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Carlo Dionisotti

Editore: Il Mulino
Collana: Saggi
Anno edizione: 1989
Pagine: 146 p.
  • EAN: 9788815023469

recensione di Hammond, M., L'Indice 1990, n. 6

Che Arnaldo Dante Momigliano, oltre ad essere uno dei più brillanti tra gli studiosi del mondo classico del nostro secolo sia anche uno dei più commemorati dimostra da un lato quale sia stata la sua importanza, dall'altra quanti amici avesse: la seconda appendice di questo libro comprende l'elenco dei convegni commemorativi tenuti in Italia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti con la partecipazione di molti importanti studiosi venuti a ricordarlo, a cui si aggiungono cinque pagine e mezza di necrologie e di ricordi. A integrare questa lista c'è quella che, quasi contemporaneamente a Dionisotti, ha curato Edward Shils negli atti del convegno commemorativo tenuto all'università di Chicago (che li ha pubblicati nel 1989) e che in particolare elenca 724 scritti di Momigliano catalogati per data di pubblicazione, più alcuni articoli inediti e voci scritte per varie enciclopedie.
L'autore di questo ricordo, Carlo Dionisotti, è un professore emerito di letteratura italiana che con Momigliano, ai tempi in cui erano entrambi studenti all'università di Torino (1925-29), strinse un'amicizia destinata a durare fino alla morte dello storico, avvenuta nel 1987. Più che una biografia o un vero e proprio studio dell'opera di Momigliano nel campo degli studi classici, questo libro è l'omaggio di un amico che vuole mettere in rilievo i diversi fattori che hanno contribuito a formare la carriera e il pensiero dello studioso. Tre capitoli comprendono due conversazioni e un articolo dedicato da Dionisotti alla memoria dell'amico, mentre delle due appendici la prima contiene la lezione inaugurale tenuta da Momigliano nel 1936 quando ebbe la cattedra di storia romana a Torino, un posto che doveva lasciare due anni dopo quando il regime fascista incominciò a perseguitare gli ebrei che occupavano posizioni accademiche, e la seconda è il succitato elenco di convegni e scritti commemorativi.
Benché i tre capitoli principali mettano a fuoco aspetti diversi della carriera di Momigliano (il primo ne tratta in generale, il secondo si occupa dei suoi rapporti con Croce e il terzo degli anni passati a Torino prima come studente dal 1925 al 1929 e poi come professore dal 1936 al 1938) essi sono in qualche misura ripetitivi, e possiamo qui considerarli insieme.
Per Momigliano, che era nato in provincia di Cuneo da una famiglia israelita, i vincoli che lo univano all'ebraismo, al Piemonte (e in particolare all'università di Torino) e all'Italia non erano che tre aspetti di un tutto inscindibile, per cui tanto più traumatici furono per lui il forzato abbandono della cattedra torinese nel 1936 e, l'anno dopo, l'esilio, in quanto venivano a negare tale unità. Nella primavera del 1939, quando ormai si avvicinava la data della sua partenza per l'esilio londinese, si recò a Roma per quella che pensava fosse l'ultima visita, e fu per me un'esperienza commovente accompagnarlo sul Gianicolo, dove davanti alla statua di Garibaldi diede uno sguardo di commiato alla città in cui aveva passato sette fecondi anni.
A Roma era arrivato nel 1929 al seguito del suo maestro Gaetano De Sanctis, che sostituì sulla cattedra di storia romana (1933-36) quando l'anziano De Sanctis rifiutò di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista, e sempre considerò uno stimolo prezioso al suo lavoro il fatto di vivere nella capitale, con i suoi monumenti classici, la grande ricchezza di materiali di ricerca, la comunità internazionale di studiosi classici che vi risiedeva: il periodo romano (1929-36) fu caratterizzato da un gran numero di pubblicazioni. Fu anche il periodo in cui, a Napoli, strinse amicizia con il più anziano Croce, che ammirava ma di cui rifiutava la concezione della storia, con le sue grandi generalizzazioni filosofiche, a favore di un'impostazione più scientifica basata sulla verifica delle fonti e sullo studio filologico dei testi. Queste divergenze, che trovano espressione nei passi in cui Momigliano si occupa delle tesi dei