Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2000
Pagine: 310 p.
  • EAN: 9788806153915
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    ant

    18/09/2005 11:14:05

    Più che un libro, sembra il dossier giornaliero di un qualsiasi psichiatra di un centro di igiene mentale, dopo qualche decina di pagine deprime e stanca. Molto meglio sullo stesso tema Tu che mi ascolti di Bevilacqua

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Ramondino, Fabrizia, Passaggio a Trieste, Einaudi , 2000
Biasi, Delia, I fiori azzurri, Lint, 1999
Pogliano, Claudio, Citt… dell'artificio. Scienze e cultura a Trieste ("Archivio trentino", n. 1), 1999
recensioni di Frigessi, D. L'Indice del 2000, n. 07

"Un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e mani troppo grandi" per Saba, ma per Fabrizia Ramondino, che nel suo libro cita versi di Saba in esergo ad ogni capitolo, Trieste è donna. Donna traghettatrice, che apre il varco alle madri e alle compagne nelle peripezie del vivere. Assunta Signorelli, "dea salvifica" che ha lavorato con Franco Basaglia nel manicomio di SanGiovanni, invita la scrittrice a soggiornare nel Centro triestino di salute mentale durante l'estate del 1968, e nasce così un racconto di intensa collaborazione e identificazione dove si mescolano liberamente le forme del romanzo, dell'autobiografia, della testimonianza, legate dalla riflessione sulla follia e sulla morte. In questo diario di bordo dove si incontrano, si incrociano tante voci di donne, il femminismo si cala nella "esperienza immaginativa ed emotiva della discesa", nella scoperta della singolarità del genere. Il Centro, in cui quasi tutte le porte sono aperte, rappresenta l'essenza del pensiero e delle pratiche basagliane, sopra ogni cosa parla il corpo - scrive Paola, psichiatra - che dà forma alla follia delle donne, il solo che potrebbe parlare del mondo femminile di fronte alle maglie della psichiatria e del controllo. Stare vicini alla sofferenza, abbracciarla nella sua irraggiungibilità, è questo il "fragile legame d'amore" che Trieste offre a chi ne scrive.
Non c'è in apparenza legame tra il diario-romanzo di Fabrizia Ramondino e il Bildungsroman di Delia Biasi, eppure qualcosa avvicina le due scrittrici, napoletana l'una, l'altra di madre slava e di padre italiano.Da sempre Delia si è abituata a vivere "incastrata in mezzo a due razze", e questa singolarità che marca le sue terre è vissuta intera dalla bambina che cresce in un paese del Carso triestino. La sua è una finestra spalancata sul mondo, sull'apocalisse degli scontri etnici e delle guerre. Il paese è abitato da contadini slavi, la bambina parla italiano per volontà del padre. Un padre che vive le tante contraddizioni del suo paese e dei tempi (la grande guerra, un periodo nella Russia scossa dalla rivoluzione, il fascismo al rientro in patria), una madre che mantiene viva la curiosità della gioventù, la vita dei campi e del contrabbando nel villaggio, i viaggi di vacanza nella terra rossa dell'Istria e fino a Parenzo, gli amici serbi del Kordun. L'amore per la terra "che accoglie e che nasconde le cose degli uomini" segna la bambina, che continua a sentirsi diversa. Un primo incontro con la violenza fascista contro un contadino squarcia la sua "cecità", scoppia la guerra, la Jugoslavia viene occupata, il paese si riempie di gente sbandata, compaiono i partigiani e i tedeschi occupano il villaggio e la sua casa; dopo l'armistizio, sotto le finestre della bambina che cresce scorre un esercito di gente in rotta.
