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Nicolas Malebranche

Curatore: M. Garin
Editore: Laterza
Anno edizione: 2007
Pagine: XLIII-729 p. , Rilegato
  • EAN: 9788842083986
Pochi oggi saprebbero dire chi sia stato Nicolas Malebranche, prete dell'Oratorio nato nel 1638 a Parigi, dove morì nel 1715. Eppure fu uno dei filosofi più famosi della sua epoca, così celebre da offuscare Spinoza e Leibniz, per non parlare di Descartes: nonostante le vivacissime polemiche che percorsero tutta la sua vita, e che lo opposero soprattutto ad altri filosofi e teologi segnati dal pensiero di Descartes, si può anzi dire che il cartesianesimo si sia identificato con Malebranche nei decenni a cavallo tra Sei e Settecento. In un filosofo che è al tempo stesso un prete: nelle pagine di Malebranche la presenza della tradizione teologica è costante, perfino quando affronta tematiche squisitamente filosofiche, e pervasivo è il riferimento ad Agostino in primo luogo, ma anche a Tommaso. Anzi, una delle cifre del distacco di Malebranche da Descartes è proprio nel diverso equilibrio istituito tra afflato religioso, preoccupazioni teologiche e ricerca filosofica: un nuovo equilibrio che non cancella la distinzione tra filosofia e teologia e non sussume una disciplina all'altra, ma che rende più forte l'osmosi tra le due, in entrambi i sensi.
La filosofia certamente si colora di sfumature teologiche, ma avviene anche il contrario: non a caso la polemica con un altro grande rappresentante del cartesianesimo francese, Antoine Arnauld, talmente vasta e profonda da toccare praticamente tutti i punti del pensiero malebranchiano, scoppiò solo dopo la pubblicazione del Traité de la nature et de la grâce, dove certe conseguenze teologiche della filosofia malebranchiana diventavano particolarmente evidenti. La chiesa si mostrò equanime verso i due contendenti: condannò e perseguitò il giansenismo cui Arnauld aveva aderito, mise all'Indice, uno dopo l'altra, le principali opere di Malebranche, tra il 1690 e il 1714.
Scrittore fecondo e felice, Malebranche rimane per tutta la vita al lavoro alla sua prima opera, La ricerca della verità: tanto da rielaborarla continuamente, completando, sopprimendo, modificando i sei libri già scritti, e aggiungendo degli Éclaircissements che da soli aumentano di quasi la metà la lunghezza iniziale del volume (il piano editoriale di Laterza prevedeva inizialmente la loro traduzione: licenziando il volume, nel 1983, Maria ed Eugenio Garin si auguravano di poterli presto rendere disponibili al lettore italiano, cosa poi non avvenuta). Modifiche, aggiunte, soppressioni che hanno certo lo scopo di rendere più solida la struttura del libro di fronte ai suoi numerosi critici, ma che rispecchiano anche l'evoluzione del pensiero dell'autore nel corso degli anni e la sua costante sensibilità alle novità scientifiche: membro dell'Académie des Sciences, Malebranche segue l'introduzione del calcolo infinitesimale in Francia e inserisce nella Ricerca della verità i risultati di questi suoi studi, così come di quelli sull'ottica e sul meccanismo della vista (la storia editoriale dell'opera viene ripercorsa accuratamente dall'introduzione di Eugenio Garin).
