Non luogo a procedere

Claudio Magris

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
In commercio dal: 24 novembre 2016
Pagine: 362 p., Brossura
  • EAN: 9788811672463
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Descrizione

In questo romanzo violento, tenero e appassionato, Claudio Magris si confronta con l’ossessione della guerra di ogni tempo e paese.

«Claudio Magris è uno dei più grandi scrittori del nostro tempo.» - Mario Vargas Llosa

«In quest’epoca barbarica della storia, le opere e la presenza di Claudio Magris sono indispensabili.» - George Steiner

Una guerra universale, rossa di sangue, nera come le stive delle navi negriere, blu come il mare che inghiotte tesori e destini, grigia come il fumo dei corpi bruciati, bianca come la calce che copre il sepolcro. Non luogo a procedere è la storia di un grottesco Museo della violenza, delle sue sale e delle sue armi ognuna delle quali racconta vicende d'amore e delirio, e dell'uomo che sacrifica la vita alla sua maniacale costruzione; è la storia di una donna erede dell'esilio ebraico e della schiavitù dei neri; è la storia del mistero di un delitto rimosso tra le mura del forno crematorio nazista della Risiera di San Sabba, a Trieste.

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Recensioni dei clienti

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    giuliano paravella

    22/09/2018 18:30:51

    Esistono libri necessari, e questo è uno di quelli. Claudio Magris ci porta per mano nel Museo della Guerra. «Tutta la Storia umana è un raschiamento della coscienza e soprattutto della coscienza di ciò che sparisce, di ciò che è sparito. Se qualcuno o qualcosa manca, fa male, e allora, dopo averlo tolto di mezzo – talora anche piuttosto per le spicce, come alla Risiera – si tolgono di mezzo pure la coscienza e la memoria di averlo fatto. La Storia, la società, le società sono maestre di neurochirurgia e stanno facendo rapidi progressi. [...] "Non lotto contro l'oblio, ma contro l'oblio dell'oblio, contro la colpevole inconsapevolezza di aver dimenticato, di aver voluto dimenticare, di non voler e di non poter sapere che c'è un orrore che si è voluto – dovuto? – dimenticare [...]".»

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    MB

    18/07/2016 20:19:33

    La guerra e la morte. Per il protagonista di questo lungo racconto sono momenti inevitabili, eppure superabili. Oggetti della memoria, da raccogliere in un museo, per farli parlare delle verità della vita. Questo romanzo è lo studio di un diario postumo, pieno di ricordi, di racconti fantastici, di testimonianze che attraversano la storia dell'umanità vista come caleidoscopica rassegna sull'odio, sia pur ravvivata dai contrasti cromatici del multiculturalismo, e riscaldata dalla misteriosa e paradossale fiamma della passione. La fantasia descrittiva di Claudio Magris ripropone l'avventura esotica con rigogliose divagazioni enciclopediche alla Jules Verne, che intrecciano un'interminabile, intricata emozione straniante con le vertiginose evoluzioni del sapere universale. Sullo sfondo di vicende lontane nel tempo, nello spazio e forse dalla realtà, si fanno strada le ombre inquietanti di tragedie vicine e recenti, ancora avvolte nel silenzio, da liberare pazientemente dal fumo dell'oblio. Trieste, città contesa, divisa ed inquieta, è il teatro ideale degli incontri che drammaticamente, tra i fragori delle armi o i bisbigli di una pace imperfetta, ingarbugliano i fili degli eventi, le logiche delle alleanze, i destini delle persone.

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    manzoroma

    01/07/2016 17:25:54

    Illeggibile. Un irragionevole flusso di finte coscienze, un magma inattingibile di esperienze mai esperite, uno specchio rotto i cui frammenti non riflettono. Un dolore intellettualistico che cerca di seminare il lettore tanto è geloso di sé. Una fatica mostruosa che non dà nulla.

