jujitsu a diventare maestro?» «Voglio sapere tutto» gli ho risposto, anche se non è più vero neanche questo. Allora mi ha spiegato: «Un allievo di jujitsu diventa maestro distruggendo le palle al suo maestro». Gli ho risposto: «Affascinante». Tre mesi e mezzo fa ho preso la mia ultima lezione di jujitsu.
Come vorrei avere qui con me il mio tamburello, perché anche ora che la storia è finita continuo a sentirmi le scarpe pesanti, e qualche volta una bella tamburellata fa bene. La canzone più strepitosa che so suonare con il tamburello è Il volo del calabrone di Nikolaj Rimskij-Korsakov, che è anche la suoneria che ho scaricato per il telefonino che ho comprato quando è morto papà.

Recensioni dei clienti

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    marcello

    30/11/2016 08.31.27

    Qualche apprezzabile sprazzo di lucidità, tanto 11 settembre vissuto con angoscia e disperazione, storia non conclusa di una chiave e tanto tanto nulla per me non comprensibile con tutta la dedizione possibile

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    Carol

    12/09/2016 19.27.24

    Intenso, commovente, ben costruito, ricco di spunti per riflettere, ben scritto, originale. A volte lo stile è un po' ridondante e artificioso, ed anche alcuni episodi sembrano un po' inverosimili, ma questa è la caratteristica dei libri di questo autore, come se il mondo, le persone e i sentimenti fossero guardati con una lente di ingrandimento. Una sorta di iperrealismo che a volte sfocia nell'irreale, come il realismo magico dei sudamericani. Non do cinque solo perché in alcuni punti è inutilmente ripetitivo. Segnalo al lettore che afferma che il bambino protagonista avrebbe meritato qualche sberla in più dal padre, che il bambino è affetto da qualche sindrome particolare, credo della sfera autistica (lo scrittore non lo dice mai chiaramente ma ce lo fa capire da una serie di indizi) che notoriamente non si cura con le sberle... Infine segnalo all'editore che la versione digitale (epub) del libro penalizza notevolmente la lettura e non solo per la presenza di immagini. Andrebbe migliorata.

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    katia

    29/08/2016 20.47.28

    devastante, commovente. Un libro che lascia il segno.

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    luca

    23/08/2016 10.17.13

    Delusione. L'unico libro di Foer che non mi abbia detto nulla, a dispetto del tema trattato (per motivi diversissimi, ho apprezzato e letteralmente divorato tanto 'Ogni cosa è illuminata' che 'Se niente importa'). Questo invece l'ho trovato veramente prolisso e noioso. Speriamo con il nuovo in imminente uscita di ritrovare il Foer brillante ammirato negli altri due capitoli

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    niccolò

    23/03/2014 12.56.04

    ti conquista con tenerezza. più che una lettura un'esperienza. tra un sogno e una canzone.

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    Federico Rosa

    01/12/2013 13.36.12

    Semplicemente un capolavoro. Fantastico. Commovente come pochi, lo rileggerei all'infinito! Veramente fantastico.

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    SHEILA

    10/10/2013 14.10.35

    Non c'è molto da dire. Mi sarei aspettata qualcosa in più. Ero indecisa se dare due punti o tre, ma per il tema che tratta non me la sono sentita di darne due. Delusione.

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    celpe3

    03/06/2013 15.18.30

    Meraviglioso...Commovente!

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    fra

    20/01/2013 01.12.20

    Se dopo aver letto questo libro corrette guardare il film, non fatelo, rovinereste tutto. un libro geniale da ogni punto di vista. Un bambino come voce narrante, estratti di diari e qualche foto ogni tanto. Semplicemente unico.

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    Tiziana

    26/10/2012 20.54.10

    Strepitoso, unico, toccante, commovente, sfaccettato, profondo e anche simpatico. La scrittura è un po' pesante, affannosa, non sempre scorrevole, ma comunque emozionante e viscerale; sa toccare tutti i livelli: fisico, emotivo, mentale e anche spirituale, tocca e fa vibrare ogni corda.Davvero incantevole e specialissimo. Il film è altrettanto delizioso e particolare, da vedere senz'altro.

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    OskarSchell

    25/07/2012 14.08.27

    Uno dei romanzi più belli che abbia mai letto e che ho riletto nel corso degli anni. Recentemente è uscito anche il film... Non posso che consigliarne la lettura, da fare con cuore aperto e ricettivo alle emozioni.

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    Lupo '58

    16/07/2012 02.25.35

    Un romanzo delicato, ma decisamente, almeno a mio parere, troppo "insolito" e con un impianto narrativo, fatto di continui cambi della voce narrante, che me ne ha reso abbastanza difficoltosa e poco scorrevole la lettura. Non mi ha entusiasmato, anche se devo riconoscerne l'originalità di stile.

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    Rainbow

    06/06/2012 15.27.50

    Il consiglio è di leggerlo in caso di insonnia. Il libro è sfiancante, tremendamente lento, NOIOSO, finto, sconclusionato ed il personaggio di Oskar è antipatico, da sberle a piene mani. Sono contro la violenza ma Thomas non poteva dare qualche scappellotto in più a suo figlio?

