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Molto forte, incredibilmente vicino
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Descrizione


A New York un ragazzino riceve dal padre un messaggio rassicurante sul cellulare: "C'è qualche problema qui nelle Torri Gemelle, ma è tutto sotto controllo". È l'11 settembre 2001. Tra le cose del padre scomparso il ragazzo trova una busta col nome Black e una chiave: a questi due elementi si aggrappa per riallacciare il rapporto troncato e per compensare un vuoto affettivo che neppure la madre riesce a colmare. Inizia un viaggio nella città alla ricerca del misterioso signor Black: un itinerario ricco di incontri che lo porterà a dare finalmente risposta all'enigmatico ritrovamento e ai propri dubbi. E sarà soprattutto l'incontro col nonno a fargli ritrovare un mondo di affetti e a riaprirlo alla vita.
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Dettagli

2007
Tascabile
384 p., Brossura
9788882469412
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Indice


Le prime frasi del romanzo:

Ma che…?

E un bollitore per il tè? Con il beccuccio che, all'uscita del vapore, si apre e si chiude come una bocca e sibila belle melodie, o recita Shakespeare, o semplicemente si scompiscia dal ridere con me? Potrei inventare un bollitore che legge con la voce di papà, così riuscirei ad addormentarmi, o magari un intero servizio di bollitori che cantano il ritornello di Yellow Submarine, una canzone dei Beatles, che mi piacciono perché l'entomologia è una delle mie raisons d’être, un'espressione francese che conosco. Sarebbe bello anche allenare il mio ano a parlare mentre tiro le scoregge. A voler essere proprio spiritoso al massimo, potrei insegnargli a dire: « Non sono stato io! » ogni volta che ne sgancio una di quelle incredibilmente toste. E se mai ne sganciassi una di quelle incredibilmente toste nella Sala degli specchi di Versailles, che è vicino a Parigi, che è in Francia, naturalmente il mio ano direbbe: «Ce n'étais pas moi!» E dei piccoli microfoni? Tipo che tutti ne inghiottiamo uno, e loro diffondono i suoni del nostro cuore grazie a piccoli altoparlanti che potremmo tenere nella tasca della salopette? Di sera, andando in strada con lo skateboard, potremmo sentire i battiti di tutti gli altri, e gli altri potrebbero sentire il nostro, come una specie di sonar. La domanda assurda che mi faccio è se i cuori di tutti comincerebbero a battere contemporaneamente, come alle donne che vivono insieme vengono contemporaneamente le mestruazioni, che sono una cosa che conosco, anche se non ci tengo molto a conoscerle. Sarebbe davvero assurdo, a parte che il posto dell'ospedale dove nascono i bambini farebbe tin-tin come un lampadario di cristallo in una casa galleggiante, perché i bambini non avrebbero ancora avuto il tempo di sincronizzare i battiti. E al traguardo della Maratona di New York sembrerebbe di stare in una guerra.
E poi: tante volte succede che uno ha bisogno di scappare via subito, ma gli uomini non hanno le ali, o comunque non ancora. Quindi: inventare una camicia di becchime?
Insomma.
Tre mesi e mezzo fa ho preso la mia prima lezione di jujitsu. La difesa personale era una cosa che mi incuriosiva al massimo per ovvie ragioni, e la mamma pensava che mi avrebbe fatto bene un'altra attività fìsica oltre a suonare il tamburello, perciò tre mesi e mezzo fa ho preso la prima lezione di jujitsu. Al corso eravamo in quattordici, e avevamo tutti dei pigiami bianchi ultrapuliti. Ci siamo esercitati a far l'inchino, poi ci siamo seduti come gli indiani, e dopo il Sensei Mark mi ha detto di avvicinarmi e mi ha ordinato: «Tirami un calcio nelle pallottole». Qui mi sono sentito in imbarazzo e gli ho chiesto: «Excusez-moi?» Lui ha allargato le gambe e mi ha risposto: «Voglio che mi dai un calcio nelle pallottole, più forte che puoi». Si è messo le mani sui fianchi, ha tirato il fiato e ha chiuso gli occhi, così ho capito che parlava sul serio. «Acci » gli ho detto, e dentro di me pensavo: Ma che...? Lui ha insistito: «Su, avanti. Distruggimi le palle». «Devo distruggerti le palle?» Sempre a occhi chiusi, lui si è scompisciato e mi ha detto: «Anche se provi a distruggermi le palle, non ci riuscirai. E quello che si impara qui dentro. Una dimostrazione della capacità che ha un corpo ben allenato di assorbire un colpo diretto. Ora, distruggimi le palle». Gli ho risposto: «Io sono pacifista» e dato che la maggioranza dei bambini della mia età non sa cosa vuoi dire, mi sono voltato e ho spiegato agli altri: «Io credo che non sia giusto distruggere le palle alla gente. Mai». Il Sensei Mark ha detto: «Posso chiederti una cosa? » Io mi sono girato e gli ho risposto: «'Posso chiederti una cosa?' è già chiedermi una cosa». Mi ha chiesto: «Tu sogni di diventare un maestro di jujitsu?» «No» gli ho risposto, anche se non sogno più neanche di prendere in mano la gioielleria di famiglia. Lui mi ha chiesto: «Vuoi sapere come fa un allievo di jujitsu a diventare maestro?» «Voglio sapere tutto» gli ho risposto, anche se non è più vero neanche questo. Allora mi ha spiegato: «Un allievo di jujitsu diventa maestro distruggendo le palle al suo maestro». Gli ho risposto: «Affascinante». Tre mesi e mezzo fa ho preso la mia ultima lezione di jujitsu.
Come vorrei avere qui con me il mio tamburello, perché anche ora che la storia è finita continuo a sentirmi le scarpe pesanti, e qualche volta una bella tamburellata fa bene. La canzone più strepitosa che so suonare con il tamburello è Il volo del calabrone di Nikolaj Rimskij-Korsakov, che è anche la suoneria che ho scaricato per il telefonino che ho comprato quando è morto papà.

