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Il treno dei bambini
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Descrizione

Finalista al Premio Wondy per la letteratura resiliente 2021

A volte dobbiamo rinunciare a tutto, persino all'amore di una madre, per scoprire il nostro destino. Nessun romanzo lo aveva mai raccontato con tanto ostinato candore.

«Affilato e toccante»Il Venerdì

«Ci siamo letteralmente innamorati di questo romanzo di formazione così commovente. Una storia piena di tenerezza, ironia e umanità» - Juan Milà, Harper Collins

«Uno di quei libri che rimangono sottopelle, che lasciano immersi nella storia anche quando l'ultima pagina si è chiusa»Io Donna

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l'intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un'iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l'ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un'Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c'è altro modo per crescere.
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Dettagli

2019
24 settembre 2019
248 p.
9788806242329

Valutazioni e recensioni

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beniamino
Recensioni: 5/5

Il treno dei bambini è il treno della speranza che parte da Napoli nell'immediato secondo dopoguerra per raggiungere l'Emilia Romagna per allontanare i tanti ragazzini dalla fame, dalla miseria, dalla paura per provare a vivere in un ambiente nuovo e dignitoso. Tra questi c'è Amerigo che la mamma coraggiosamente ha lasciato salire su quel treno per salvarlo e tenerlo lontano da quella Napoli ferita e affamata.. E Amerigo va e pur col cuore in gola viene accolto in una famiglia come un un figlio e avviato a scuola. Amerigo cresce e quando ritorna a casa si sente spaesato e ritrova i mali dimenticati e pur ritrovando l'amore materno non resiste, vuole ripartire. Il treno dei bambini è la metafora dell'insegnante Viola Ardone che non abbandona nessuno quando affronta alunni difficili in ambienti difficili come fa la mamma che Amerigo incontra lì al nord che gli insegna a crescere, a capire a migliorare, ma è anche la mamma di Amerigo che vuole aiutare suo figlio a non soccombere a non avere paura e a credere in se stesso

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RAFFAELE
Recensioni: 5/5
Da leggere

Libro veramente bello e interessante

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Charlie57
Recensioni: 5/5
Ritorno alle radici

Ottimo romanzo che ho letto in pochissimo tempo trascinato dalla storia. A Napoli, nel 1946 alla fine della guerra, è difficile vivere bisogna sopravvivere ed è così che il piccolo Amerigo viene mandato a Modena presso una famiglia adottiva che se ne prenderà cura per qualche mese. Al suo ritorno a Napoli le cose non sono cambiate. Bisogna continuare a sopravvivere e così il piccolo Amerigo scappa da casa per ritornare dalla sua famiglia adottiva. dopo cinquant'anni tornerà a Napoli per la morte della madre e capirà che, nella vita, si può sfuggire da tutto ma non dalle proprie origini. Libro consigliatissimo.

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Recensioni

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Voce della critica

Come tutte le storie ambientate a Napoli, anche questa si è guadagnata un posto speciale nel mio cuore e, del resto, come si potrebbe non essere conquistati dalla tenerezza dei bambini che Viola Ardone mette sul “treno per il Nord”? Come non commuoversi quando lasciano le loro case con la testa colma della paura per “i comunisti” che li portano via e il cuore diviso tra la nostalgia per le famiglie che li salutano dalla banchina e la speranza di trovare un tetto, pasti caldi e vestiti nuovi?

Il viaggio e la nuova vita a Modena sono raccontate dal protagonista, Amerigo, con la concretezza di cui è capace solo un bambino disilluso, che non ha mai avuto tempo da perdere inseguendo sentimenti e sogni, troppo preso dalla necessità di sopravvivere e dalla ricerca di espedienti per farlo.

Dopo la partenza da Napoli, Amerigo e i suoi compagni di viaggio sperimentano sensazioni completamente nuove: lo stupore nel capire che la “solidarietà” e la ”carità” sono due cose diverse e di cui non avere vergogna, la possibilità di avere tempo per il gioco fine a se stesso, senza essere “la malerba che cresce” perché non porta pane a casa, la felicità di trovare un calore diverso da quello di un cappotto nuovo o di un paio di scarpe non bucate, ma fatto di attenzioni e carezze, la scoperta di una scuola che non è punizione , ma anche luogo di gioco e nascita di amicizie. Diventano, insomma, bambini che hanno la possibilità di essere davvero tali, senza essere costretti a vivere da adulti prima del tempo.