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    Adalberto Valerani

    29/01/2016 09:03:01

    Egregio Prof. Magris, da quando ho preso in mano il Suo "Danubio", cerco di non perdere nessuna delle Sue pubblicazioni: contengono una spinta vitale che apre sempre nuovi orizzonti. Quindi ho comperato anche il Suo ultimo romanzo. A lettura quasi conclusa, tra pagine capite (molte) e non capite (poche), sottoscrivo quasi completamente la valida sintesi di Stajano (in internet) che diviene illuminante per chi prendesse in mano la Sua opera. Egli però dimentica che non tutti i lettori sono aquile, parecchi non hanno toccato questo argomento a scuola, e quindi sarebbe stato bene che egli sottolineasse maggiormente la tecnica da Lei usata del "flusso di coscienza", lanciata dall'Ulisse di Joys e ripresa da pochi altri scrittori. Lo stream of consciousness ha le sue regole e pochissima punteggiatura per cui, se dimenticate, certe pagine diventano noiose e pesanti. La colpa non è del romanziere che è libero di scegliere i registri narrativi che desidera; semmai della scuola o per lo meno, dell'introduzione, che non ha toccato minimamente questo argomento. Temo che parecchi rimarranno delusi, non ostante il profondo valore di questa meditazione storica . Ed è un peccato. Accetti i sensi della mia più viva riconoscenza per l'opera altamente civile che persegue nei Suoi scritti. Un cordiale saluto. Adalberto Valerani

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    adalberto valerani

    13/01/2016 13:05:13

    Egregio Prof. Magris, da quando ho preso in mano il Suo "Danubio", cerco di non perdere nessuna delle Sue pubblicazioni: contengono una spinta vitale che apre sempre nuovi orizzonti. Quindi ho comperato anche il Suo ultimo romanzo. A lettura quasi conclusa, tra pagine capite (molte) e non capite (poche), sottoscrivo quasi completamente la valida sintesi di Stajano (in internet) che diviene illuminante per chi prendesse in mano la Sua opera. Egli però dimentica che non tutti i lettori sono aquile, parecchi non hanno toccato questo argomento a scuola, e quindi sarebbe stato bene che egli sottolineasse maggiormente la tecnica da Lei usata del "flusso di coscienza", lanciata dall'Ulisse di Joys e ripresa da pochi altri scrittori. Lo stream of consciousness ha le sue regole e pochissima punteggiatura per cui, se dimenticate, certe pagine diventano noiose e pesanti. La colpa non è del romanziere che è libero di scegliere i registri narrativi che desidera; semmai della scuola o per lo meno, dell'introduzione, che non ha toccato minimamente questo argomento. Temo che parecchi rimarranno delusi, non ostante il profondo valore di questa meditazione storica . Ed è un peccato. Accetti i sensi della mia più viva riconoscenza per l'opera altamente civile che persegue nei Suoi scritti. Un cordiale saluto.

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    Guglielmo

    20/12/2015 10:39:04

    Un libro artificioso nella struttura e nel linguaggio. Si ha la netta impressione che l'autore abbia forzatamente messo insieme (diciamo meglio: raffazzonato) idee e aneddoti confidando nella propria capacità di scrittura per contrabbandarli sotto forma di libro. Una impressione che conferma quella data da "Alla cieca". Grande studioso, ottimo articolista, come scrittore Magris non mi è mai sembrato all'altezza della sua fama.

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    Cristiano Cant

    18/11/2015 12:56:21

    Rincorrere la luce salvifica della storia, far respirare pian piano l'ordine di un antico soffrire attraverso il tortuoso e apparentemente folle dedalo di una collezione, amare una città provata tentando di rilegarne i gridi, le essenze, lungo i destini del rimosso, del sacro, delle insensate tonsille del silenzio colpevole e della parola che finalmente sgorga sincera sotto le travi pesanti di un sentire rarissimo. Romanzo totale, a tratti ostico (ma come deve giustamente esserlo una ricerca narrativa che scende umilmente nelle contraddizioni e nei gorghi delle cose umane), a tratti misura di perfezione (come è del resto ciò che si solleva, che avanza, da tutto quel magma esplorato a fatica). Avevo amato molto Alla cieca e Microcosmi, ma in questo suo ultimo lavoro Magris entra davvero nel cuore delle sue strade natali, negli irrespirabili bollori crematori della Risiera di San Sabba, nel realismo potente che la storia dello scorso secolo ha squadernato sotto tanti orizzonti, nell'incrocio di religioni e razze, atrocità e smarrimenti, che qui trovano spinta e voce nel cuore degli oggetti; ognuno una sua verità, ognuno una sua cronaca, ognuno un passo nel nonsenso del passato, nei meandri di un ricordo, nella caverna del mistero. Storia di follia e di tenerezza, di istanti preziosi come salvezze eterne e smarrimenti agghiaccianti come brusche e gratuite cattiverie. Non so se sia il libro più personale di Magris, la sua tela più intima di uomo e cittadino, scrittore, storico, persona. Ma credo sia molto vicino alle sue stanze di dentro, alla sua biografia sensibile, agli odori della sua infanzia, alla sua penna curiosa, ai suoi trascorsi. La prosa deve essere dura nel suo partire sulla pagina, perchè così soltanto diventa poesia nel suo arrivo a fine periodo. E' la storia dei tanti inferni che hanno scandito l'animo umano, fibra tenace lavorata con raffinata virtù stilistica e insieme fragile rovina accarezzata con pietà e rispetto autentici.