crociani attivi nel campo degli studi classici e nelle recensioni dei loro lavori, non intaccarono la loro amicizia: egli si mantenne comunque fedele alla metodologia di De Sanctis, e quando nel 1946, in occasione di un breve ritorno in Italia, rifiutò il posto di direttore del nuovo Istituto di Studi Storici di Napoli offertogli da Croce, lo fece non solo perché la sua attività di studioso aveva ormai solide basi in Gran Bretagna ma anche perché non poteva accettare l'impostazione filosofica data da Croce allo studio della storia. Di conseguenza non tornò mai definitivamente in Italia, anche se mantenne la cittadinanza italiana e dal 1964 fino alla morte fu professore soprannumerario alla Normale di Pisa, dove ogni anno teneva un prestigioso seminario.
Momigliano passò gli anni della guerra a Oxford, grazie all'appoggio di H.M. Last, in quell'ambiente del college inglese che trovava molto più stimolante di quello che aveva conosciuto in Italia; dopo la guerra, nel 1947, ebbe una cattedra all'università di Bristol, ma ormai la sua reputazione era tale che nel 1951 fu nominato professore di storia antica all'university College di Londra, posto che mantenne fino all'anno del suo ritiro, il 1975, quando fu nominato 'visiting professor' all'università di Chicago, dove si recava ogni anno durante il trimestre primaverile e quello autunnale, mentre dal 1955 fu a Pisa nel periodo intermedio. Era sempre molto richiesto come 'visiting professor' e come 'lecturer', ma la sua produzione di pubblicazioni scientifiche non registrò alcuna flessione.
A parte tre monografie e un manuale pubblicati nel periodo romano, tale produzione consiste in un numero enorme di articoli e recensioni, raccolti a partire dal 1955 in otto volumi di "Contributi", l'ultimo dei quali fu pubblicato postumo nel 1987. Non vide quindi mai la luce quello studio di ampio respiro sul concetto di pace e di libertà nel mondo classico già presente 'in nuce' in una lezione del 1936, in cui sosteneva che per i greci la pace altro non era che un periodo di assenza di guerra per un singolo stato, e che solo con la pace di Antalcida, imposta dai persiani nel 386 a.C., essa venne estesa a tutti i greci: in seguito, nel quarto secolo a.C., Filippo il Macedone e poi Alessandro instaurarono una "pace comune" accompagnata da "concordia", ma una vera pace e una vera concordia sul piano internazionale vennero solo con la pax romana che ereditata dal cristianesimo come pax Augusta e coniugata con la concezione ebraica della pace come patto tra Dio e l'uomo, divenne la pax Christiana.
Benché il lavoro di Dionisotti non si proponga di dare una valutazione del contributo scientifico di Momigliano, e benché si senta la mancanza di una breve nota biografica come quella di Shils o quanto meno di una tavola cronologica della vita e delle principali pubblicazioni dello storico, non mancano tuttavia spunti veramente illuminanti sul ruolo dell'origine ebraica e dell'attività accademica nella formazione della sua vasta e profonda dottrina e nella produzione di una bibliografia davvero imponente destinata a continuare fino alla morte (alla data del ricordo di Dionisotti alcuni scritti erano ancora inediti). Momigliano aveva una personalità che gli rendeva facile stringere amicizie capaci poi di sopravvivere anche ad anni di lontananza, ma questo libro desterà l'interesse, oltre che della vasta schiera di suoi vecchi amici e di studiosi contemporanei, anche di chi vuole rendersi conto dei danni inflitti al mondo culturale italiano degli anni trenta e quaranta dalla spietata persecuzione degli ebrei e di quanti rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, anche se naturalmente non rientrano nell'ambito cronologico dell'opera gli anni di più dura persecuzione, quelli in cui Mussolini cadde nelle mani di Hitler. Shils chiude la sua breve introduzione biografica con le parole che Momigliano dedicò nel 1953 allo storico americano, ma russo di nascita, Michael Rostovtzeff, che a sua volta era stato esule prima di lui: "Sempre serberemo il ricordo di uno storico coraggioso ed onesto, per il quale civiltà significava libertà creativa [...]. Chi lo ha conosciuto ha conosciuto la grandezza".