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    silvia

    30/05/2012 23.10.25

    Sono d'accordo con il parere del lettore che, parafrasando il titolo del libro, lo ha definito: "Molto finto - incredibilmente noioso". Del resto, anche nella recensione de "L'Indice", all'inizio di questa pagina web (che purtroppo non avevo avuto la pazienza di leggere prima di affrontare il romanzo), viene ribadito il concetto di artificiosità retorica, di ostentazione del dolore, "estenuata e autistica nel celebrare unicamente se stessa". Ed è proprio nella reiterazione dell'evento tragico lo stucchevole punto debole dell'opera, non è sufficiente tirare in ballo gratuitamente due tragedie storiche con la pretesa di analizzare i sentimenti dei protagonisti: tanto varrebbe parlare dell'orto sotto casa, l'importante è possedere validi strumenti interpretativi per metter a fuoco ciò che avviene. La narrazione è affidata alle vittime superstiti delle due stragi, un bambino e i suoi nonni, quasi a volersi sollevare dalla responsabilità di uno stile fastidiosamente frammentario e scollegato, ma infiniti sono gli esempi di romanzi quantomeno scorrevoli, in cui la voce narrante è quella di un bambino ("Nel mare ci sono i coccodrilli" - "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte"). Inutilmente angosciante e faticoso, temi altrettanto drammatici vengono gestiti con ammirevole consapevolezza da Piliph Roth in "Indignazione".

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    umberto

    26/05/2012 18.08.51

    Forse un po' "costruito" su qualche personaggio e in qualche passaggio (stessi limiti che avevo trovato in Foer anche in "Ogni cosa è illuminata")

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    bonalumi giuseppe

    08/04/2012 12.01.15

    fantastico libro !!!!! il personaggio di oskar riesce a commuovere in modo assoluto!!!i suoi pensieri e il suo dolore sono rappresentati in modo talmente profondo e sorprendente che risulta impossibile non rimanerne coinvolti.

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    Silvia Angeli

    01/04/2012 13.10.31

    Il critico Harry Siegel ha aspramente criticato lo stile dell'autore: "Foer dovrebbe essere il nostro nuovo Philip Roth, tuttavia i suoi sillogismi da biscottini della fortuna e illustrazioni senza senso e trucchetti tipografici non sono affatto paragonabili a Roth, nemmeno nei momenti più vacui della sua scrittura". Una presa di posizione tanto forte quanto ingiustificata. È vero che Safran Foer utilizza spesso sentenze gnomiche, periodi semplici, a volte categorici nella loro sintesi. Ma brevità non equivale a banalità. La forma, seppure curata, non è più importante della sostanza: le scelte stilistiche sono motivate e meditate, affatto gratuite. È assente qualsiasi virtuosismo, tautologia o vezzo. Particolare è l'uso che l'autore fa delle immagini (fotografie, disegni) e delle parole stesse, disposte a creare quello che è più vicino a un haiku giapponese che la pagina di un romanzo. In questo senso il libro si configura come una sorta di sinestesia: unisce colori, immagini, suoni, descrizioni e riferimenti precisi a sensazioni olfattive e tattili. Safran Foer crea un intero mondo, e il lettore non può che viverlo. Ulteriore punto di forza del romanzo è la sua architettura: un alternarsi di punti di vista, di periodi storici, di forme di scrittura differenti (la lettera, il messaggio, il diario) che consente una lettura a più livelli. Quasi mai un autore riesce nell'impresa di tenere in pugno tutti i fili che la sua creatività ha dipanato, più spesso anzi si perde nei labirinti che lui stesso costruisce, rimanendo prigioniero del proprio estro. Safran Foer invece si mantiene lucido: riannoda i fili, stabilisce un percorso coerente, dona senso. Un romanzo profondo, sincero e sostenuto da un'ossatura forte: l'autore dimostra che è possibile unire significato, lirismo e struttura narrativa. Impossibile rimanere indifferenti, difficile liberarsi dalla sensazione di esser stati coinvolti da un'esperienza che ha trasceso la semplice lettura.

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    sergio oliveri

    23/03/2012 17.57.13

    Le conseguenze delle atrocità derivate dalla follia umana nel susseguirsi di tre generazioni, tra il bombardamento di Dresda e l'attentato alle Torri Gemelle. Una nuova dimostrazione di originalità, attraverso la scrittura alternata di tre "io narranti", per un libro che prende, commuove, fa riflettere e, a tratti, persino sorridere. Pur restando un tantino al di sotto di Ogni cosa è illuminata, Foer si conferma una delle presenze migliori nel panorama della nuova letteratura mondiale.

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    mixy

    18/03/2012 17.00.42

    All'inizio del libro pensavo: "non riuscirò mai a leggere un libro del genere, come se fosse scritto da un ragazzino!"... e invece non solo l'ho finito ma in tempi da record! Tenero, triste e allegro allo stesso tempo, originale... lo consiglio vivamente!

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    claudia

    17/02/2012 09.58.09

    Non merita il massimo, onestamente. E' un bel libro, una storia particolare, un originale stile che fa sentire il lettore parte integrante del racconto. Questo libro è uno strano parallelo tra due pagine tristissime della storia mondiale che però, a mio avviso, l'autore lega male. Inoltre richiede un pò di impegno a causa dei salti continui tra io narrante e cronologia. La cosa più bella in assoluto è lui, Oskar. Non si può non amarlo...per le sue debolezze che sono anche le nostre, per le sue battute sagaci, per il suo modo di guardare la realtà senza filtri. Adesso aspettiamo il film.

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