Traduttore: S. Stefani
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
In commercio dal: 6 settembre 2005
Pagine: 65 p., Brossura
  • EAN: 9788806178178
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    Cristiano Cant

    06/06/2018 05:46:17

    I simboli si perdono in rivoli senza uscita: la madre, la donna? Un uomo che si sveglia un giorno trasformato in un seno, ma senza latte. Visionario e stupendo, gli echi dell'impiegato alle Generali di Praga e dei suoi avvoltoi sono nitidi fino allo spasimo, un diario di puro smarrimento, di domande uguali a labirinti: "Immagini rovesciate che si proiettano sulla retina a gambe in su". Se lo chiede di continuo Kepesh, il protagonista, stretto in quella morsa atroce che lo rimanda indietro al primo incontro fra la bocca e il nutrimento vitale: "Perchè quest'identificazione primitiva con l'oggetto principe della venerazione infantile? Sono tornato all'alba della mia vita, al mio primo migliaio di ore dopo le eternità di nulla, quando tutto è Sè e il Sè è tutto, quando il concavo è il convesso e il convesso il concavo". Un alternarsi di pazzia e lucidità in quell'inspiegabile identità che rinviene e si perde, si accetta e si rifiuta, persino la possibilità reale di far soldi, sfruttando questo miracolo d'essere un caso clinico, o scientifico, o una buffa maschera comica buona per salire sui palcoscenici di ogni angolo di mondo, uno scherzo triste, una barzelletta incarnata. Oppure, in definitiva, il grande e meraviglioso mistero che solo la letteratura può cullare con amore, "oltre il mondo corrotto di stuzzichini preconfezionati". Una grande riflessione sull'imperscrutabile che agita il pensiero, la consumata certezza che tutto nella vita comincia e finisce in modo strano: "Una rosa perfetta è strana, proprio come una rosa imperfetta". E tuttavia basta allargare lo sguardo e decifrare mezza particella d'infinito per arrendersi alla grandezza e al suo abbraccio: "Rifletti sull'eternità, considera, se ne sei capace, l'oblio, e tutto diventa un portento". L'incredulo dunque accanto al normale, una condizione inattesa che via via tesse le sue abitudini nell'umano narrante, ma fino a che punto? Una prova di impagabile bravura, teneramente e lugubremente materna.

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    Alessandro

    22/05/2016 23:25:29

    Roth prende spunto al libro Metamorfosi di Kafka lasciando un finale caotico....e

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    Giuseppe Russo

    10/02/2014 17:48:12

    Nonostante la bravura di Roth nel riprendere il motivo kafkiano del metamorfismo basato su profondi orrori repressi e di cui non ci si può liberare, alcuni momenti di questo romanzo breve mi sembrano eccessivamente obliqui, quasi tangenziali al motivo che in realtà dovrebbe essere il tema portante: la paura di diventare qualcosa che desideriamo e temiamo allo stesso tempo, di precipitare in ciò da cui siamo mortalmente attratti proprio per la sua ambivalenza. I momenti ironici sono realizzati benissimo, ma quelli nei quali dovrebbe emergere il terrore dell'irreversibilità del cambiamento un po' meno.

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    giovanna

    21/11/2012 11:40:18

    E' forse un sogno,un malattia rara oppure una burla quella che che Roth ci propone con questo suo breve scritto. E' un romanzo straordinario ed inquietante dai toni grotteschi. Lettura consigliata.

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    Tiziana

    22/03/2012 16:22:26

    onirico, profondo, talvolta un po' tetro, ma scritto magnificamente

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    Adriana

    25/06/2011 08:47:20

    Considero Roth uno dei più grandi scrittori contemporanei, ma questa 'porcatella' se la poteva tenere nel cassetto. Non dubito che si sia divertito un mondo a scriverla ma ne risulta, a mio avviso, una 'sperimentazione' a dir poco ridicola. Forse a uno così gliela si può anche perdonare, forse...

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    streghetta

    23/03/2006 10:59:10

    E' un sogno? forse un incubo? o è la massima espressione e realizzazione di un desiderio? il dottor kepesh subisce una metamorfosi e nell'ora delle streghe si trasforma in un gigantesco seno . in questa nuova forma vive al buio, sentendo appena ma con la possibilità di parlare. scopre di possedere una sensibilità tattile che gli procura un forte piacere a cui non rinuncerà, anzi ... ripetuti gli interrogativi sul perchè è successo QUESTO e perchè a lui; vuole riconoscersi pazzo piuttosto che accettare questa realtà incomprensibile, arriva a pensare di essere la "mia grande opera d'arte"..."sono più kafkiano di kafka"... già, la realtà ... a volte non piace, fa male, si cerca un rifugio, un "corpo" diverso attraverso il quale avverare il desiderio di studiarla, capirla, accettarla. eh sì,i conti alla fine si fanno sempre con LEI.

