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recensione di Monteleone, R., L'Indice 1991, n.10

In un'intervista rilasciata nel 1986, quando si commemorava il 60| anniversario della morte di Piero Gobetti, Norberto Bobbio espresse la convinzione che sul suo conto rimanesse ormai ben poco da scoprire. Però, anche allora si sapeva che c'era ancora, stipata in archivio e inedita, la sua corrispondenza: una mole di carte spedite e ricevute, ammassate in pochi anni a dismisura, per doveri d'ufficio e naturale grafofilia. Bobbio è di quelli che non credono all'attualità della lezione politica di Gobetti in quest'Italia mutata nelle sue fibre superficiali ma per molti aspetti non meno torbida e annighittita delI"'Italietta" con cui lui fieramente si abbaruffava. Dunque: sembrerebbe non esserci più un motivo plausibile di continuare a interessarsene. E invece, resta l'attrattiva del personaggio eccezionale: quel suo poterlo sempre riproporre, diceva Natalino Sapegno, come "un esempio di coerenza, di serietà, di rigore morale": insomma, per quel suo richiamo forte e severo al senso della responsabilità pubblica, la cui perdita - c'insegna Polanyi - ha sui sistemi sociali effetti rovinosi.
Ma queste son tutte cose che hanno a che fare col temperamento dell'uomo, con la sua racchiocciolata soggettività. Si sarà magari già detto tutto o quasi di Gobetti traduttore e editore, pubblicista, saggista e politico, e dei prodotti del suo ingegno versatile nei campi distesi dell'arte, della letteratura, della filosofia... Ma non è detto, invece, che nelle labirintiche profondità del carattere non sia ancora rimasto, più o meno celato in ombre gelose, qualche altro graffito rivelatore. Nel dubbio e nella speranza è valsa la pena mettere le mani in quel cumulo di carteggi privati, a cominciare da questo, scambiato tra Piero e Ada. La curatrice ha fatto bene a sciogliere affermativamente il dilemma preliminare sulla convenienza o no di pubblicare le lettere di entrambi, introducendole e annotandole con perizia. Difatti, una corrispondenza senza la voce antifonaria ha spesso appesantite movenze, come di chi monologa per domande senza risposte.
Così, invece, l'epistolario acquista il timbro intellegibile dell"'ininterrotto colloquio", con in più l'effetto lodevolissimo (come si dice nell'introduzione) di "togliere Ada dal cono d'ombra che per lo più si proietta sul partner di un personaggio illustre": una sorta di "reintegrazione necessaria" che serve perfino a conoscere meglio lo stesso Gobetti. In realtà, cosa cerca propriamente un lettore di epistolari illustri? Non solo, ma certo soprattutto i riverberi di una storia nella dimensione del privato, dove pensieri e sentimenti galoppano in libertà, oltre i recinti delle convenzioni e delle reticenze.
Senza dubbio, dalle lettere di Piero scorrono copiose notizie sui momenti alti della sua lotta politica, sui percorsi culturali e le letture concomitanti. E poi, ci sono gli scatti del suo sdegno per la degradazione del costume politico italiano, che ci suonano come una musica nota ("Roma politica è un semenzaio di mascalzoni e un covo di ladrerie"); ci sono gli spunti del suo intellettualistico antimilitarismo ("La caserma è l'antitesi del pensiero"); e la simpatia (ma sfiduciata) per la combattività delle forze operaie; e la diffidenza verso il protagonismo delle masse, alimentata alle fonti di una cultura elitista ben radicata ("Il mondo è fatto dalle piccole minoranze e queste si può e si deve educare razionalmente"); c'è anche l'idealizzazione del socialismo rispetto a quello "reale" italiano ("la più stolida falsificazione del marxismo").
