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Gianni Celati

Editore: Feltrinelli
Edizione: 3
Anno edizione: 2002
Formato: Tascabile
Pagine: 140 p.
  • EAN: 9788807812002

(recensione pubblicata per l'edizione del 1989)
recensione di Pomilio, T., L'Indice 1989, n. 7

Un paio d'anni fa Gianni Celati, introducendo agli ascoltatori radiofonici una sua lettura del "Diario della Verna" di Dino Campana, parlava (cito) di esplorazione dell'aperto: Campana "volge la parola all'aperto, confronta la parola con l'apertura dello spazio. L'effetto che ha questo testo è lo stesso che ha la lettura dei Presocratici - è come tornare indietro ad un tipo di attenzione e di sentimento dove pensiero e sentimento non sono ancora distinti: alla questione degli elementi, alla questione dell'essere qui, negli elementi". Celati insomma parla di un Campana che pensa il presente; che vuole essere nel presente degli elementi. "Qui c'è la scrittura l'insostenibile fatica della scrittura che si confronta con quello che è il suo punto di riferimento: gli elementi, l'aria, l'acqua, la roccia; la scrittura si confronta con queste cose di continuo non soltanto perché deve dare un nome e deve dare delle tonalità, ma perché deve ridire all'infinito il presente dentro a questa cosa". Campana vuol così "tener dietro" al divenire, per riportarlo alla elementarità prima, da cui scaturiscono immagini e visioni, in una specie di immanenza, di naturalizzazione della visione. Perché la scrittura, dice Celati, è votata ad un continuo scacco rispetto all'indicibile ("inenarrabile") divenire; ma "è proprio nel suo perdere che la scrittura si rivela come un'attività specifica dell'uomo, ovvero quella di far fronte, affrontare il divenire, e perdere continuamente".
Sono passati quasi due anni, e Celati nell'introdurre una serie di narrazioni che chiama delle riserve (riserve d'esperienza, credo io), sul "manifesto" del 30-31 ottobre '88, approfondisce questo principio di perdita: "noi ascoltiamo bene la lingua che ci suggerisce i racconti, quando capiamo che di questa lingua viva, da cui traiamo tutti, ben poco resterà", mentre "noi raccontiamo perché siamo qui, ora, e ora abitiamo il mondo". La perdita, è chiaro sin dal titolo del pezzo, "L'angelo del racconto", è quella benjaminiana, perdita dell'Esperienza ('Erfahrung'), un concetto che si precisa alla luce del saggio su Leskov: "la perdita d'una funzione terapeutica e cerimoniale del narrare, come un modo per organizzare la nostra esperienza e immettere ciò che sempre incombe su di noi in un ciclo molto più vasto, il ciclo delle stagioni".
Comunque sia, si continua a dire di perdita di qualcosa; nell'ipotesi che vi sia una riserva primaria dov'è custodita qualche immagine epifanica o casuale di verità: senza però che noi si disponga d'un linguaggio per "poterla dire", quella verità, perché le lingue 'standard' sono "architetture di frasi fatte", che vogliono dare per scontato uno stato di cose. Celati parla invece continuamente di enigmi: "ogni storia ruota intorno ad un punto enigmatico, il mistero di ogni accadere degli eventi, che è il nostro tramite col mondo"; distinguendo nettamente tale mistero dalla tecnica dei rebus praticata e propugnata dalle ultime avanguardie.
Intervistato, Celati parla di nuovo di presente, sul "manifesto" dell'11 marzo scorso. "Riserve vuol dire qualcosa che non viene subito utilizzato e sprecato. Al contrario, l'attualità consiste nell'utilizzazione immediata di tutto, così che non resta niente dietro di noi". Riserva è invece esitazione; ovvero attesa, "grazia insidiata dall'incertezza", siccome quello che arriva si sostituisce al fantasma atteso, e ti entra in circolo, ti diventa "usabile" ("L'Indice" n. 10, '88). Al contrario, l'attualità non è in attesa: esperienza corta, 'Erlebnis', esperienza-vissuta che brucia il suo stesso esperire nella mancanza di esitazione. Questo, per Celati, è il realismo; e sono i comunisti, dice Celati, che eccitati da una ipertrofia della funzione realistico-esplicativa, "parlando in quella lingua di grosse parole che spiegano tutto" hanno imposto la "livida" ideologia