Valutazioni e recensioni

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Flavia
Recensioni: 5/5

Una magnifica sorpresa. Una lettura magnetica, a cui con estrema difficolta' riuscivo a staccarmi. Oltre alla trama, quello che colpisce e' la struttura, il punto di vista del protagonista, lo stile del romanzo. Pagine che scorrono, quando arriva l'ultima arriva anche il momento piu' difficile: interrompere la lettura.

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Pesce Luna
Recensioni: 5/5

Oskar ha scarpe pesanti quando si sente triste e si veste di bianco passando il tempo a immaginare rivoluzionarie invenzioni o in improbabili cacce al tesoro. Il dettaglio è ciò a cui si è legato da quando suo padre è rimasto vittima dell’11 Settembre. Plastifica le lettere dei personaggi famosi che rispondono alle sue, ama la scienza e la logica fisica in un mondo pieno di caos, è estremamente curioso e sempre a caccia di indizi. Quando nello stanzino del padre trova una piccola chiave in un vaso blu sul ripiano più alto, ha inizio la sua più importante caccia al tesoro. Si potesse tornare indietro, fino al momento in cui qualcosa si è rotto. Aggiustare il destino, trattenerlo come i ganci che provarono a trattenere il sesto distretto di New York, almeno nelle leggende metropolitane, mentre invece tutto va avanti. Si sarebbe potuto fare, dire, pensare e invece si son prese altre vie. Eppure la vita non è che spostare anche un solo granello di sabbia per cambiare il deserto e dalle esperienze che vorremmo non fossero mai accadute tutto si muove come piccole onde verso altro. Si parla dell’ 11 Settembre, ma non solo. Si parla anche di una distruzione lontana nel tempo che ha influito fino a specchiarsi in quella attuale. In realtà si tratta di un gioco di specchi fino all’immagine attuale. Si procede in una ricerca a ritroso ma anche nel presente, fino a confluire nella mancanza di una persona comune. La chiavetta trovata da Oskar in un vaso sulla mensola di suo padre aprirà tantissime porte metaforiche in un incontro multiforme di persone, di esperienze, di affetti. “Se le cose fossero facili da trovare non varrebbe la pena trovarle”. Io ho trovato questo libro e ne è valsa assolutamente la pena. Incredibilmente forte e molto vicino al cuore.