Ma conviene andare oltre tutto questo e afferrare e seguire il filo di un'autobiografia epistolare in cui i due si aprono senza ritegni. Si avverte di che "spirito forte" fosse intriso il corpo esile del giovane ventenne, dal viso affilato e i capelli incatricchiati e l'occhio vibrante dietro le lenti orbicolari. Il suo gonfiarsi del "senso epico della guerra moderna" stupirebbe se non fosse di chi era al margine di una generazione che, per dirla con Musil, aveva vissuto il conflitto mondiale come una "collettiva fuga dalla pace", uno "schianto metafisico" prorotto dal residuo di insoddisfazioni accumulate nei tempi lunghi della pace.
In una lettera del settembre 1922 Piero traccia questo riflessivo autoritratto: "I miei pensieri sono liberi da ogni illusione ottimistica. Ma il mio pessimismo, se così si può chiamare, è più un metodo che una categoria, è un'impassibilità dignitosa, una rigorosa aridità ed un'operosa freddezza". "Arido", Gobetti, nel senso, suggerito da Levi e da Bobbio, di detestazione dei compromessi e del sentimentalismo bohemien. "Freddo" per timore di cedimenti affettivi, anche verso i parenti. Anche con Ada è pieno di ritrosie e, quando le scrive, per molti mesi camuffa sotto codice cirillico le frasi amorose, quasi per una specie di pudore ortografico. Come presago della fine precoce, è ossessionato dai pericoli del divagamento: dice di essersi imposto una disciplina ferrigna di lavoro proprio come correttivo "alla troppa vivacità della mia intelligenza che minaccia di disperdersi senza approfondirsi". Così, tutto contratto in se stesso e su obiettivi esclusivi si guarda dentro e confessa: "Ho paura del mio egoismo". Ma c'è nell'egoismo di questo intellettuale una valenza molto simile a quella che Norbert Elias esalta come affermazione di autonomia dell'individuo dalla società massificata, come volontà dissociativa dall'istinto gregario di un'umanità che non controlla neppure più il suo proprio destino.
Lei, Ada, è tutt'altra creatura. Una delle attrattive di questo carteggio sta, per l'appunto, nell'affioramento del confronto tenero, ma fortemente sbalzato, tra due personalità che s'incontrano ai poli opposti del loro sentire. Anche Ada schizza il suo autoritratto, ma è tutta un'altra pittura: "Sono una creatura selvaggia, che ha bisogno di cantare e di correre, cogliendo fiori. Sono fatta d'impeto e non di riflessione, per ora". Ripiegato di preferenza nell'interiore "serenità cosciente dell'autocritica" Piero non può capire il gioioso dissolversi di Ada "nell'esteriorità irreale della natura": per lui, è qualcosa di mezzo tra la debolezza e la strullerìa e la richiama ai rigori del raziocinio.
Ada afferra tutta l'essenza del loro rapporto quando lo chiama: "la mia amorevole negazione". Un po' gli cede, affezionatamente; ma un po' anche resiste alle sue pigmalioniche prestanze, e rivendica il diritto di perdersi in "sciocchi languori mistici" davanti alle cose del mondo. La sua allegrezza solare trova spesso ritmi poetici: "la vita - scrive - è una cosa fresca come le bacche d'aprile". Certo, poi tutto s'intenebrisce nell'esilio e nella morte di Piero, su cui dolentemente indugia il terzo dei diari di Ada pubblicati a coronamento dell'epistolario. Ada "matura" rivelerà una forza nervina insospettabile nelle sue giovanili fattezze. In generale, Philippe Ariès ha ragione di dire che l'età matura non prolunga le esperienze della giovinezza, ma le sospende e spesso le distrugge. Però, l'arcano dell'immaginazione, i guizzi della fantasia, tralucono in queste lettere di Ada degli anni venti e presagiscono la vena fabulatoria dei suoi anni avanzati.
L'onda di quello sciagurato decennio si è abbattuta rovinosamente sul destino di questa coppia; ma essa esce grandeggiando anche da questo colloquio intimo, d'ora in poi origliabile con discrezione e profitto dalle presenti e future generazioni.