E come meravigliarsi del fatto che alcuni di loro scelgano di correre incontro a questa opportunità? Ma non per tutti la scelta è priva di conseguenze. Il protagonista, a differenza degli altri, conosce un amore fatto di equivoci e incomprensioni, che rende il riscatto un fardello colmo di senso di colpa e vergogna; un amore figlio della povertà e della necessità: l’affetto di una madre parca di carezze e parole perché consolare, così come abbracciare, “non era arte sua”. L’adulto che Amerigo diventa deve venire a patti con ciò che ha abbandonato, fuggendo, e tornare in quella che è stata la sua casa, ma che da tempo immemore non sente più come tale. Non importa se non ha più la possibilità di chiarire i malintesi, se ormai è troppo tardi per suggellare con un abbraccio la comprensione finalmente ritrovata. Amerigo, dopo tanti anni, ha l’opportunità di assolvere se stesso e riportare il suo cuore nel basso in cui, nelle fredde notti della sua infanzia, si stringeva nell’abbraccio ruvido della donna che lo aveva messo al mondo. Soprattutto, ha l’occasione di donare a qualcuno, proprio lui che, fino ad allora, ha avuto tanto e non ha dato quasi nulla in cambio.

Una lettura emotivamente molto intensa, mai noiosa o sconfinante in un buonismo fuori luogo, in cui una prosa scorrevole, il cui registro cambia con il mutare e crescere del narratore, trasporta appieno il lettore nella dimensione dei personaggi.

 

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Si fa presto a dire “caso editoriale dell’anno”. Il treno dei bambini di Viola Ardone (233 pagine, 17,50 euro), pubblicato da Einaudi Stile Libero, però ha tutte le credenziali per diventarlo e non solo per il successo riscosso alla Fiera di Francoforte (è in corso di traduzione in 25 lingue e c’è da scommetterci che quanto prima qualcuno ci tirerà fuori anche un film). Ma perché Il treno dei bambini è una bella storia, un romanzo ben strutturato, la cui vicenda prende il lettore sin dalle prime righe e la narrazione, serrata e avvincente, scorre via che è un piacere. Ci si appassiona in fretta al piccolo protagonista, Amerigo Speranza, e alla sua storia di miseria ambientata nell’immediato dopoguerra.

Amerigo è un bambino di Napoli che viene mandato al Nord per qualche mese, ospite – come tanti altri bambini meridionali in quel periodo – di famiglie più agiate, per lo più ex partigiani delle aree più rosse della penisola. Amerigo nello specifico finisce a Modena in casa di una sindacalista e a stretto contatto con un’altra famiglia che lo accoglie e lo tratta come un figlio. Dopo i primi comprensibili timori, il bambino si affeziona alla sua “nuova” famiglia, riprende a frequentare la scuola, impara a suonare il violino, ha di che mangiare, in abbondanza, ogni giorno. Vive una sorta di sogno ad occhi aperti e per lui sarà difficile svegliarsi una volta tornato nel suo vicolo a Napoli.

Viola Ardone ha colto nel segno facendo raccontare la storia in prima persona al bambino, combinando italiano e termini dialettali mai troppo astrusi. I personaggi sono tutti ben delineati e credibili, l’intreccio si avvantaggia dell’atmosfera del periodo e viceversa. La voce di Amerigo colpisce per intensità e tenerezza e non mancano certe striature ironiche che oltre a dare spessore al piccolo protagonista, evitano pericolosi scivoloni nel sentimentalismo patetico. Ma il merito dell’autrice napoletana è stato principalmente quello di ridare luminosità ad una iniziativa solidale vera e oggi sconosciuta ai più giovani.

«Negli anni tra il 1946 e il 1952 – ha dichiarato di recente Viola Ardone a Repubblica – le condizioni di vita di tantissimi bambini, soprattutto al Sud, erano davvero difficili, molto dure. Allora ci fu un’operazione illuminata, attenta, di grande sensibilità da parte del Partito Comunista Italiano insieme all’Unione Donne Italiane. I bambini dai 4 ai 12 anni poveri, senza genitori, tantissimi bambini di strada furono portati per un periodo di alcuni mesi nelle regioni del Centro Nord, Marche, Emilia Romagna. Affidati ad altre famiglie in modo che potessero superare l’inverno. I dati sono impressionanti, c’era un alto tasso di mortalità, malattie polmonari, denutrizione. E tra questi c’è il piccolo Amerigo, dei Quartieri Spagnoli».