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    claudio

    06/11/2015 13:48:42

    Penso anch'io che Magris sia un grande autore, probabilmente degno del Nobel. Ma faccio sempre fatica a leggerlo, anche sul Corriere. E questo libro l'ho interrotto -con grande dispiacere- dopo un terzo. Per cui il voto sarebbe "senza voto".

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    carlo

    02/11/2015 16:54:25

    Grande libro! Un libro che fai fatica a leggere ma senti l'esigenza di leggere. Leggere questo libro è stata un'esperienza morale. Qui la parola raggiunge dei limiti incredibili, è potenza espressiva allo stato puro. Libri come questo hanno bisogno di dedizione, ogni parola è pesata, ogni frase è scolpita e ti scolpisce. Grazie Magris.

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    Marta

    26/10/2015 17:09:13

    Aspettavo con ansia il nuovo romanzo di Magris. Un'altra pietra miliare. Un libro imperdibile, il racconto di un'epoca e di ogni epoca, di un uomo e una donna ma in fondo di ognuno di noi. Un grande maestro indiscusso della letteratura che non delude mai.

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    Marzia

    20/10/2015 19:25:02

    I libri che parlano di guerra di solito sono belli da leggere d'un fiato oppure noiosi e un po dispersivi, questo per me è stato abbastanza noioso e anche un po dispersivo! Voto basso!

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Magris batte la sua guerra contro le guerre

Non un museo dell’innocenza, ma di armi, reperti bellici e strumenti di barbarie e morte: cannoni, archi, mitragliette, fucili, spade, mazze, divise militari, sottomarini, sirene antiaeree, e poi soldi, banconote di diverse valute (le armi più potenti del mondo, «Le V2 o il napalm mi fanno ridere»), volantini, macchine da scrivere, computer, penne («Ne uccide più la penna che la spada»); uno sterminato archivio composto di vecchi arnesi, cimeli reperiti ovunque, allo scopo di esorcizzare la guerra («madre coniglia che mangia i suoi piccoli restituendoli alla felicità del buio e del niente») e di esaltare la pace; un’esposizione permanente in alcuni capannoni che diventi un “Museo totale della Guerra per l’avvento della Pace e la disattivazione della Storia”. Questa è l’idea, questo è il monito al centro dell’ultima magistrale prova di Claudio Magris, triestino e mitteleuropeo, intellettuale italiano fra i più noti dentro e fuori i confini.

Un uomo senza nome coltiva un sogno all’apparenza irrealizzabile, cioè un simile museo, e una donna, Luisa Brooks, mulatta ed ebrea, figlia di una triestina scampata alla Shoah e di un sergente afroamericano morto in un incidente aereo ad Aviano, è chiamata portare avanti il progetto, dopo la morte violenta dell’ideatore (scintilla d’ispirazione un triestino realmente esistito, Diego de Henriquez, morto oltre quarant’anni fa), che ama dormire in una bara, vicino ai pezzi della sua collezione, e lì resta vittima di un incendio, che brucia anche le tracce di ciò che lui aveva scoperchiato, certe infamie della seconda guerra mondiale, rimosse e cancellate. C’è di che rimanere abbagliati, a patto di sfrondare i pensieri da ciò che gira attorno al testo e testo non è. Resettare è la parola d’ordine. Dimenticare il battage pubblicitario, gli elogi delle voci illustri in quarta di copertina, l’unanimità con cui è stato accolto, e i paragoni con altre opere dello stesso Magris, alcune impossibili da non leggere e da non custodire gelosamente a casa.