del realismo: "sbattere in faccia agli altri la mortalità e il disagio come una colpa del mondo", tutto "per non farsi carico della propria caducità". Mentre "è il pensiero del lutto per ciò che svanisce, l'origine d'ogni cura che possiamo avere per il mondo esterno". Celati perciò si rimette all'ovvietà, che è "il nostro vertiginoso legame con gli altri". Compito della scrittura non è quindi di cambiare il mondo, ma "farsi più prossimi al mondo esterno e alle cose che abbiamo davanti". Per "accorgersi ogni tanto d'esser qui" ("Verso la foce"). C'è da chiedersi, ora, chi è che ha fatto scomparire la morte davanti a noi, chi è che "su scala planetaria" ha imposto questa verità di frasi fatte, questo iperrealismo di onde colorate che spiegano tutto affollandoci di visioni di cose, inventandoci le cose, senza farcele vedere mai più; saranno proprio "i comunisti"?
Bene, io credo che queste annotazioni del diario dell'aperto, il presente, il perdere/perdersi, l'esitazione o attesa, l'ovvietà, possano render conto dell'ultimo lavoro narrativo di Celati, "Verso la foce". Anche se è forse troppo e troppo poco dire narrativo; sarà 'excursus', invece? peripezia dell'aperto, senza direzione conoscibile? O tentativo estremo di un appaesamento nella chiusura del paesaggio: "occorre poter sentire di nuovo lo spazio come vuoto, il vuoto in cui sei disperso, perché esso riacquisti le sue valenze affettive". Perché questo erratico spaziare, in quattro pellegrinaggi a piedi nelle campagne padane, è insomma peripezia della dispersione delle apparenze. "Solo trovandosi dispersi nello spazio, si comincia a osservare le cose per potersi orientare". Piombiamo così, 'tout court', e pesantemente, nel campo della santità del quotidiano. Naturalizzazione, presocratica ma singolarmente francescana, del soggetto nelle cose stesse in cui egli si sperde, nella loro stessa "banale" serenità; naturalismo insomma della fine della natura; in una sensitività eccessiva e senza oggetto, ove il soggetto si cosparge di stimmate nel captare la impercepibile rivelazione. (Deambulando per le padane tutte piene di "silenzi residenziali" e "solitudini urbane", i giorni di Chernobyl, Celati si ferisce un piede; cammina sulla ferita del piede; il calzino è zuppo di sangue, la ferita è una piaga). La Pianura, Chernobyl, il Percorso, il Martirio: sulla serena e banalissima 'waste land' disseminata di divino Ovvio e di villette geometrili, ove se l'elemento si dissipa l'oggetto si rafforza, l'ovvietà del senza luogo si epifanizza, si sacralizza ancora. E lo Scrittore si china sul foglio a schizzare appunti sotto sguardi vaghi e perplessi con gesto antico artigianale, in un tentativo estremo di capire le immagini, fra una vegetazione di erbacce e di sette e sette nani tutti colorati, e sparse fioriture di antenne, potenza dello sguardo. Odore di camion e di maiale bruciato dagli enormi suinifici dove si scannano e deflagrano porci sandaniele in serie; e l'invisibile Chernobyl dell'anima, immensa serenità discesa su di noi, ineffabile come lo Spirito Santo. "E salgo e salgo" (Campana). Qui invece l'ascesa è affioramento alla foce, tutta in pianura. Se quella lingua penitente ('minimal') e però autoriflessiva, sontuosa, si dice inabile a parlare un soggetto, questo riemerge insomma in quanto soggetto aperto di una intermittente Rivelazione.
Lo sguardo disorientato interiore si orienta tutto, infine, verso il propria stesso (mistico) disperdersi nel presente degli elementi spossessati; ed è lì, dove vuole ricostituirsi l'esperienza, è proprio lì in Celati la fine della strada: impossibilità di pensare la strada, di lasciare che l'esteriore, questo esteriore cieco, si dia a noi. E insomma sradicata e radicale destoricizzazione del tutto, sua riduzione ad un determinismo elementare che deve impedirci di poter credere a un mondo migliore di quello che è: perché poi, noi siamo caduchi. Ma invece, "cercare qualcosa che è altrove", sempre altrove. Enigma, non cosa; da raccontare, indicibilmente, caracollando a braccia larghe verso la ovvia, ineffabile sublimità dell'esistente: la "propria morte".