Traduttore: A. G. Gerevini
Editore: Feltrinelli
Collana: I canguri
Edizione: 4
Anno edizione: 1998
Pagine: 136 p.
  • EAN: 9788807701030
Disponibile anche in altri formati:

€ 5,57

€ 10,33

Usato di Libraccio.it venduto da IBS

6 punti Premium

Disponibilità immediata

Garanzia Libraccio
Quantità:


«In quel momento decisi di non andare oltre a immaginare il futuro, nel bene e nel male.»

Cosa potrebbe succedere nella vita di un giovane uomo, o una giovane donna, se improvvisamente si scoprissero affetti da una malattia terribile e senza via d'uscita come l'Aids? Quali potrebbero essere le prime reazioni a una notizia così terribile? E quali sarebbero invece le reazioni degli amici? Banana Yoshimoto ha dato la sua risposta a queste domande. Una risposta fortemente segnata dal suo modo di vedere la vita e la morte. Del resto, il tema della morte l'accompagna da sempre, permea costantemente i suoi romanzi. Ma non è una visione drammatica, tragica, forte. È altro: è il pensiero orientale, è la tradizione mistica, e al tempo stesso molto pragmatica del Giappone, è l'inevitabilità di un evento che, per quanto possa non essere desiderato, mantiene un fascino che difficilmente si può ignorare. Al contempo è la società giapponese contemporanea, così legata all'Occidente, che vive questa sorta di schizofrenia tra l'ordine e il caos, tra la rigorosità etica dell'antichità e la confusa morale moderna.

Takashi è sieropositivo, questo è il fatto. Hideo e Kiyose (la voce narrante) sono stati i suoi compagni-amanti e ora sono i suoi migliori amici (che siano un uomo e una donna non è rilevante). Dovranno anche loro affrontare l'iter delle analisi e il responso finale: dentro o fuori dalla vita. Ma non è certo facile trascorrere quelle settimane d'angoscia, nell'attesa dei risultati. Dunque i tre amici decidono di distrarsi, di passare intensamente questi giorni, facendo incetta di ricordi comuni per l'avvenire incerto che si prospetta loro. Viaggiare è senza dubbio un modo intelligente per distrarsi e per vivere esperienze collettive. Takashi, Hideo e Kiyose decidono di intraprendere un viaggio, scegliendo come meta l'Egitto. Lì, tra impressioni del momento e ricordi del passato, tra templi e vestigia degli antichi popoli (e una nuova compagna d'avventura) riscoprono le proprie affinità.

Ma il romanzo non si limita a un racconto di viaggio, è soprattutto la storia di una crescita interiore collettiva, ricercata e voluta profondamente dai protagonisti. Le descrizioni dei tramonti, delle luci e delle ombre di una nazione così diversa dal Giappone, le piramidi, il deserto, sono solo il palcoscenico in cui si muovono i tre attori, alla ricerca di sentimenti come la serenità, la pace, la speranza.

I romanzi della Yoshimoto ricordano alcune stoffe giapponesi, gli acquerelli tradizionali o i giardini zen: una narrazione profonda ma essenziale nella forma, dove anche le descrizioni d'ambiente si limitano all'indispensabile traccia degli elementi principali. Nulla è superfluo e nulla è meno dell'indispensabile.

La storia non ha una vera conclusione. Il viaggio non sarà servito per cambiare realmente le cose: il ritorno in Giappone si prospetta traumatico. Ma questa esperienza non sarà stata inutile, perché «una forte emozione, il nostro viaggio disperato, una piccola gentilezza, non erano affatto inutili. [...] Lo splendore delle azioni degli uomini, intrepidi o sciocchi che siano, vive per sempre».

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

SUGGESTIONI, UNA BELLA ALBA GIAPPONESE

Ricordo stranamente bene quel pomeriggio. Il giorno dopo la festa a casa di Takashi.
Il tempo era sereno e dalla finestra si vedevano il cielo azzurro e la luce. In un soggiorno, buio rispetto all'esterno, qualcosa era nato tra di noi segnando nello stesso istante l'inizio e la fine di un periodo.
Ricordo bene che anche se partecipavo alla conversazione, il mio animo errava e fissava i raggi del sole che danzavano al di là della finestra della cucina nello stesso modo in cui si osservano degli esseri animati.

Questa è la storia da me vissuta di un viaggio durato una decina di giorni soltanto. Un viaggio che, proprio come mi aspettavo, non aveva portato alla conclusione di niente e non aveva goduto di slanci particolari. Io e i miei compagni avevamo semplicemente vagato da un posto all'altro trascinati dalla bellezza del panorama. Senza mete né speranze. C'erano stati, comunque, anche istanti in cui avevo percepito la presenza di qualcosa di bello, di straordinario. Questo è il breve racconto in cui parlo di ciò che è accaduto.