A prescindere da tutto questo «Non luogo a procedere», pubblicato dall’editore Garzanti, è un grande libro del nostro tempo: storie vere e immaginate compongono un testo dalla prosa preziosa, opulento, polifonico, veemente ed epico, una narrazione audace con cui ci s’interroga su bene e male e s’oppone in toto alle guerre in anni in cui le guerre proliferano (la pace sembra la più grande utopia del presente); un libro che è quanto di più vicino a un romanzo abbia mai scritto Magris, pur con digressioni lirico-saggistiche e colte divagazioni enciclopediche felicemente in agguato.«Non luogo a procedere» è una meditata riflessione tutt’altro che intima, è un libro che schiaffeggia il lettore a ogni pagina, per travolgerlo e risvegliarlo, ha un’andatura singolare ed imperfetta – di quella imperfezione bella, che non si può costruire, è naturale – andatura da libro-mondo, in cui s’alternano le descrizioni delle sale del museo, le vicende del protagonista senza nome e, scandita in otto capitoli, la storia di Luisa.

“Non luogo a procedere” è poi un atto di accusa nei confronti della storia («elettroshock», «tumore inoperabile», «raschiamento della coscienza» e «discarica») e dei suoi vuoti impossibili da colmare, e una condanna di Trieste, colta porta d’Europa, ma anche coacervo di silenzi avvilenti, delazioni, ambiguità, omissioni, complicità col male (paradigmatica la figura di Enrico Paolo Salem, podestà ebreo negli anni Trenta, poi battezzato e fascista), città intorpidita e infastidita dai fantasmi del passato che tornano e non vogliono essere seppelliti da verità manipolate: è il caso della Risiera di San Sabba, zona grigia per eccellenza delle terre giuliane.

Tra i tanti rivoli di storie intrecciate – storie di discriminazione e odio, ma anche di eroismo, febbrilmente affastellate – finisce inevitabilmente per spiccare quella della Risiera, l’edificio trasformato dai nazisti in lager, «prova generale dell’inferno», con l’unico forno crematorio in Italia, luogo di eccidi rimasti impuniti contro partigiani ed ebrei, che furono trucidati a colpi di mazza o sgozzati: per carnefici e complici – i cui nomi furono probabilmente scritti dai prigionieri sui muri, in italiano, in sloveno, in dialetto e successivamente cancellati, e che nel libro di Magris s’immaginano ricopiati nei taccuini del collezionista d’armi, danneggiati irreparabilmente dal misterioso rogo della sua morte – la storia e la giustizia non hanno emesso sentenze di condanna, ma solo di non luogo a procedere…

Recensione di Salvatore Lo Iacono

 

Le prime frasi del romanzo

Sottomarini usati – compro e vendo. L’inserzione sul «Piccolo banditore» era del 26 ottobre 1963; evidentemente lui – travolto dai debiti, menato per il naso da promesse milionarie di varie amministrazioni pubbliche e perfino di ministeri, strangolato dagli usurai, perseguitato dai proprietari dei terreni e degli hangar dove aveva sistemato i suoi aeroplani e i suoi ponti militari bombardati, si era visto costretto a cercare di vendere qualche cimelio di particolare stazza, ma, nel momento stesso in cui si accingeva a vendere, era stato subito ripreso dalle sue Furie e aveva cercato anche di comperare – non si sa con quali soldi, ma comunque di comperare – sommergibili, Panzer o apparecchi per il dragaggio mine.
Poteva essere l’inizio; l’anticamera del Museo, appena entrati. Sulla parete di fronte all’ingresso un grande schermo nero, increspato da un tremolio indistinto, un rumore d’acqua in sottofondo; la sua faccia appare in quel buio, una fotografia dell’inizio degli anni Settanta. Testa che emerge dalle acque nere, occhi febbrili, furbeschi; righe di sudore, gocce d’acqua scorrono lungo gli zigomi pannonici. In mezzo alla sala, il sottomarino, un U-Boot della Marina imperialregia della prima guerra mondiale, acquistato o procurato chissà come. Sottomarini usati – compro e vendo. Voce pomposa, insinuante. Ricostruita, con un’abile elaborazione di varie registrazioni radiofoniche a Radio Trieste. Un innocuo avviso economico che diventa, grazie alla voce – riassemblata ossia vera, assoluta, non quella casuale e mutevole del momento in cui si parla – un adescamento, la profferta di un ruffiano nell’ombra. Entrare nel Museo come si entra in un night, promesse al neon; può essere una buona idea, pensava Luisa. Anche se mancava il clou, l’attrattiva più ricercata e chiacchierata, quei famosi taccuini. Un mistero iniziatico, privo del dulcis in fundo, la spiga di grano che consacra l’adepto.