Un viaggio chiamato amore. Lettere (1916-1918)

Sibilla Aleramo,Dino Campana

Curatore: B. Conti
Editore: Feltrinelli
Collana: Varia
Edizione: 7
Anno edizione: 2002
Pagine: 130 p.
  • EAN: 9788807490064
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    È un privilegio poter leggere della parte più nascosta di uno scrittore, e qui possiamo leggerne di due grandi scrittori, che a modo loro, hanno reso grande l'Italia. Consiglio questo libro a chi ha amato le opere di Campana e di Sibilla, a chi ha voglia di leggere poesie d'amore, e a chi è curioso di scoprire com'è l'amore tra una scrittrice ed un poeta.

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    chiara

    02/04/2004 14:45:11

    una struggente e tormentata relazione dove si è giocato ad armi pari e pari non erano. Forse noi donne siamo estremamente fataliste in riguardo all'amore ma questa storia mi ha colpita per la crescente logorazione di cui è impregnata. Come dicono i Nomadi "..dammi l'amore di notti infedeli, scuoti il mio sonno docile ed arreso fa che io ceda a sogni ardenti e dammi amore si, ma che sia grande, non una storia scritta con il testo a fronte..."

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    Federica

    03/06/2003 22:06:23

    Credo che sia una storia che ognuno desidera vivere.

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recensioni di Bo, R. L'Indice del 2000, n. 06