Quella notte, a casa di Takashi, c'era stato un continuo andirivieni, una quindicina di persone in tutto. Per lo più gente che non vedevo da quasi cinque anni. Avevo mangiato e bevuto di tutto e, brilla dopo tanto tempo, avevo passato la notte senza dormire.
Verso l'alba erano andati tutti a casa, eravamo rimasti solo io che lavavo i piatti e mettevo in ordine, e Hideo che aveva cucinato l'intero menu della serata. Tutto indaffarato a distribuire gli avanzi a quelli che tornavano a casa perché li mangiassero il giorno dopo.
Quella sera la ragazza di Takashi, Mimi, non era rientrata a casa, con mia grande sorpresa. Infatti quella era la festa d'inaugurazione della vecchia casa in puro stile giapponese dove avevano traslocato il mese prima, così mi avevano detto.
A questo punto vorrei parlare dei rapporti che legavano me e Hideo a Takashi.
Io ero stata la sua prima ragazza-donna. Nel senso che lui, in origine, era uno di quelli cui piacciono soltanto gli uomini. Mi ero messa con lui a diciassette anni, più o meno dieci anni prima. Avevamo vissuto insieme a lungo e poi ci eravamo lasciati.
Anche Hideo era stato con Takashi, che aveva conosciuto quando gli aveva arredato l'interno del negozio che gestiva. Takashi, però, l'aveva lasciato dopo essersi seriamente innamorato della seconda donna della sua vita, la pittrice Mimi, con cui ora viveva. La cosa risaliva a tre anni prima, se non sbaglio.
Io, Hideo e Mimi, forse perché avevamo tutti e tre uno splendido carattere, forse perché eravamo egoisti e ce ne infischiavamo di tutto all'infuori di quello che avevamo davanti agli occhi, forse perché avevamo più o meno la stessa età e facevamo dei lavori simili, o forse ancora perché avevamo instaurato ciò che si può definire una vera amicizia, avevamo un ottimo rapporto e ci frequentavamo normalmente.
Con questo non voglio dire che nel profondo non avessimo mai avuto momenti di confusione; il tempo però aveva risolto ogni cosa. Senza quasi rendercene conto ci erano restati soltanto la gioia di avere incontrato persone affini e il piacere di un confronto sincero.
Mentre lavavo i piatti e li rimettevo al loro posto, avevo chiesto a Takashi un'infinità di volte: "E Mimi, che fine ha fatto?". La domanda era diretta, eppure lui aveva continuato a rispondermi in modo vago: "Dovrebbe tornare, credo," oppure: "Non so, dormirà in atelier".
Ciononostante io e Hideo ne avevamo parlato alle sue spalle ed eravamo giunti a una conclusione: "Avranno sicuramente litigato!".

Quando finimmo di riordinare tutto, il cielo a levante cominciava a schiarirsi.
"Usciamo in giardino e ci mangiamo la gelatina di fragole che ho dimenticato di tirare fuori ieri sera?" aveva proposto Hideo; li avevo preceduti e, in un primo tempo sola, mi ero sdraiata sull'erba fredda a osservare i colori dolci del cielo.

Nel giardino della casa c'era l'albero della canfora e il mattino, passando attraverso le cascate di rami flessi e il verde delle fronde fitte, era arrivato all'improvviso con una vitalità incredibile insieme alla luce e al vento. Con del rosa, del blu chiaro e dell'oro. Per me, la combinazione di colori più intrisa di speranza su questa terra.
Faccio la disegnatrice di gioielli.
Nel mio lavoro spesso mi capita di creare oggetti che abbiano come tema l'alba. Con varie pietre e metalli, oro, tormaline rosa, ametiste e topazi blu, cerco di esprimere quella sensazione di speranza. Eppure, nella realtà l'alba è talmente prepotente, immensa e ricca di colori dolci e delicati che i miei flebili sforzi finiscono col diventare penosi. Takashi mi aveva raggiunto e si era seduto vicino a me, poi era arrivato Hideo con una terrina intatta di gelatina.
Dimenticata nel frigorifero, si era ghiacciata per metà; dentro aveva delle fragole intere ed era trasparente. Con quel suo aspetto algido, era il cibo più adatto per quel momento. In silenzio, seduti uno di fianco all'altro, mangiavamo la gelatina e bevevamo passandoci una bottiglia di champagne avanzato, osservando il cielo di Tokyo schiarirsi.
I raggi di luce mattutina che colpivano le guance bianche di Hideo, la forma affusolata delle dita delle mani virili di Takashi che sbucavano dai polsini, la percezione della rugiada che dalla terra morbida sotto l'erba saliva per la schiena, la brezza piacevole che se fosse stata appena più fresca sarebbe diventata fredda: tutto era troppo perfetto, tanto che all'improvviso mi ero commossa.
I miei amici, senza fare commenti sulle mie lacrime, guardavano il cielo e gli alberi con uguale sentimento.
Sino ad allora, molte, moltissime volte avevo creduto che non fosse possibile vivere istanti più appaganti di quello presente.
Una situazione nella quale convivevano due sensazioni: una che il mondo fosse una costruzione di legno duro, durissimo, l'altra che fosse un fiore profumato che cambia in continuazione la sua forma delicata...
Poi il cielo si era rischiarato in maniera uniforme, e una banale mattina aveva fatto la sua comparsa. A noi era venuto sonno, ma troppo stanchi per tornare alle rispettive case, avevamo ottenuto da Takashi il permesso di stendere dei futon nella camera degli ospiti e ci eravamo addormentati.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Ash*

