Traduttore: S. Stefani
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: 65 p., Brossura
  • EAN: 9788806178178

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Recensioni dei clienti

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    Alessandro

    22/05/2016 23:25:29

    Roth prende spunto al libro Metamorfosi di Kafka lasciando un finale caotico....e

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    Giuseppe Russo

    10/02/2014 17:48:12

    Nonostante la bravura di Roth nel riprendere il motivo kafkiano del metamorfismo basato su profondi orrori repressi e di cui non ci si può liberare, alcuni momenti di questo romanzo breve mi sembrano eccessivamente obliqui, quasi tangenziali al motivo che in realtà dovrebbe essere il tema portante: la paura di diventare qualcosa che desideriamo e temiamo allo stesso tempo, di precipitare in ciò da cui siamo mortalmente attratti proprio per la sua ambivalenza. I momenti ironici sono realizzati benissimo, ma quelli nei quali dovrebbe emergere il terrore dell'irreversibilità del cambiamento un po' meno.

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    giovanna

    21/11/2012 11:40:18

    E' forse un sogno,un malattia rara oppure una burla quella che che Roth ci propone con questo suo breve scritto. E' un romanzo straordinario ed inquietante dai toni grotteschi. Lettura consigliata.

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    Tiziana

    22/03/2012 16:22:26

    onirico, profondo, talvolta un po' tetro, ma scritto magnificamente

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    Adriana

    25/06/2011 08:47:20

    Considero Roth uno dei più grandi scrittori contemporanei, ma questa 'porcatella' se la poteva tenere nel cassetto. Non dubito che si sia divertito un mondo a scriverla ma ne risulta, a mio avviso, una 'sperimentazione' a dir poco ridicola. Forse a uno così gliela si può anche perdonare, forse...

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    streghetta

    23/03/2006 10:59:10

    E' un sogno? forse un incubo? o è la massima espressione e realizzazione di un desiderio? il dottor kepesh subisce una metamorfosi e nell'ora delle streghe si trasforma in un gigantesco seno . in questa nuova forma vive al buio, sentendo appena ma con la possibilità di parlare. scopre di possedere una sensibilità tattile che gli procura un forte piacere a cui non rinuncerà, anzi ... ripetuti gli interrogativi sul perchè è successo QUESTO e perchè a lui; vuole riconoscersi pazzo piuttosto che accettare questa realtà incomprensibile, arriva a pensare di essere la "mia grande opera d'arte"..."sono più kafkiano di kafka"... già, la realtà ... a volte non piace, fa male, si cerca un rifugio, un "corpo" diverso attraverso il quale avverare il desiderio di studiarla, capirla, accettarla. eh sì,i conti alla fine si fanno sempre con LEI.

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    alberto

    22/09/2005 20:35:18

    direi più che un capolavoro un vero trattato di psicologia per quegli uomini che compiono quaranta anni senza aver concluso nulla nella loro vita. scritto con vera misura e senza parole inutili, scorre delicatamente sulla pelle e entra nell'anima.

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    angela

    14/09/2005 15:07:39

    preso in prestito in biblioteca, stamattina l'ho comperato. Piccolo capolavoro, scritto in modo scorrevole, divertente a tratti anche amaro, il seno, è uno di quei libri che voglio nella mia libreria. Grottesco,erotico, crudele. E' meglio credere di essere pazzi o accettare la realtà?

Vedi tutte le 8 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

"La tua vita. Tu devi mutarla." Sono parole tratte dalla poesia Torso arcaico di Apollo di Rainer Maria Rilke, e sono le parole con cui si conclude la prima avventura di uno dei personaggi più longevi di Philip Roth, il professore di letteratura David Kepesh, che all'esordio della sua carriera (l'ultima apparizione risale al 2001, nell' Animale morente ) si trova a cambiar vita in un modo a dir poco bizzarro.
Edito per la prima volta in Italia da Bompiani nel 1973 con il titolo La mammella , ora riproposto nell'"Arcipelago" Einaudi nella stessa traduzione riveduta (e aggiornata alla nuova edizione americana del 1980, non poco diversa dalla prima), Il seno appartiene alla fase precoce della produzione di Philip Roth. È un racconto lungo, delle stesse dimensioni di due influenti predecessori più volte citati nel testo, La metamorfosi di Kafka e Il naso di Gogol', e come questi fondato su una macroscopica mutazione fisica. Qui Kepesh si ritrova tutt'a un tratto trasformato in una ghiandola mammaria alta un metro e ottanta, con un capezzolo lungo una decina di centimetri e una massa di settanta chili di tessuto adiposo.
"In assoluta umiltà, - così esordisce il protagonista-narratore - io dico che certe cose sono più straordinarie di altre e che io sono una di esse." Questa cosa straordinaria non è poi altro che l'iperbolica, ironica incarnazione di quell'ossessione sessuale rimproverata a Roth dai suoi critici dopo lo scandalo del Lamento di Portnoy (1969). Nelle prime pagine del racconto, Kepesh, giovane uomo di sana e robusta costituzione fisica e mentale (la psicoanalisi l'ha guarito da un matrimonio disastroso, e ora conduce una soddisfacente e poco impegnativa vita sentimentale a fianco dell'"angelica imperturbabile Claire"), si scruta l'inguine afflitto da un misterioso formicolio. In una sorta di perverso contrappasso, questo ombelicale fallocentrismo sfocia nella clamorosa mutazione. L'intero corpo del protagonista diventa un gigantesco seno, e il pene uno spropositato capezzolo.
Kepesh, ora cieco e inerme, in balia di medici e infermiere, si ritrova immerso in "un'estasi puramente tattile", preda costante di "una foga che prima ritenevo più femminile che maschile". L'esperienza perturbante della forza travolgente del desiderio e dello smarrirsi del confine tra maschile e femminile è certamente uno dei temi centrali del libro, ma, come sempre in Roth, di pagina in pagina l'asse portante della narrazione si sposta dal trionfo del sesso al confronto con la morte e con il senso della vita, che qui diventa la stessa cosa del senso della letteratura. Assillato da una "crisi di fede" sulla realtà delle proprie mostruose condizioni, il protagonista finisce per convincersi di non aver fatto altro che portare alle più radicali conseguenze il proprio spirito di identificazione con i più amati classici del canone che insegna ai suoi studenti: "Amavo l'estremo in letteratura, idolatravo quelli che lo creavano, ero praticamente ipnotizzato dalle immagini e dalla loro suggestione (...). Dunque ho fatto il salto. Ho reso la parola carne. Sono più kafkiano di Kafka".
Come un perfetto eroe fin de siècle , Kepesh ha fatto, letteralmente, della propria vita un'opera d'arte. E questi sono i risultati.

Norman Gobetti