La Ardone ha riproposto un tema, quello della solidarietà sociale, che al giorno d’oggi, coi vari Salvini/Renzi/Di Maio al centro della scena politica italiana, sembra davvero qualcosa di obsoleto e inconcepibile. Un sentimento antico che andrebbe riscoperto, in un momento così buio, in termini sociali, culturali e (appunto) politici.

«Era più facile, un volta. C’era il partito, c’erano le compagne e i compagni del partito. Oggi non ci sta più niente, chi vuole fare qualcosa di buono lo deve fare da solo… Ma non è una cosa politica, non so se mi spiego, è carità. È differente.»

Le prime tre parti del romanzo, quelle in cui Amerigo è ancora un bambino, sono le più appassionanti e riuscite. La quarta, invece, è meno convincente, sebbene (va sottolineato) non stoni. Forse sa troppo di Nuovo Cinema Paradiso per risultare originale come il resto del romanzo. Ma in definitiva Il treno dei bambini è decisamente un bel libro, da leggere per il piacere di una bella lettura, da leggere per riscoprire i bei sentimenti di una volta, da leggere per commuoversi, da leggere per ricordarci di quando forse eravamo un po’ meno egoisti, di quando forse gli italiani erano un popolo…  migliore.

Recensione di Giovanni Di Marco

 

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Ma che me ne faccio io della speranza? Io la speranza la tengo già nel cognome, perché faccio Speranza pure io, come mia mamma Antonietta. Di nome invece faccio Amerigo. Il nome me l’ha dato mio padre. Io non l’ho mai conosciuto e, ogni volta che chiedo, mia mamma alza gli occhi al cielo come quando viene a piovere e lei non ha fatto in tempo a entrare i panni stesi. Dice che è proprio un grand’uomo. È partito per l’America per fare fortuna.

È il 1946 e Amerigo Speranza vive nella Napoli post bellica, povera, disperata, dove gran parte delle persone è composta da analfabeti.

Io pure sono ignorante, anche se dentro al vicolo mi chiamano Nobèl perché so un sacco di cose, nonostante che a scuola non ci sono piú voluto andare. Imparo in mezzo alla via: vado girando, sento le storie, mi faccio i fatti degli altri. Nessuno nasce imparato.

Amerigo conta le scarpe e le valuta con delle stelle, a seconda del loro grado di usura. Vive in un basso di Napoli, con la mamma che non sa né leggere né scrivere. Attorno ad Amerigo e alla mamma troviamo l’amico Tommasino, la Zandragliona e la Pachiochia, Capa ‘e Fierro, Maddalena, che è una sorta di coordinatrice delle partenze, quelle del treno dei bambini, il treno dei bambini del Mezzogiorno che il Settentrione aspetta per dare una mano a crescere lontano da quella povertà. Ed è proprio al nord, in Emilia, che Amerigo conosce Derna, la madre adottiva, amica dei contadini Rosa e Alcide, genitori di Rivo, Luzio e Nario (nomi scelti non a caso…), che lo accolgono e gli offrono, oltre al cibo, anche il loro affetto.

Viola Ardone ci cattura con un racconto coinvolgente, commovente e malinconico che parte con le parole di un bimbo e termina con quelle di un uomo. Una bella scrittura che ti prende per mano, dalla prima fino all’ultima frase, che ti fa sorridere ed emozionare, raccontando una parte di storia italiana.

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Tutti noi lettori ci siamo chiesti, almeno una volta nella vita, quali sono gli “ingredienti” che determinano il successo di un libro. Quando possiamo affermare che un libro è “buono”? Tempo addietro ho letto su un articolo una risposta che è diventata il mio metro di misura: «I libri buoni sono quasi sempre storie in cui c’è la vita in tutte le sue sfumature, il lettore diventa il personaggio e vive, viaggia, piange, ride, si dispera, gioisce e ama come lui. I libri cattivi si dimenticano; i libri buoni si ricordano per sempre. Dove, quando e con chi li abbiamo letti. Passando davanti allo scaffale, anche dopo tanti anni gli diciamo grazie».

