recensione di Giuffredi, M., L'Indice 1989, n. 5

Quando nella "Lettera a d'Alembert" Rousseau scrive che "il ridicolo è l'arma favorita del vizio", esprime una condanna morale sostanzialmente estranea alla concezione di Platone, che invece vede nel riso una sollecitazione utile, che rende l'animo più sereno e disposto al bene. Darwin, considerando il riso essenzialmente come espressione della gioia e della felicità, assume una posizione che non sembra condivisa da McDougall secondo il quale l'uomo felice non ride, per il semplice fatto che non ha bisogno di farlo. Bataille, che concepisce il riso come frantumazione, rottura, come una delle tecniche privilegiate dell'accesso alla rivelazione, considera con fastidio e con un profondo senso di irritazione "Le Rire" di Bergson, in cui, al contrario, il riso ha un valore coesivo e di correzione sociale.
Volendo continuare questo piccolo elenco di discordanze si arriverebbe probabilmente a concludere, come scrive Fabio Ceccarelli nella pagina di apertura di "Sorriso e riso", che "se sul sorriso/riso è stato detto tutto, è stato detto anche il contrario di tutto" .
Constatata l'inquietante elusività del fenomeno, Ceccarelli si chiede se possa esistere un approccio alternativo che consenta di condurre diversamente, in modo nuovo ma anche comprensivo, l'indagine sul problema. Secondo l'autore il livello di maturità raggiunto recentemente dalle scienze biologiche è tale da consentire lo sviluppo di nuove prospettive nel campo dello studio scientifico del comportamento sociale umano. Nel caso specifico dell'indagine sulla natura del riso, il modello biologico sarebbe in grado di fornire una teoria esplicativa adatta ad affrontare il problema. Basandosi su questo presupposto, l'autore mette alla prova il modello privilegiato, sondando pazientemente la vastissima letteratura sull'argomento. L'adozione del nuovo punto di vista provoca una sorta di effetto retroattivo, che consente di vedere la storia della speculazione sul sorriso e sul riso non come mera collezione di tentativi vani senza alcun nesso tra loro, ma come articolazione dinamica di validi contributi scientifici in cui è possibile rintracciare, oltre ai disaccordi, anche numerosi punti di consenso. Ad esempio, la concezione del riso inteso come comportamento che trascende le varie diversità culturali, sarebbe implicita in tutte le teorie prese in esame, ma acquisterebbe una connotazione precisa solo in funzione degli ultimi sviluppi delle scienze biologiche. In questo senso l'appendice che conclude il libro ("Le teorie sul riso") offre l'opportunità di seguire un percorso organico attraverso una rassegna sostanzialmente costruttiva, degli autori e dei temi ritenuti fondamentali, a partire dal "Filebo" di Platone fino ad arrivare alla letteratura sociopsicologica contemporanea.
Se, come si è detto, lo scopo manifesto del saggio è sperimentare la validità del modello biologico, d'altra parte non è da considerarsi un caso che esso venga applicato al sorriso e al riso. Per distinguere il legame del tutto particolare tra biologia e riso, Ceccarelli cita una frase tratta dall'"Atto della creazione" di Arthur Koestler, nella quale si coglie il nucleo centrale del problema: "lo humour è il solo dominio dell'attività creatrice in cui uno stimolo di un livello di complessità assai elevato produce una risposta massiva e ben definita al livello dei riflessi fisiologici". Il riso ha dunque una sua specificità, rintracciabile da una parte nella scarica motoria che riporta perentoriamente in scena l'organismo nel suo funzionamento biologico stereotipato, dall'altra, nell'aspetto sociale e comunicativo che può raggiungere - come nell'esercizio dell'ironia ampiamente diffuso nell'attività letteraria - altissimi gradi di complessità. Questo singolare accordo di materialità fisiologica e di aspetti eminentemente culturali, se può avere contribuito, come osserva Ceccarelli, alla inafferrabilità del fenomeno, allo stesso tempo fa del riso un soggetto privilegiato per verificare l'utilità dell'uso di modelli biologici nelle scienze umane.
La teoria che ci propone l'autore viene costruita gradualmente attraverso una serie di stringenti argomentazioni mirate a fornire una risposta ad alcune questioni cruciali poste preliminarmente (ad esempio quali siano gli stimoli che suscitano il riso e il sorriso, oppure quale sia il ruolo dell'apprendimento). Una delle prime operazioni che accompagnano lo svolgimento della discussione è l'assunzione problematica, quale ipotesi di lavoro, del concetto generico di istinto, che determina più specificamente la concezione del sorriso e del riso intesi come comportamenti geneticamente programmati. L'intento principale di questa assunzione è quello di cercare - per quanto è possibile - di stabilire quali siano i rapporti tra ciò che nel comportamento umano è fisso e ciò che è variabile, tra ciò che è ereditato geneticamente e ciò che è appreso.
