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Laura Di Fiore, Marco Meriggi

Editore: Laterza
Edizione: 4
Anno edizione: 2011
Pagine: 166 p. , Brossura
  • EAN: 9788842096535
Nell'offrire al pubblico italiano una ricostruzione della world history, gli autori non si limitano a illustrarne le origini e gli sviluppi, ma presentano un bilancio complessivo evidenziandone il contributo positivo alla comprensione del passato e al contempo le problematicità.
Se tentativi di scrivere una storia attenta all'intera umanità si rintracciano fin dall'antichità (nella storiografia greca di Erodoto e per vari aspetti nelle storiografie cristiana e islamica), le radici della world history sono individuate nella storia universale settecentesca, in particolare nell'universalismo laico di Voltaire. Dopo la fase del nazionalismo ottocentesco, furono i filosofi della storia della prima metà del Novecento a dare un contributo importante, soprattutto Arnold J. Toynbee con la sua idea dei "contatti di civiltà" (A Study of History, 1934, 12 voll.). Il passaggio dalla storia universale alla world history fu però segnato dall'opera di William Hardy McNeill, The Rise of the West (1963), con cui vennero meno l'ottica eurocentrica, la visione finalistica e la ricerca di leggi universali a favore dello studio di fenomeni con effetti su vasta scala cronologica e geografica. Diffusasi dapprima soprattutto nell'area anglosassone, la world history si istituzionalizzò tra gli ottanta e novanta del Novecento (al 1982 risale la creazione della World History Association e al 1990 la nascita del "Journal of World History" (entrambi su iniziativa di Jerry H. Bentley), non senza iniziali resistenze negli ambienti accademici e politici statunitensi, visto che il multiculturalismo sotteso pareva una minaccia al patriottismo americano.
La definizione della world history – sulla scorta di Patrick Manning (Navigating World History, 2003) – quale "storia delle connessioni all'interno della comunità umana globale", attenta alle dimensioni trans-culturale e trans-regionale e critica verso ogni indagine circoscritta allo stato-nazione, permette di distinguere questo campo di studi da quello della global history, benché gli intrecci siano molti, come sottolineano gli autori. Uguali la prospettiva sovranazionale e l'approccio basato su ampi orizzonti spazio-temporali, ma quest'ultima, ancorata al presente, sarebbe focalizzata sulla storia della globalizzazione, oppure – secondo altre interpretazioni – presterebbe attenzione all'interdipendenza dei processi storici a livello planetario. Importanti sono del resto gli apporti degli area studies, sebbene il rapporto fra i due orientamenti non manchi oggi di tensioni.
Al di là delle definizioni, i percorsi della world history appaiono fondamentali nella misura in cui hanno indotto gli studiosi a ripensare criticamente al processo di modernizzazione: se la tesi tradizionale vuole che dopo la conquista dell'America l'Occidente, in base all'idea del miracolo europeo, abbia avviato la sua marcia trionfale e inarrestabile verso la supremazia, la world history spinge a immaginare il mondo come un sistema policentrico caratterizzato da scambi materiali e culturali tra gli europei e gli altri e rifiuta l'idea di un unico modello di modernizzazione. Quella che definiamo età moderna non conobbe dunque la sola modernità occidentale, ché altre ve ne furono, in primo luogo quella della Cina settecentesca, segnata dalla stessa industrious revolution verificatasi in Europa, nonché quella del Giappone e dell'India, per nulla esclusi da sviluppi significativi nel campo della produzione e dei consumi. Elementi di arcaicità, inoltre (fenomeni tipici della fase presecolarizzata, per esempio), sopravvissero nel moderno. E, ancora, tra le quattro parti del mondo – per citare Serge Gruzinski (Les quatre parties du monde, 2004) – prevalse il dialogo e non l'isolamento, di cui trattava invece la storiografia europea otto e novecentesca. È una riflessione, questa, che implica una diversa periodizzazione nella ricerca degli eventuali scarti fra Occidente e resto del mondo. La "grande divergenza", per riprendere il titolo dell'opera di Kenneth Pomeranz (2000; trad. it. il Mulino, 2004), non sarebbe così da collocare all'inizio dell'età moderna, ma nel tardo Settecento e nell'Ottocento.
Va anche notato che la world history ha rinnovato non poco la conoscenza di molteplici processi storici, in particolare quelli legati ai fenomeni migratori volontari e forzati, come nel caso della schiavitù. Un contributo importante l'ha offerto altresì nel campo delle relazioni fra storia umana e storia naturale, specie nella environmental history, una storia interdisciplinare e anch'essa trans-regionale, in cui la natura perde la sua funzione passiva di contesto storico per diventare elemento attivo nella relazione con la comunità umana. Non manca poi, tra i filoni della world history, la cosiddetta big history, il cui obiettivo è la ricostruzione della storia dell'umanità sulla più ampia scala cronologica possibile, dalla nascita dell'universo a oggi, e che suscita non poche perplessità con la sua dilatazione temporale in odore di teleologismo. L'estensione degli spazi ha infine comportato un ampliamento della geografia delle istituzioni storiografiche: alle tradizionali sedi di ricerca del mondo atlantico si sono affiancati nuovi centri nell'asse del Pacifico.
La world history invita insomma a dimenticare tutto quello che si è imparato a scuola, e in questo scenario di dissoluzione delle categorie interpretative forti (che finisce peraltro per alimentare la sfiducia nella storia quale chiave di comprensione della realtà) è condivisile il timore espresso dagli autori che "la storia possa continuare a essere scritta e amata". In generale, comunque, la world history non appare priva di rischi, come hanno sottolineato vari studiosi che (vale la pena di evidenziarlo) non provengono da settori conservatori della storiografia, ma sono legati a orientamenti che più di altri si sono posti in modo critico rispetto alla storia tradizionale (quella dell'histoire bataille, attenta alle élite e al mondo maschile, per intenderci). Se i cultori degli area studies temono la perdita delle specificità di area, dagli storici sociali giunge la critica secondo cui la world history tende spesso a riproporre una lettura dall'alto poco attenta alle dinamiche dal basso, mentre gli studiosi di gender evidenziano l'invisibilità delle donne e l'assenza di sensibilità per i differenti percorsi di uomini e donne. A non pochi critici la world history appare dunque conservatrice dal punto di vista dei contenuti esaminati. Non va infine dimenticato – nell'elenco dei pericoli – che, considerati i finanziamenti richiesti dalla world history, il suo dominio potrebbe favorire una divisione internazionale del lavoro intellettuale, ossia un divario tra quanti potranno permettersi il lusso di praticare la storia su vasta scala e la maggioranza dei ricercatori costretti alla storia nazionale o locale, considerate con disprezzo come prospettive del tutto marginali.
Il problema soprattutto è – riprendendo la riflessione di Giulia Calvi (Storiografie sperimentali. Genere e world history, "Storica", 2009, nn. 43-45), con cui si chiude il volume – quello di salvaguardare l'attenzione alla soggettività e all'alterità, posto in primo piano dalle storiografie "ribelli", con la ricerca della convergenza, tipica della world history, pena la riproposizione, sotto mentite spoglie, di una nuova master narrative.
Patrizia Delpiano