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    alberto

    22/09/2005 20:35:18

    direi più che un capolavoro un vero trattato di psicologia per quegli uomini che compiono quaranta anni senza aver concluso nulla nella loro vita. scritto con vera misura e senza parole inutili, scorre delicatamente sulla pelle e entra nell'anima.

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    angela

    14/09/2005 15:07:39

    preso in prestito in biblioteca, stamattina l'ho comperato. Piccolo capolavoro, scritto in modo scorrevole, divertente a tratti anche amaro, il seno, è uno di quei libri che voglio nella mia libreria. Grottesco,erotico, crudele. E' meglio credere di essere pazzi o accettare la realtà?

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“Sono diventato un seno. Per spiegarmi il fenomeno hanno parlato di ‘massiccio influsso ormonale’, di ‘catastrofe endocrinopatica’ e/o di ‘esplosione ermafroditica di cromosomi’ manifestatisi fra la mezzanotte e le quattro del mattino del 18 febbraio 1971, trasformandomi in una ghiandola mammaria scissa da qualsiasi forma umana, una mammella come si immaginerebbe di vedere soltanto in sogno, o in un dipinto di Dalì.”

Pubblicato originariamente da Bompiani nel 1973 con il titolo La mammella, questo racconto lungo di Roth viene ora ripresentato da Einaudi nella collana L’Arcipelago, con la medesima traduzione di Silvia Stefani. È dunque l’occasione giusta per chi non l’avesse mai letto, ma non si tratta di una vera novità. Il debito letterario e creativo di quest’opera di Roth nei confronti di Kafka è evidente e sottolineato da tutti. A differenza di Gregor Samsa tuttavia David Kepesh sembra vivere in modo più consapevole e al tempo stesso, a fasi alterne, rassegnato la sua metamorfosi altrettanto, se non più, curiosa. A Kepesh tocca in sorte infatti di trasformarsi in un grosso seno femminile, della sua precedente altezza e peso, ma con forma completamente stravolta. Questa trasformazione comporta la cecità, ma non il mutismo, l’impossibilità di odorare, gustare o muoversi, ma non la sordità né la mancanza di sensibilità tattile. I motivi di questa metamorfosi straordinaria quanto rapida (bastano poche settimane per lo sviluppo dei primi sintomi e pochi attimi di dolore e di terrore, seguiti a una lunga incoscienza, per arrivare alla nuova forma) non sono chiari, sebbene i medici abbiano una spiegazione su base ormonale ed endocrina.

David Kepesh perde molto della sua vita precedente ma recupera una sensazione fisica erotica quasi completamente persa in precedenza: diventa in realtà un organo sessuale assoluto, con gratificanti sensazioni durante le abluzioni quotidiane di Miss Clark, l’infermiera, fisicamente legate sia al suo passato maschile che alla sua nuova realtà femminile, ma accompagnate per contro da una solitudine psicologica assoluta data dalla sua condizione unica al mondo: “solo come nessun altro potrà mai essere”.

“Si potrebbe credere che la vittima di una simile metamorfosi dovrebbe smetterla di preoccuparsi di faccende come decoro, decenza e orgoglio personale. Ma siccome quelle faccende sono strettamente connesse al mio concetto di lucidità e di autostima, sono di fatto suscettibile assai più che nella vita precedente”. Il fatto contingente di avere una forma simile a un marsovino o a un lamantino non pregiudica né il ragionamento, né i sentimenti del professor Kepesh e neppure la sua voglia di rapportarsi con gli altri, seppure da un nuovo, incredibile punto di vista: il padre, che pur non volendo avere alcun contatto fisico con lui regolarmente viene a fargli compagnia, la fidanzata, disposta a stuzzicarlo un po’, lo psicoanalista che cerca di fornirgli una risposta che non c’è, l’ex mentore che alla vista di quell’essere assurdo non trattiene una risata convulsa, generando una profonda crisi morale nell’amico, fortemente colpito da questa umiliazione. Il nuovo David Kepesh “la Tetta” si chiede disperatamente il motivo di questa sua condizione e arriva a darsi almeno due spiegazioni: si tratta di un sogno e presto ci sarà un risveglio, oppure è diventato folle, ha perso la ragione. E la contiguità con testi come Il naso, La metamorfosi o I viaggi di Gulliver presentati ogni anno ai propri allievi, ha fatto il resto. Per uscire da questa situazione paranoica bisogna convincersi di non essere un seno; raggiunta la completa determinazione psicologica scomparirà anche l’immagine fisica e tutto tornerà alla normalità. O no?

