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Javier Marías

Traduttore: G. Felici
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine:
  • EAN: 9788806231811


"Sono quattro anni che non penso. Mi si capisca: che non penso a me, l’unica attività mentale, in realtà, cui prima di questi anni ero solito dedicarmi."

Il protagonista del nuovo romanzo dell’ormai celebre scrittore spagnolo, è un cantante lirico, costretto a continui spostamenti per seguire l’itinerario delle tournée. Il paragone con un rappresentante di commercio è magari un po’ triste per un artista, ma appropriato. Come questa figura professionale itinerante, anche il cantante deve spostarsi frequentemente e vaga da un albergo all’altro, cercando di dimenticare il luogo in cui si trova, tentando di “vedere” in ogni nuovo albergo quello precedente per mantenere una certa continuità nella propria disordinata vita. Il lavoro lo impegna tutto l’arco del giorno e di ogni città visitata non conosce quasi nulla, se non le strade che dall’albergo conducono a teatro e viceversa. La sua esistenza è, in sostanza, piuttosto solitaria e ripetitiva, potremmo dire quasi noiosa. L’unico elemento che la riaccende è quello onirico.

Ma è sogno o è realtà quello che il protagonista racconta nelle sue pagine? In totale i personaggi sono pochi, ben delineati. Marías ha doti straordinarie nel descrivere l’animo umano e tutti i sentimenti che l’attraversano. E magistralmente dipinge il ritratto di una coppia stretta da un legame molto particolare, accompagnata da figure minori che ruotano attorno a loro come satelliti. Casualmente si inserisce in questo mondo anche il cantante lirico, incontrato su un treno e rivisto successivamente a Madrid. È lui “l’uomo sentimentale”? È lui che si innamora della donna e che racconta questa storia d’amore; ma qual è il ruolo del marito, eroe tragico in una vicenda dai contorni classici? Quale delle due figure sarà perdente e quale invece si rassegnerà a vivere questo amore come un passato inafferrabile e un futuro imprevedibile? Il racconto è quello di un sogno, sfumato nel ricordo in immagini velate. Marías ricostruisce ogni istante importante di questa storia interiore, raccoglie tutti gli indizi “sentimentali” e li ricompone con l’abilità narrativa sempre presente nei suoi romanzi. Il personaggio femminile, Natalia Manur, è mostrata solo in modo sfumato e appartiene, come Marías stesso ha scritto, “a quella lunga stirpe di donne della finzione che (come Penelope, come Desdemona, come Dulcinea e tante altre di inferiore lignaggio) ci sono e forse non sono: sicuramente le più pericolose”. Quanto è stato “reale” questo amore si comprende soltanto alla fine del romanzo e forse proprio per questa incertezza l’autore ha voluto aggiungere alcune parole in una postfazione dal significativo titolo Quel che non si è compiuto. In essa scrive: “L’uomo sentimentale è una storia d’amore in cui l’amore non si vede né si vive, ma si annuncia e si ricorda”.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

“Non so se raccontarvi i miei sogni. Sono sogni vecchi, passati di moda, più adatti a un adolescente che a un uomo fatto. Sono pieni di dettagli e allo stesso tempo precisi, piuttosto lenti anche se molto colorati, come quelli che potrebbe fare un animo fantasioso ma in fondo semplice, un animo molto ordinato. Sono sogni che finiscono per stancare un po’, perché chi li sogna si sveglia sempre prima della loro conclusione, come se l’impulso onirico si esaurisse nella rappresentazione dei particolari e si disinteressasse del risultato, come se l’attività di sognare fosse l’unica ancora ideale e senza scopo. Non conosco, perciò, la fine dei miei sogni, e può risultare avventato riferirli senza essere in grado di proporre una soluzione né un insegnamento. Ma a me sembrano inventivi e molto intensi. La sola cosa che posso aggiungere a mia discolpa è che scrivo in base alla forma di durata – quel luogo della mia eternità – che mi ha scelto.
Tuttavia, quel che ho sognato questa mattina, quando ormai era giorno, è qualcosa che è accaduto realmente e che accadde a me quando ero un po’ più giovane, o meno anziano di adesso, anche se non è ancora finito. Quattro anni fa viaggiai, a causa del mio lavoro e proprio prima di superare miracolosamente la paura dell’aereo (sono un cantante), numerosissime volte in treno durante un periodo di tempo abbastanza esiguo, in totale circa sei settimane. Quegli spostamenti brevi e continui mi portarono nella parte occidentale del nostro continente, e fu nel penultimo della serie (da Edimburgo a Londra, da Londra a Parigi e da Parigi a Madrid in un giorno e una notte) che vidi per la prima volta i tre volti sognati questa mattina, che sono peraltro gli stessi che hanno occupato parte della mia fantasia, molto del mio ricordo e la mia vita intera (rispettivamente) da allora fino a oggi, o per quattro anni.
La verità è che impiegai molto prima di guardarli, come se qualcosa mi mettesse sull’avviso o io, senza saperlo, volessi ritardare il rischio o la gioia che avrebbe comportato il farlo (ma temo che questa idea appartenga più al mio sogno che alla realtà di allora). Mi ero dedicato a leggere un libro di fatue memorie d’uno scrittore austriaco, ma a un determinato momento, e dato che mi irritava molto (a dire il vero all’alba m’aveva fatto uscire dai gangheri), lo chiusi e, contrariamente a quella che è mia abitudine quando viaggio in treno e dato che non stavo conversando, leggendo, ripassando il mio repertorio né richiamando alla mente fallimenti o successi, non guardai “direttamente” il paesaggio, ma i miei compagni di scompartimento. La donna dormiva, gli uomini erano svegli.
Il primo uomo, lui sì, guardava il paesaggio, seduto proprio di fronte a me, con la voluminosa chioma di capelli canuti e increspati rivolta verso la sua destra e con una mano singolarmente piccola – tanto che non sembrava potesse appartenere a un corpo davvero umano – che accarezzava la guancia con lentezza. Potevo vederne le fattezze soltanto di profilo, ma nell’essenziale ambiguità della sua età – uno di quei fisici un po’ féeriques che danno l’impressione di voler contrastare più del dovuto le pressioni del tempo, come se la minaccia di una morte vicina e la speranza di rimanere fissati per sempre in un’immagine incolume li compensasse dello sforzo – appariva come più che maturo in virtù di quell’abbondante vegetazione brinata che lo coronava e di due fenditure – incisioni legnose in una pelle liscia – che, da entrambi i lati della bocca sfumata e in linea di principio inespressiva, facevano pensare, tuttavia, a una personalità incline a sorridere nel corso dei lustri sia quando era opportuno sia quando non lo era. In quel momento dei suoi anni indefinibili lo si indovinava tranquillo e lo si vedeva insignificante e danaroso, con dei pantaloni eleganti ma un po’ logori e leggermente corti – gli stinchi quasi allo scoperto – e una giacca sgargiante la cui stoffa mescolava troppi colori. Un uomo al quale la ricchezza doveva essere arrivata tardi, pensai; forse un uomo della media impresa, indipendente ma che ha faticato per avere quel che ha. Mancandomi il suo sguardo, che concentrava all’esterno, non avrei saputo dire se si trattava di un individuo vivace o spento (anche se era molto profumato, rivelando una vanità sfiorita ma ancora indomita).