Un viaggio chiamato amore è, in ordine di tempo, l'ultima ristampa dello struggente carteggio che testimonia la breve quanto intensa relazione intercorsa fra Dino Campana e Sibilla Aleramo, che si conobbero, amarono e tormentarono negli anni compresi appunto tra il 1916 e il 1918. Il volume è frutto della revisione, filologicamente più accurata, esercitata da Bruna Conti (la quale firma quest'anno anche la curatela di Il passaggio, secondo romanzo-autobiografia della Aleramo, ripubblicato pure da Feltrinelli) sui materiali di cui era composto il precedente volume del 1987 (Editori Riuniti), rispetto al quale l'attuale risulta riorganizzato e ampliato grazie all'inserimento di alcuni documenti inediti. I nuovi criteri adottati nella datazione dei testi contribuiscono effettivamente a rendere maggiormente unitario il carteggio, e a chiarire alcuni dei lati rimasti oscuri nella vicenda che unì i due scrittori ribelli. La loro passione (il poeta visionario dai comportamenti imprevedibili, l'autrice di Una donna che aveva coraggiosamente rivendicato al mondo il suo ruolo di creatura libera e desiderosa di autodeterminarsi) suscitò, nell'ambiente letterario di quegli anni - ma anche successivamente - non poche polemiche, intese soprattutto ad accusare Sibilla di essere in qualche modo responsabile del destino di follia cui Dino andrà incontro, o di averlo comunque abbandonato a se stesso in un momento estremamente delicato per la sua vita.
Com'è ovvio, il carteggio fra i due inquieti amanti è destinato a una molteplicità di interpretazioni possibili, poiché riveste nello stesso tempo le caratteristiche di una testimonianza chiave del clima di una tranche interessante della nostra storia letteraria, un potenziale emotivo di notevole intensità e, dato nient'affatto trascurabile, un valore letterario intrinseco. Nelle lettere di "Cloche" e della Aleramo, autentiche quanto efficaci testimoni dell'autobiografismo e del frammentismo vociano di quegli anni, si affaccia tutto un mondo di critici e scrittori, a vario titolo coinvolti nelle loro vicende, da Emilio Cecchi ad Antonio Baldini, da Cardarelli a Franchi: la letteratura e le peculiarità del vivace ambiente intellettuale dell'epoca si mescolano all'incoercibilità del desiderio, al delirio del possesso e della gelosia e soprattutto alla disperazione dei due protagonisti, destinati a trascorrere solo un breve momento della vita immersi nella felicità - "il ricordo di quei mattini (...) ch'eravamo due cose d'oro", scrive Sibilla - e poi a bruciare nella desolazione e nella solitudine, quando non nella pazzia.
Nulla più di questo può essere sublimato dalla letteratura: l'accendersi pur ineluttabile della passione è mediato e veicolato dalle "parole stampate", proprie o altrui (Whitman, ad esempio), dallo scrivere in francese; il breve momento di felicità (siamo nell'agosto del 1916, quando Sibilla afferma: "Ho fede, sai, tanta. Staremo insieme tanto. Guardiamo lontano. Amore. Baciami") coincide con il delirante quanto - involontariamente? - dannunziano tentativo di trasformare la propria vita in un'opera d'arte, in un miracolo ("Saremo soli sulla terra. Bruceremo. Hai visto che siamo vergini, che qualcosa non ci fu mai strappato? Per noi. Più a fondo, ci mescoleremo allo spazio, prendimi, tienmi, io non ti lascio, bruceremo" - ancora Sibilla). A quest'inno all'amore, solo parzialmente oscurato dalla paura del futuro e dall'ironia di Campana ("Tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili", il 17 agosto del 1916) segue inevitabilmente un ben più lungo tormento, in cui emerge da un lato lo stereotipo, caro all'autore dei Canti orfici, dell'intellettuale maudit, coattivamente destinato a distruggere con il suo tocco tutto ciò che ama; dall'altro la figura di una donna schiantata ma ancora disposta a farsi sacerdotessa di un amore impossibile. Sibilla appare sostenuta da una sorta di vocazione terapeutica che, se non le permette di negare la follia dell'amato (di cui ben presto si rende conto), le consente almeno di pensare a se stessa e al proprio sentimento per lui come a una possibile panacea: ed è nei panni di una Beatrice trasfigurata in dea classica, che appare nella straordinaria I piloni fanno il fiume più bello, poesia che Campana scrive per lei, sempre nel 1916, e che ora rientra a pieno titolo nei materiali dell'epistolario.
Ma anche l'illusione di una guarigione, o almeno di una tregua, vien meno, e il romanzo d'amore precipita in tragedia: Sibilla si vede come una rosa calpestata da un amante delirante, Dino fa una cinica parodia shakespeariana, in cui la Aleramo, alias "Rina Faccio mia amica amante amabilissima" è ormai "una donna sul baratro", una Giulietta da perseguitare. Non resta che fuggire, separarsi, "dimenticare le rose" ormai sfiorite: i due continueranno a scriversi, a cercarsi, spesso a tormentarsi, ma non si incontreranno che fuggevolmente a Novara (siamo ormai alla fine del 1917) in occasione dell'arresto - dovuto a uno scambio di persona - di Campana. Il rivedersi è un addio: nonostante le ultime suppliche di Dino, Sibilla, che mai gli aveva negato il suo sostegno, resterà lontana da lui, ormai imprigionato a vita (dal carcere passa infatti, quasi senza soluzione di continuità, al manicomio di San Salvi a Firenze e poi al cronicario di Castel Pulci, dove morrà nel 1932).
Termina per loro "il viaggio chiamato amore", come Campana non dubitava che accadesse: sua infatti è la definizione, che ben rientra nel clima visionario e girovago della sua opera e della sua vita, che non conosce ritorni, se non nel sogno. Sibilla invece, di cui è lo sguardo fissato sulla lontananza nella fotografia riprodotta in copertina (lo stesso sguardo che Bruna Conti segue nella sua rigorosa ricostruzione, intenzionata com'è a difenderla dalle noiose recriminazioni dei commentatori delle varie epoche), sceglie di proseguirlo ancora a lungo, innamorata pervicacemente delle immagini di sé che di volta in volta trae dagli occhi dei suoi compagni, quelle stesse di cui continua instancabilmente a raccontare fino a tarda età.