Qual è la cifra di questo lungo libro, rimaneggiato per così tanti anni, e così appassionante per i contemporanei da essere tradotto, vivente l'autore, in olandese (1680-81), latino (1685), inglese (1694)? Il titolo riprende quello di uno scritto cartesiano, rimasto inedito, ma circolante in forma manoscritta: alcune differenze risultano però evidenti fin dalla lettura dell'indice. Quello di Malebranche è in primo luogo un accurato esame degli errori dello spirito umano: errori dei sensi, dell'immaginazione, dell'intelletto; errori prodotti dalle inclinazioni dell'anima o dalle sue passioni. Quel che in Descartes veniva esposto in poche pagine, qui si espande fino a occupare la quasi totalità dell'opera, riproducendo un disegno che ai contemporanei non poteva non ricordare un altro padre della filosofia moderna, Francis Bacon. È nelle pieghe di questa amplissima fenomenologia dell'errore che compaiono le teorie caratteristiche della filosofia di Malebranche: la visione in Dio, l'occasionalismo, la semplicità dell'azione divina, il prevalere della saggezza sulla potenza divina. Sono però quasi tutte appena accennate: troveranno ampio spazio solo negli Éclaircissements o nelle opere successive, cosicché un lettore che non abbia uno sguardo retrospettivo, che non legga La ricerca della verità alla luce dei cambiamenti cui l'opera verrà sottoposta dopo la prima edizione e di quanto Malebranche scriverà in altri testi, non riesce a cogliere facilmente la peculiarità della sua proposta filosofica.
Una fenomenologia dell'errore, dunque, il cui fine è proporre poi un metodo capace di farci raggiungere la verità: quanto questa impostazione possa essere ricca di implicazioni risulta particolarmente evidente se si considera che essa permette a Malebranche di prendere posizione rispetto a tutte le grandi scuole filosofiche del passato, e ai loro epigoni moderni. Il giudizio su Montaigne, ad esempio, oltre a riecheggiare analoghi pronunciamenti pascaliani, è esemplare per la sua capacità di mostrare quanto due filosofi estranei alla tradizione scolastica possano però essere distanti l'uno dall'altro. Ecco allora che, con una nettezza sconosciuta ai testi cartesiani, molto più cauti in merito, La ricerca della verità attacca frontalmente la metafisica e la fisica aristotelica. La distinzione tra materia e forma viene infatti ricondotta a una comune e diffusa tendenza a interpretare male i dati sensibili. Invece di ricondurre le differenze che esistono tra di oggetti alle loro diverse configurazioni, gli individui proiettano su di loro le proprie sensazioni: non capiscono dunque che un oggetto è bianco, o salato, o pungente perché le parti che lo costituiscono sono disposte in modo tale da suscitare in noi queste diverse sensazioni, ma pensano che l'oggetto sia in sé bianco, salato o pungente. Se è così, dal momento che i corpi si trasformano, essi devono essere composti da un elemento invariabile, la materia, che permane nei vari cambiamenti, e da uno che fornisce il carattere specifico di un certo corpo, la forma sostanziale. In questo modo, da un comune errore umano derivante dalla mancata conoscenza del meccanismo della sensazione, arriviamo alla filosofia aristotelica.
Se ci spostiamo in campo morale, lo studio degli errori ci fornisce altri strumenti per rifiutare le grandi filosofie del passato. Stoici ed epicurei, per esempio, sono entrambi accomunati da un meccanismo proiettivo simile a quello aristotelico: attribuiscono le nostre sensazioni agli oggetti e per di più ritengono che il piacere sia il bene e il dolore sia il male. Gli uni dunque consigliano di cercare di essere indipendenti dagli oggetti esterni, per diventare un imperturbabile saggio, mentre gli altri sostengono che si debbano cercare gli oggetti che procurano piacere. Trascurano entrambi una verità perfettamente nota, invece, ai cristiani: Dio è il nostro unico vero bene. Una verità che l'occasionalismo prova in massimo grado: Dio è l'unica fonte di azione; solo lui può agire sulla nostra anima e sul nostro corpo, così come su tutti gli altri corpi. Solo lui può quindi essere il nostro bene.
