Traduttore: G. Baioni
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1981
Pagine: XLII-142 p.
  • EAN: 9788806523657
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Nella postfazione a questa scelta di una quarantina di testi dalle Poesie statiche (1948), Fragmente. Destillationen (1951-53) e Aprèslude (1955), Giuseppe Bevilacqua si domanda perché in Italia il primo Benn, il Benn di Morgue, di Soehne, di Fleisch (1912-17), crudo e iperbolico, abbia avuto più fortuna del poeta maturo, l'adepto della perfezione formale, il quasi neoclassico. Si fosse trattato di ragioni culturali, data l'estraneità italiana alla fenomenologia espressionista, sarebbe dovuto avvenire il contrario. Ma le ragioni, dice l'insigne germanista, sono di natura formale, e una è stata probabilmente decisiva: la rima.
Nel transito della poesia dall'Ottocento postromantico, descrittivo, sentimentale, al Novecento, con le sue varianti simbolistiche e sperimentali, si è verificato il ripudio della rima. La rima, osserva la breve e limpida postfazione, si era progressivamente degradata a virtuosistico abbellimento, e il suo messaggio di armonica circolarità si è trovato in contrasto con un mondo che a questo punto si percepiva come lacunoso, incongruente, lacerato: la poetica di Benn è quindi, di base, quella del verso novecentesco libero, fortissima vi è tuttavia la presenza del verso regolare e rimato. Secondo Bevilacqua, il proposito espressivo della rima serve a Benn a cantare la propria doppia nostalgia, indietro verso i primordi e avanti verso la bellezza, serve cioè a percorrere un cammino "regressivo" di nietzscheana memoria e un cammino "progressivo" che ha per ideale il trionfo della "forma". La rima sarebbe, in entrambi casi, la marca dell'utopia. Una chiave la troviamo in Sommers: "Du – der von Aeons Schoepfungsliedern allen / Immer nur eines Reims gewusst und eines Lichts". Traduce Bevilacqua: "Tu – che dei canti sull'origine dell'umana età / sempre soltanto una rima ed una luce ritenesti". Quest'assimilazione di rima e luce ci dice che la rima è senso, durata, fulcro della poesia.
Solo il primo traduttore italiano, Leone Traverso (1954) aveva riprodotto le rime, i traduttori successivi, Ferruccio Masini per Aprèslude (1966), Giuliano Baioni per le Statiche (1972) e io stessa per Frammenti. Distillazioni (2004), vi hanno rinunciato e questa sarebbe – se seguo correttamente il filo del pensiero di Bevilacqua – la ragione di natura formale della mancata popolarità del Benn maturo presso di noi. Qui c'è forse da rilevare che il Benn anni cinquanta scende di frequente dal trono della poesia monologica della "forma" per aprirsi a una più umile dimensione dialogico-conversativa: se continua, sempre in parte ma fino all'ultimo, a stregare il lettore con la rima, la mia impressione è che qui la rima non sia più regresso né progresso, bensì assecondi una propensione melodico-sentimentale di cui il poeta non fa mistero tutte le volte che tocca, vedi nel carteggio con Friedrich Wilhelm Oelze, i propri gusti elementari, quasi plebei in fatto di musica.
Includendo nella sua scelta le "sei o otto" poesie perfette cui Benn pare alludere nel suo celebre discorso di Marburg, Bevilacqua traduttore intende restituirci l'incantesimo della rima. Un'impresa tanto interessante quanto ardua, della cui eccellente riuscita vorrei dare almeno due esempi: da Lebe wohl ("Lebe wohl, / farewell, / e nevermore-: i linguaggi dell'ombra e del dolore / son noti nel profondo / e senza fine / tanto all'udito / quanto al cuore (…) Su tutto sovrasta la doppia ala / di un'infinita usura: / mondi- opere- cose ultime-: / votate a morte futura") e dalla famosa Aus Fernen, aus Reichen (ottave a rime alterne, in gran parte tronche e monosillabiche): "Che cosa poi sarà, dopo quell'ora, / una volta che ciò sia avvenuto, / nessuno lo sa, nessuna / notizia giunse mai di là; / che dalle soffocate gole / che dalla luce spenta / qualcosa di nuovo s'accenda: io penso di no".
Perplessa mi lascia invece, per contrasto, la resa di Einsamer nie als im August, pure famosa: è la poesia su cui il traduttore spende più giustificazioni che mai, a partire dall'avere sostituito "agosto" con "estate" (forse Benn, dice, ha usato "August" solo perché gli rimava bene con "Lust"). Ma il nodo è nell'ultima strofa: "und tauscht den Blick und tauscht die Ringe / im Weingeruch, im Rausch der Dinge" diventa "e scambia lo sguardo e scambia gli anelli, / nell'aroma dei vini, nell'ebbrezza degli orpelli". Certo, la schernita felicità di massa vive di "orpelli", ma "die Dinge" è il pallido, neutrale eppure insostituibile "cose". Le "cose" sono quella "realtà" che il poeta riteneva inesistente o perlomeno superflua. Un altro nodo è in Nimm fort die Amarylle, dove nell'ultima strofa "Was waere noch Stunde dauernd / in meinem zerstoerten Sinn, / es bricht sich alles schauernd / im Augenblicke hin" è reso con "Che sarebbe un'altra ora / nel mio devastato sentimento? / Con un brivido tutto si frantuma / nel giro di un momento". Qualche dubbio forse su "sentimento", ma la resa semantica è perfetta: se non arrivasse quel piccolo shock del parlato quotidiano di "nel giro di un momento", richiesto com'è ovvio dalla rima. Una riuscita melodica prodigiosa abbiamo invece di nuovo in Rosen: "Wahn von der Stunden Steigen / aller ins Auferstehn. / Wahn- vor dem Fallen, dem Schweigen: / wenn die Rosen vergehn", reso con "Illusione le ore credute salire / fino a risorgere, tutte, / illusione - innanzi al silenzio, alle cadute: / se pur le rose vanno a sfiorire".
Temo che il trapasso da rima tedesca a rima italiana sia fatale anche al più raffinato dei traduttori. Perché il tedesco è, come si sa, lingua sintetica e l'italiano lingua analitica? È perché la poesia tedesca, a differenza dell'italiana, ha alle spalle una tradizione non scissa fra alto e basso e tra popolare e letterario, un cantare diciamo naturale, liederistico, cui attinge largamente lo stesso Benn?
Anna Maria Carpi