L’ultimo romanzo di Viola Ardone – Il treno dei bambini (233 pagine, 17,50 euro) – pubblicato da Einaudi Stile Libero è tra i libri che, probabilmente, ricorderete per sempre perché fa ridere e piangere, fa gioire e disperare. Non c’è da stupirsi, è stato il caso editoriale italiano dell’ultima Fiera di Francoforte ed è in corso di traduzione in 25 lingue. Amerigo Speranza è il protagonista e l’io narrante di una storia che affonda le radici nel secondo dopoguerra e racconta la vicenda poco conosciuta di migliaia di bambini meridionali affidati a famiglie del Nord e del Centro, grazie ad un’iniziativa del Partito Comunista, per strapparli alla povertà e alla disperazione. Amerigo è napoletano e vive con la mamma Antonietta, senza padre e senza fratelli; sopravvive, ma non vive, fino al giorno in cui salirà sul treno che lo condurrà a Modena da un’altra donna, Derna, che lo accoglierà come un figlio.

L’incipit del romanzo di Ardone lascia intendere il fulcro della storia: Amerigo è troppo povero per indossare un paio di scarpe nuove ed è costretto a calzare quelle degli altri «[…] Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me. Hanno pigliato le abitudini loro. Hanno fatto altre strade, altri giochi […]». Il piccolo protagonista, salendo su quel treno, avrà la possibilità di percorrere una strada diversa, con un paio di scarpe nuove che segneranno una recisione tra la vecchia e la futura vita. Una recisione che non sarà mai netta ma, al contrario, lascerà strascichi di dolore e sofferenza. La voglia e il bisogno di serenità e sicurezza lo spingeranno a scelte difficili e cariche di sensi di colpa che lo accompagneranno fino all’età adulta.

La Ardone ci regala uno spaccato dell’Italia del secondo dopoguerra, la mentalità di quegli anni, idee politiche opposte e incarnate da due figure femminili (abitanti del quartiere) che, insieme alle altre donne del romanzo (Antonietta, Derna, Rosa), arricchiscono la storia. La Pachiochia è una monarchica convinta, denuncia i mali del comunismo e sostiene che i bambini verranno trasportati in Russia per essere uccisi; la Zandragliona, invece, è repubblicana e spinge Amerigo a salire su quel treno che cambierà le sue sorti. Non mancano, ovviamente, i riferimenti ai principi del Partito Comunista, all’impegno di tante giovani “compagne” come Maddalena (una delle organizzatrici del viaggio al Nord) e Derna, la madre affidataria; alle contraddizioni al suo interno.

Dall’inizio alla fine, il lettore sarà attratto dall’ingenuità e ironia di Amerigo. Sentirà, però, quella “tristezza nella pancia” a cui più volte fa riferimento il nostro piccolo protagonista («Ora che sto qua sopra mi accorgo che tutto è andato così veloce e che pur volendo non posso più tornare indietro. Penso a mia mamma che già se ne sarà tornata dentro al basso nostro e mi sento la tristezza nella pancia»). L’autrice ha scritto pagine commoventi in cui racconta la storia drammatica di una separazione (dalla madre, dalle proprie radici) e solidarietà; la straordinarietà di un amore, talmente grande da avere la forza di lasciare andare e non trattenere. Scava negli animi dei protagonisti, ne mette in luce forza e debolezze, paure, fino a farci male.

Non possiamo che immedesimarci negli stati d’animo di Amerigo, nelle sue scelte complicate e sofferte che, comunque, gli consentiranno di cambiare le sorti di quel destino che per lui sembrava inevitabile, di conoscere la felicità tra le corde di un violino, gli abbracci e le carezze. La sensazione di essere spezzato a metà, tra la mamma del Sud e quella del Nord, non lo abbandonerà mai, fino al momento in cui dovrà affrontare il viaggio più lungo, quello di ritorno verso mamma Antonietta: una sorta di riappacificazione con la propria coscienza, con il dolore sofferto e procurato, con la vita che si è lasciato dietro una volta salito sul treno. Scriveva Salinger ne Il giovane Holden: «I libri quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira». Ecco, giunti all’ultima pagina di Il treno dei bambini potrebbe venirvi voglia di chiamare Viola Ardone, o perfino Amerigo e chiedergli «Come stai, Amerì?» perché non vi lascerà uguale a com’eravate prima di leggerlo.

Recensione di Arcangela Saverino

 

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Viola Ardone

1974, Napoli

Viola Ardone (Napoli 1974) è laureata in Lettere e ha lavorato per alcuni anni nell'editoria. Autrice di varie pubblicazioni, insegna latino e italiano nei licei. Fra i suoi romanzi ricordiamo: La ricetta del cuore in subbuglio (Salani, 2013), Una rivoluzione sentimentale (Salani, 2016), Il treno dei bambini (Einaudi, 2019) e Oliva Denaro (Einaudi, 2021).

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