Abbandoniamo la fenomenologia dell'errore e concentriamoci su questo dato: Dio è onnipresente nelle pagine della Ricerca della verità. Certo, anche nelle Meditazioni cartesiane aveva un ruolo chiave: non per nulla Descartes dichiarava a Mersenne che gli atei non potevano rispondere efficacemente alle obiezioni degli scettici, perché non erano in possesso di una sicura dimostrazione della verità. Ma dopo aver funto da garante, il Dio cartesiano non ricompare a ogni snodo del discorso filosofico, mentre quello malebranchiano sì. Facile derubricare questa presenza a mero effetto di estrema pietà religiosa, come pure alcuni contemporanei fecero: si sottovaluterebbe però la profonda distanza che separa Descartes e Malebranche. Una distanza di natura filosofica che emerge prepotentemente fin dalle prime pagine della Ricerca della verità: certamente l'anima è unita al corpo, ma in realtà questa sua unione è secondaria rispetto a un'altra unione, quella dell'anima con Dio.
Con la divinità fa la sua apparizione un altro concetto di derivazione teologica, quello di peccato, anch'esso largamente presente nelle pagine di Malebranche: il tema dell'errore tende spesso a trapassare dal piano gnoseologico ed epistemologico a quello morale, come si è visto a proposito del giudizio malebranchiano sugli stoici e sugli epicurei. Il peccato, però, spiega in primo luogo perché questa unione essenziale dell'anima con Dio sia così difficile da percepire e da recuperare per noi: la colpa di Adamo ha rafforzato il legame con il corpo. Non ha stravolto la nostra natura, ma ne ha mutato gli equilibri. Il protagonismo del corpo, l'eclisse dell'unione con Dio sono dunque all'origine di tutti i nostri errori cognitivi e morali. Non percependo chiaramente cosa cambia nei suoi organi quando sentono qualcosa, l'anima attribuisce le proprie sensazioni agli oggetti; ancora peggio, si costruisce un'immagine corporea di sé e delle sue facoltà; non riesce a tenere a freno la propria immaginazione o si fa trascinare da quella altrui; pronuncia giudizi precipitosi, prima di aver raggiunto una piena evidenza, perché la volontà libera prevarica sull'intelletto; si disperde nella ricerca di falsi beni, cadendo in preda alle passioni, invece di concentrasi alla ricerca del solo suo vero bene, Dio.
In alcune sezioni della Ricerca della verità la distanza da Descartes è particolarmente evidente: tutta la trattazione delle passioni, ad esempio, è strutturata secondo una logica diversa, che risponde alle preoccupazioni del moralista, mentre quella cartesiana era programmaticamente basata su un'analisi fisiologica e medica. Non solo: delle passioni Descartes dava un giudizio quasi sempre positivo e delineava un'immagine della saggezza che, senza coincidere perfettamente con quella stoica, le era molto vicina. Malebranche invece limita fortemente l'utilità delle passioni, non cessa di indicarcene la pericolosità e ripudia completamente l'ideale stoico, non solo impossibile da attuare, ma figlio di quella stessa superbia che ha spinto Adamo ed Eva a cercare di diventare degli dei. In tutt'altro campo, la stessa teoria della visione in Dio è strettamente solidale con la convinzione che l'anima umana sia per sua essenza unita a Dio. Così, anche quando, evitati gli errori dei sensi e dell'immaginazione, l'individuo usa correttamente l'intelletto puro, non si può in nessun modo dire che egli si appropri della verità, che essa entri in lui sotto forma di idee che gli appartengono: semplicemente, egli la contempla, la vede nelle idee che Dio, non lui, da sempre possiede.
Che questa tesi di Malebranche derivi anche dalla scelta di accogliere le tesi di Agostino, abbandonando Descartes, è chiaramente e brillantemente spiegato nella nota introduttiva di Emanuela Scribano: il lettore che voglia affrontare La ricerca della verità vi troverà non solo un filo di Arianna capace di condurlo nei meandri di quest'opera appassionante, ma anche analisi che gli permetteranno di capire quanto possa essere stato controverso il lascito cartesiano, al punto da ingenerare tra chi si richiamava al suo insegnamento controversie altrettanto accanite di quelle che separavano i moderni dai seguaci della filosofia tradizionale e da ispirare modelli filosofici per molti aspetti contrapposti. Antonella Del Prete