Roth convince il suo protagonista che è stata la narrativa e non gli ormoni a causare questa situazione, sono stati Kafka, Gogol’ e Swift e sebbene il medico curante gli garantisca di non essere “vittima di un’overdose delle grandi fantasie”, Kepesh capisce che forse è la sua inadeguatezza di letterato e l’atteggiamento di idolatra nei confronti dei grandi scrittori e delle loro opere ad aver reso “la parola carne”, la suggestione realtà. Questo grosso seno è al tempo stesso il fallimento creativo del singolo e l’espressione massima dell’incarnazione del genio creativo.

Recensione di Giulia Mozzato

 


"La tua vita. Tu devi mutarla." Sono parole tratte dalla poesia Torso arcaico di Apollo di Rainer Maria Rilke, e sono le parole con cui si conclude la prima avventura di uno dei personaggi più longevi di Philip Roth, il professore di letteratura David Kepesh, che all'esordio della sua carriera (l'ultima apparizione risale al 2001, nell' Animale morente ) si trova a cambiar vita in un modo a dir poco bizzarro.
Edito per la prima volta in Italia da Bompiani nel 1973 con il titolo La mammella , ora riproposto nell'"Arcipelago" Einaudi nella stessa traduzione riveduta (e aggiornata alla nuova edizione americana del 1980, non poco diversa dalla prima), Il seno appartiene alla fase precoce della produzione di Philip Roth. È un racconto lungo, delle stesse dimensioni di due influenti predecessori più volte citati nel testo, La metamorfosi di Kafka e Il naso di Gogol', e come questi fondato su una macroscopica mutazione fisica. Qui Kepesh si ritrova tutt'a un tratto trasformato in una ghiandola mammaria alta un metro e ottanta, con un capezzolo lungo una decina di centimetri e una massa di settanta chili di tessuto adiposo.
"In assoluta umiltà, - così esordisce il protagonista-narratore - io dico che certe cose sono più straordinarie di altre e che io sono una di esse." Questa cosa straordinaria non è poi altro che l'iperbolica, ironica incarnazione di quell'ossessione sessuale rimproverata a Roth dai suoi critici dopo lo scandalo del Lamento di Portnoy (1969). Nelle prime pagine del racconto, Kepesh, giovane uomo di sana e robusta costituzione fisica e mentale (la psicoanalisi l'ha guarito da un matrimonio disastroso, e ora conduce una soddisfacente e poco impegnativa vita sentimentale a fianco dell'"angelica imperturbabile Claire"), si scruta l'inguine afflitto da un misterioso formicolio. In una sorta di perverso contrappasso, questo ombelicale fallocentrismo sfocia nella clamorosa mutazione. L'intero corpo del protagonista diventa un gigantesco seno, e il pene uno spropositato capezzolo.
Kepesh, ora cieco e inerme, in balia di medici e infermiere, si ritrova immerso in "un'estasi puramente tattile", preda costante di "una foga che prima ritenevo più femminile che maschile". L'esperienza perturbante della forza travolgente del desiderio e dello smarrirsi del confine tra maschile e femminile è certamente uno dei temi centrali del libro, ma, come sempre in Roth, di pagina in pagina l'asse portante della narrazione si sposta dal trionfo del sesso al confronto con la morte e con il senso della vita, che qui diventa la stessa cosa del senso della letteratura. Assillato da una "crisi di fede" sulla realtà delle proprie mostruose condizioni, il protagonista finisce per convincersi di non aver fatto altro che portare alle più radicali conseguenze il proprio spirito di identificazione con i più amati classici del canone che insegna ai suoi studenti: "Amavo l'estremo in letteratura, idolatravo quelli che lo creavano, ero praticamente ipnotizzato dalle immagini e dalla loro suggestione (...). Dunque ho fatto il salto. Ho reso la parola carne. Sono più kafkiano di Kafka".
Come un perfetto eroe fin de siècle , Kepesh ha fatto, letteralmente, della propria vita un'opera d'arte. E questi sono i risultati.

Norman Gobetti