In mezzo a questo tumulto, a questa storia che passa per le strade del paese, l'occhio della narratrice resta limpido e fresco. Contraddizioni etniche rotte dalla violenza e confusioni sanguinose segnano la sorte delle città istriane, dove la difesa della nazionalità è intesa come sopravvivenza, dove il contrasto tra città e contado può finire nelle foibe mentre la gente attende la fine del mondo e vede sbucare dalle nuvole prodigiosi cavalieri dell'apocalisse. I soldati che andavano incontro al crollo finale "guardavano con gli occhi seri dei bambini", la scrittrice ricorda i serbi, i cosacchi vicino a Trieste, i cetnici, ma non dimentica i tratti di umanità che balenano nelle storie di vita dei tedeschi e degli Alpenjäger che occupano la sua casa. A Trieste, dove la famiglia ha trovato alla fine un rifugio, entrano i neozelandesi, ai soldati di Tito che percorreranno da vincitori la città vengono consegnati i tedeschi, questa volta è la marea balcanica e slava a passare sotto le finestre. Le vicende si mescolano tutte, resta solo il profumo della natura e la giovinezza selvatica che chiama. Un respiro quasi epico anima in Delia Biasi la descrizione dell'universo babelico, dell'umanità disperata che la guerra lascia dietro a sé, dell'ingiustizia e della menzogna che annebbiano ogni cosa, ma la pietas prevale.La stessa pietas che ha condotto Fabrizia Ramondino a vivere con le donne del Centro triestino, ma con un vincolo terragno e "barbarico", con una sua forza libertaria quasi slataperiana.
Le sorti di Trieste si sono prestate da sempre a letture divergenti, a mitizzazioni e a manipolazioni di cui impossibile e pretenzioso sarebbe qui dare conto, ma hanno continuato e continuano a esercitare un fascino, a suscitare domande. Uno storico della scienza come Claudio Pogliano si è trovato di fronte a questa "città di carta" durante alcuni anni di insegnamento universitario, e ha cercato di aprire una prospettiva nuova, che conduce alla Trieste scientifica e naturalistica, legata allo spirito borghese e soprattutto ai caratteri cosmopoliti dei triestini. Ne risulta qualcosa di più importante e intrigante di quel semplice - e troppo modesto - "indice dei lavori" che Pogliano scrive di voler fornire ai suoi lettori. Dai primi indizi settecenteschi alle Riflessioni politiche di stampo naturalistico di un filosofo della storia come Antonio De Giuliani, dalla fondazione del "Giornale del Lloyd" (1835) e del settimanale "Favilla", che unisce mercanti e imprenditori di cultura, dall'accorrere dei giovani triestini nelle facoltà austriache di Vienna e di Graz alle numerose versioni italiane di opere scientifiche tedesche: uno stuolo di tecnici, di inventori, di studiosi, poco noti o dimenticati, passa per la ricerca dello storico sullo sfondo dinamico di una cultura laica e borghese. Con il nuovo secolo, di cui si addensano intense le ombre, la "religione della patria" sembra relegare in un angolo la cultura scientifica. Pogliano ripercorre il primo dopoguerra triestino, il sovrastare dell'idea di nazione che la presenza della forza lavoro slovena rafforza e ci narra i danni gravi operati dalla "cultura in orbace", le parole d'ordine fasciste che indirizzavano Trieste a essere la fiaccola della civiltà nazionale nelle aree del Levante.
Con il secondo dopoguerra rinasce faticosamente l'idea della funzione europea della città che, in campo scientifico, sembra realizzarsi nei primi anni sessanta, grazie ai progetti dei fisici. Diretto da Abdus Salam, futuro premio Nobel, nasce il centro internazionale di fisica teoretica (Ictp): Trieste diventa una meta nota e ambita per scienziati di tutto il mondo. Poi, nel 1971, Franco Basaglia porta avanti la sua lotta per una riforma del sistema psichiatrico italiano. Un altro volto, un altro profilo di Trieste si aggiunge finalmente a quello della sua particolare civiltà letteraria - autobiografismo, introspezione, antiletterarietà - e alla riflessione intorno ai suoi destini inquieti di città al crocevia.