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Edgardo
Recensioni: 2/5

L'argomento è di quelli importanti, il drammatico attentato alle torri gemelle, un bambino che perde prematuramente il padre che si trovava in uno dei grattacieli. Eppure si fa fatica a portare a termine la lettura del libro. La storia si svolge su diversi piani temporali, si fa fatica a seguirne gli sviluppi, talvolta non si riesce più a capire chi sta parlando, a chi e che cosa gli sta dicendo. Sembra quasi una scrittura sperimentale, anche il testo è singolare, alle parole si alternano molteplici fotografie. Le premesse erano così interessanti che sarebbe bastato uno stile molto più semplice e lineare per farne un buon libro. E invece ci troviamo dinanzi ad un lavoro quasi incomprensibile. Peccato!

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La recensione di IBS


“L’unica luce era la televisione.”

Oskar è un bambino newyorkese di nove anni che ama viaggiare con la fantasia. Un piccolo inventore di mondi magici: come il suo progetto di tubazioni collegate ai cuscini di tutti i letti di New York per raccogliere le lacrime di chi piange prima di dormire, riversale nel laghetto di Central Park per mostrare ogni giorno il livello di sofferenza della sua città.

Anche a Oskar capita di piangere sul cuscino: da quando suo padre è morto nell’attacco alle Torri Gemelle. La sua salvezza è dentro di lui: l’immaginazione.

Da qui parte Jonathan Safran Foer, già autore di Ogni cosa è illuminata, per imbastire un romanzo singolare: più che letto, va vissuto. Immergersi in queste pagine, infatti, è un’esperienza emozionale che capita raramente nel nostro mondo di carta: è l’esplosione di un autore pirotecnico, dirompente, capace di commuovere e di far sorridere. Perché tutto ciò che (de)scrive Foer è Molto forte, incredibilmente vicino: è un catapultarsi in una realtà che, troppo spesso, abbiamo vissuto da spettatori senza renderci conto che la guerra è ogni giorno: invisibile, ma altrettanto letale. Dalle ceneri della devastazione Foer è capace di renderci i fiori del bello, dell’umano, in un rinascimento di carta che – pagina dopo pagina- ci riconcilia con l’esistenza. Quella più vera, quella che sprechiamo nell’attesa di un tram o di un desiderio.

Ciò che più conta, però, è che Foer ci dimostra come “l’immaginazione è lo strumento della compassione”. Un concetto che si respira in tutto il romanzo e che si disvela nelle ultime, geniali, pagine del libro.

A cura di Wuz.it

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Conosci l'autore

Jonathan Safran Foer

1977, Washington

Jonathan Safran Foer (Washington 1977) è narratore statunitense. Nel 1999 si è recato in Ucraina per condurre ricerche sulla vita del nonno ebreo. Da quel viaggio è nato Ogni cosa è illuminata (2002), romanzo vincitore del National Jewish Book Award e del Guardian First Book Award. Un altro dramma sommesso della memoria è Molto forte, incredibilmente vicino (2005), divagazione di un ragazzo alle prese, tra foto di famiglia e altre reliquie, col ricordo del padre, vittima dell’attacco alle Torri Gemelle. Nel saggio Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Eating animals, 2009) ha raccontato le motivazioni della propria scelta vegetariana. Nel 2007 è stato incluso nel Granta's Best of Young American Novelists. Tra gli altri libri...

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