Un altro procedimento che si rivela ugualmente fondamentale nell'economia del libro, e che è esplicito fin dal titolo, è la scelta di tenere separati sorriso e riso, in un primo tempo come necessità di ordine e di chiarezza, poi come vera e propria esigenza teorica.
Nel corso del lavoro Ceccarelli analizza di volta in volta, con notevole lucidità, i problemi di ordine interpretativo che insorgono, sia nel confronto fra numerosi testi di periodi e di matrici diverse, sia nella loro eventuale sintesi o nell'elaborazione di una nuova posizione. Di questi problemi uno dei più delicati è forse quello di intendere correttamente la fluttuazione terminologica, dovuta alla necessità dei vari autori che si sono occupati del sorriso e del riso, di ridefinire i propri termini per uscire dalla naturale ambiguità del linguaggio corrente.
Fra i testi presi in considerazione, quelli che riguardano il fenomeno evolutivo (inclusi quelli di etologia) occupano un posto particolare. Per esempio il concetto di "zimbello" che Ceccarelli riprende principalmente da Lorenz, viene utilizzato, con gli opportuni aggiustamenti, per caratterizzare lo stimolo che porta al riso nell'uomo (ciò che fa ridere). Ma più in generale, parlare di comportamento geneticamente programmato significa anche affrontare il problema, anch'esso famigliare all'etologia, della discendenza evolutiva, o filogenesi. La conclusione a cui giunge Ceccarelli, sviluppando soprattutto alcune premesse di Van Hoff, è che le smorfie a denti scoperti in alcune specie di scimmie non sono in nessun caso paragonabili al riso dell'uomo. Tuttavia gli antecedenti evolutivi giocherebbero ugualmente un ruolo importante, nel senso di contribuire a spiegare la tendenza aggressiva evidente nella specie umana in una vasta gamma di tonalità derisorie che vanno dall'ironia sottile e pungente alla beffa crudele. Nella prospettiva evolutiva il linguaggio come il riso nei loro rapporti reciproci, rimarrebbero comunque ambedue acquisizioni unicamente umane, fattori decisivi nel processo di ominizzazione.
Su queste tre questioni particolarmente controverse (utilizzazione di modelli derivati dal comportamento animale, ruolo genetico nel comportamento, antecedenti evolutivi), Ceccarelli, avvalendosi di una ricca varietà di riscontri, mantiene una posizione sottilmente articolata distanziandosi criticamente, da una parte dal tipo di indagine sul comportamento che nega in modo drastico i dati biologici, dall'altra, da semplicistiche riduzioni di ascendenza wilsoniana. Inoltre, il pieno riconoscimento dell'importanza decisiva del linguaggio nel comportamento umano, caratterizza fortemente tutto il saggio, differenziandolo da quelle opere di etologia che, come ha scritto Washburn, giocano a far finta che gli esseri umani non sappiano parlare. Infine, le probanti soluzioni ad ogni singolo problema suggerite dall'autore, hanno il pregio di porsi non come certezze definitive, ma come vie d'indagine aperte ad eventuali modifiche e ad ulteriori sviluppi.
Il lavoro complessivo di sintesi, che viene esposto in un bilancio riassuntivo nell'epilogo, viene realizzato attraverso le tappe successive di due modelli di relazione sociale (duale per il sorriso, triadica per il riso) e di un diagramma integrativo (ancora per il riso). I due modelli di relazione sociale consentono di distinguere con buona approssimazione i due movimenti espressivi. Nonostante sorriso e riso abbiano in comune la tendenza antiaggressiva e antigerarchica, il sorriso esprime messaggi tendenzialmente univoci, spesso rassicuranti, che esigono e premiano il contatto sociale diretto, faccia a faccia, a differenza del riso, più indiretto, obliquo, doppio. Questo non toglie che un sorriso possa essere crudele e un riso rassicurante, in altre parole, la sintesi e l'individuazione di strutture comunicative elementari, non smentisce i molteplici risvolti della ricerca, tutt'al più aiuta a chiarirli. L'autore fornisce anche una formula, "crollo di una pretesa illegittima al rango", che potrebbe condensare l'intera parte di lavoro compiuto sul riso, ma che in realtà, come lo slogan di Bergson "du mécanique plaqué sur du vivant", risulta incomprensibile se non se ne conosce il retroterra speculativo.