    10/05/2007 14:09:59

    Non so perchè, ma ho tentato 2 volte di leggere questo libro, e non sono mai riuscita a concluderlo. Mentre lo leggevo mi rendevo conto che alla fine non lo stavo leggendo, che pensavo alle mie cose... forse perchè è una storia vuota, noiosa... veramente l'unico libro che non sono mai riuscita a finire.

  • User Icon

    Ashanti

    02/10/2005 14:55:47

    1996. Fondamentalmente e' un libro di viaggio, e' anche un libro consolatorio come sono spesso i libri dell'autrice ma piu' che la stessa Yoshimoto e' la visione della vita giapponese, anzi l'accettazione della morte e quella sorta di fatalismo di cui e' permeato il loro modo di essere che, rusulta, alla fine dei conti, conosolatorio per noi. Leggendo ci convinciamo che se riuscissimo a vedere la vita cosi' a lungoe non solo per la durata del libro, saremmo sicuramente meno angosciati. Questo come discorso generale enon relativo precipuamente a questo libro, che viene appunto ad essere un racconto di viaggio e quindi consigliato a chi ha in progetto di partire o e' gia' stato in Egitto, come tale non e' molto esemplare o rappresentativo della Y. come scrittrice, e' comunque una lettura piacevolissima che lascia un'intensa voglia di Nilo, pancacke egiziani e piramidi :-) "Le cose belle, brutte, commoventi o insignificanti, tutte le cose esistono nello stesso istante e il giorno dopo assumono una forma differente. Noi puntiamo la luce su ciò che vogliamo vedere, entriamo in quello spirito e ci avviamo verso quel punto". Sinceramente pero' mi sfugge il senso del titolo, furbo, malizioso o anche con il significato di losco, non mi vengono in mente altre possibili traduzioni di Sly ... che c'entra con il racconto ????

  • User Icon

    kaki

    21/01/2005 23:37:33

    a me è piaciuto molto..forse è vero che non è uno dei migliori libri della yoshimoto..ma la parte descrittiva è perfetta..o forse esprime semplicemente quello che ho provato io andando in egitto..una terra meravigliosa..da scoprire e amare..forse doveva approffondire il vero tema centrale,quello dell'aids..è stata un po' troppo "leggera" su questo..

  • User Icon

    Hero

    02/05/2002 12:06:31

    Non concordo sul fatto che sia un brutto libro... Forse il fatto che la mia vita è per certi aspetti simile a quella dei protagonisti, mi fa pensare che l'autrice abbia centrato l'argomento! Per quanto riguarda la parte descrittiva.... Non la vedo sottoforma di appunti di viaggio.... Sfido chiunque ad andare in Egitto, senza particolare animo sensibile, e a notare le cose e le sensazioni riportate! Che sia una terra suggestiva, nulla da dire.... ma non sono molti, quelli che sentono le cose dette dalla Yoshimoto.

  • User Icon

    pier

    01/07/2001 18:31:38

    concordo sul fatto che SLY è sinceramente il peggior libro della Yoshimoto. nel postscritum si comprende il perchè, dato che il libro in origine era stato pensato come un piccolo racconto turistico della stessa autrice, un piccolo diario di viaggio. non c'è nemmeno la onnipresente introspezione psicologica così cara all'autrice

  • User Icon

    Cristina Mazzetti

    23/06/1999 13:37:58

    Il peggiore romanzo della Yoshimoto. Non dice proprio niente, nonostante il tema sia quello dell’Aids. La parte egiziana è stranamente maldestra, osservazioni turistiche (troppe) malamente interposte con una storia che in realtà in quella parte non c’è – infatti come romanzo minimalista, se se voleva essere la celebrazione del non-succede-niente non è venuto bene. Non si tratta neanche “appunti” di viaggio, come quelli di Sepulveda ad esempio, molto più concreto e memorabile. Anche le osservazioni naturali non hanno niente del nipponico haiku, leggero ma incisivo.

Vedi tutte le 6 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione