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Vladimir Nabokov

Traduttore: M. Crepax
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2000
Pagine: 640 p.
  • EAN: 9788845915048

recensioni di Carboni, G. L'Indice del 2000, n. 05

Nelle ultime settimane ho passato un po' di tempo a rileggere Ada. Leggevo lentamente la nuova traduzione di Margherita Crepax, con qualche riscontro per capire come avesse affrontato la prosa piena di trabocchetti dell'originale, leggevo due libri insieme - per così dire - con un po' di invidia per l'abilità delle sue soluzioni e
un tocco di quell'inevitabile insoddisfazione che si accompagna all'estraniamento di ogni traduzione a confronto con l'originale. Leggevo con quel misto di piacere e disagio, disagio e meraviglia, che mi danno i libri di Nabokov: una scrittura fondata sull'eccesso, un funambolico virtuosismo che gioca tra l'attenzione al reale - "capacità di interrogarsi sulle inezie (...) note a piè di pagina nel volume della vita" che si trasformano in "forme supreme della consapevolezza" (Nabokov, L'arte della letteratura e il senso comune) e l'ossessione per la parola - dalla componente minima del fonema, all'eco attraverso i paragrafi e fino alla struttura generale - che chiude il testo in irridenti forme di autonomia. Un esempio di quella che Roger Callois avrebbe definito vertigine, per la quale nel gioco tra maschera e volto, finzione e realtà, le due opposte componenti diventano indistinguibili facendoci cadere in una forma di follia, che Nabokov abbraccia e insieme riscatta attraverso la più classica delle mosse della strategia modernista: la metadiscorsività - discorso e narrazione che si esibiscono come tali, che parlano di se stessi mentre parlano del mondo, che evocano e sottolineano i modelli su cui si fondano, e così facendo si mettono esplicitamente e implicitamente in discussione.
E mentre leggevo Nabokov alcune "inezie" della riforma dell'università italiana, a cui il Ministero sta lavorando, si insinuavano con insistenza nel mio piacere, nel mio disagio e nella mia meraviglia: scoprivo che io, e tanti altri, non saremmo più stati docenti di lingue e letterature straniere, ma docenti di lingue o docenti di letterature (inglese, francese, americana ecc.). Scoprivo che, atlante alla mano, si chiedeva con autorevole insistenza che la letteratura del Nord America e quella del Sud America venissero separate definitivamente da quelle europee.
Vladimir Nabokov, si sa, è nato cento e uno anni fa a San Pietroburgo "da famiglia nobile liberale", come recitano le biografie. Quando Vladimir ha cinque anni suo padre scopre che lui e il fratello leggono l'inglese assai meglio del russo e incarica un precettore di correggere la stortura. Nel 1919, in fuga dalla rivoluzione russa, a cui pure il padre aveva attivamente partecipato, approda all'Università di Cambridge, dove rimane fino al 1922. Si trasferisce poi a Berlino fino al 1940, anno in cui - dopo tre anni di soggiorno in Francia - emigra negli Stati Uniti; la comunità russa non è particolarmente amata nella Germania hitleriana, e la moglie è ebrea.
Dal 1920 al 1940 Vladimir dedica tutte le proprie energie a diventare uno scrittore russo, e ci riesce piuttosto bene, anche se data la situazione politica internazionale il suo pubblico naturale dal punto di vista della lingua, i cittadini dell'Unione Sovietica, praticamente non hanno accesso ai suoi libri. Negli Stati Uniti Nabokov insegna letteratura russa e si occupa di entomologia; nonostante l'amicizia di Edmund Wilson e lo sforzo di imparare a scrivere in inglese il riconoscimento pubblico gli sfugge fino alla pubblicazione di Lolita.
Lolita esce nel 1955 a Parigi presso la Olympia Press, nota per le pubblicazioni di romanzi onestamente pornografici e per aver ospitato alcuni dei classici maledetti della letteratura americana, e solo nel 1958, dopo una rovente controversia tra arte e pornografia, negli Stati Uniti. Lolita è spesso e giustamente lodato per il controllo che dimostra sul linguaggio delle adolescenti americane e per lo sguardo che riesce a dispiegare su un'America fatta di piccole anonime città, di autostrade e di motel, ma far diventare "americano", cioè riconosciuto da una fetta abbastanza ampia della cultura letteraria e del pubblico colto negli Stati Uniti, uno scrittore insieme così scottante e così sperimentale ha richiesto una delicata e complessa operazione di marketing editoriale.
Dal 1961 alla morte, nel 1970, Nabokov vive a Montreux. Ada è scritto in Svizzera, in inglese con inserti di russo e francese. Nel 1964 esce la monumentale e controversa traduzione ingle-
se con commento dell'Evgenji Onegin di Pu≤kin, che sceglie il "il più rozzo livello letterale" come unico possibile atto di onestà nel confronto tra due lingue e nel 1967 quella russa di Lolita, testimonianze entrambe di un costante pendolarismo linguistico.
Già negli anni settanta George Steiner rilevava che questo percorso umano, linguistico e culturale faceva di Nabokov uno scrittore extraterritoriale, membro di un gruppo che da un lato anticipa il nomadismo della globalizzazione postmoderna e dall'altro rimanda a un'antica, radicale, condizione di molteplicità linguistica che segna tutta la letteratura europea volgare e che lo rende, aggiungo io, insieme "europeo", radicato in tutta la nostra tradizione letteraria, e cittadino del "paese della letteratura". Una sorta di vivente bestemmia lanciata contro il credo che vuole lo scrittore radicato "nel sangue, nella terra e nella lingua" e di cui le nostre universitarie riforme con la loro insistenza nazionale sembrano una pallida e contraddittoria proiezione. E dunque Nabokov, e per aspetti diversi Borges (che in Ada si affaccia con il nome anagrammato di Osberg), diventa la cartina di tornasole del nostro misero furore classificatorio per appropriarci di questo o di quello scrittore, di questo o di quel territorio delle lettere.
Ma la faccenda non è così semplice. C'è intanto la questione di chi sia oggi il lettore di scrittori come Nabokov, forse di tutti gli scrittori in senso stretto e proprio che vivono la letteratura come universo di rimandi intertestuali e come sperimentazione sul linguaggio e sui linguaggi. Certo questi lettori, che alimentano la scrittura attraverso la loro fedeltà alla lettura e l'acquisto dei libri, abitano - minoranza per fortuna irriducibile - la vasta categoria del "pubblico", ma si incontrano anche - numerosi e talvolta riottosi - nelle classi delle università di tutto il mondo, in cui nell'insegnare a leggere la complessità dei giochi di questi scrittori si nutre - e talvolta si uccide - il lettore futuro, si contribuisce a fissare il canone e quindi la sopravvivenza di certi libri, e in cui spesso si guadagnano da vivere proprio gli scrittori "veri". Curiosa incarnazione contemporanea della autoreferenzialità della letteratura trasformata in autoreferenzialità del mercato di una editoria di nicchia. La storia di Nabokov, liberato da un insegnamento di cui era tutt'altro che entusiasta dal successo di massa - con conseguente versione hollywoodiana e arricchimento - di uno straordinario esempio di letteratura travestito da operazione scandalistica, è in questo senso esemplare.
Inoltre, se la questione del sangue, della terra e della lingua è così irrilevante, perché uno scrittore come Nabokov passa quasi vent'anni della sua vita a Berlino cercando di diventare uno scrittore russo? Perché, diventato cittadino degli Stati Uniti, decide che, per poter scrivere, deve impadronirsi pienamente dell'idioma americano, radicarsi in quella lingua, trovarne la specifica diversità rispetto all'inglese letterario della sua infanzia e alla colloquiale padronanza del più canonico inglese della Cambridge dei suoi studi? Perché tutto questo sembra non bastargli e, dalla Svizzera, inventa con Ada un paese che la geografia sembra collocare tra l'Atlantico e il Pacifico, ma che la cultura che vi si pratica dichiara orgogliosamente come Amerussia, in cui i personaggi mostrano a tratti l'evidente necessità di rifugiarsi nel russo - come se gli mancasse la parola inglese, come se ne sentissero la carenza nella sfumatura - o di fuggire nel francese quasi per prendere le distanze, un libro in cui la pratica sistematica dell'anagramma e dell'inversione sembra indicare il bisogno di destabilizzare ogni confine linguistico?
Ada racconta la storia più antica e più ripetuta del mondo: un ragazzo - Van - incontra una ragazza - Ada -, l'ardore della loro passione riscalda e illumina il mondo, o almeno il loro mondo. Ma il dato comune finisce qui. Non sono molti gli ardori che continuano, conservando intatta la carica del desiderio fisico - insieme o separati, condiviso o indirizzato ad altri amanti - dalla prima adolescenza (13-11 anni) fino oltre gli ottant'anni, in mezzo a traversie degne del miglior romanzo di avventura sentimentale, per trasformarsi poi nel racconto di questa passione, un voluminoso manoscritto a cui Van dedica tutta la propria energia dopo aver scoperto l'insufficienza, l'astrattezza, l'essenziale inutilità di tutto il suo lavoro di ricerca precedente, un manoscritto che Ada amorevolmente corregge nei dettagli della memoria aprendo uno spazio alla propria voce. Soprattutto non sono molti i casi di un ardore insieme così puro e sensuale tra fratello e sorella.
Per molti aspetti Ada è lo specchio di Lolita. Anche qui la voce narrante è quella autobiografica di un uomo maturo, ma Ada rinuncia al gioco di matrioske del moltiplicarsi dei narratori uno dentro all'altro fino alla "sincera" postfazione in cui l'autore parla, o sembra parlare, direttamente in prima persona. Se Lolita guarda ai meccanismi del giallo e gioca (tra l'altro) sul possibile titillamento della confessione di una passione quasi senile, Ada strizza l'occhio (tra l'altro) alla letteratura libertina e alla "ricerca" di Proust. Se Lolita esplora l'America contemporanea, Ada, in un chiaro atto di omaggio a Borges, inventa una terra parallela, speculare ma non proprio a quella che conosciamo, ricostruendo le atmosfere degli ambienti internazionali di fine secolo e fino al 1967, senza ignorare un giudizio, bruciante quanto sintetico, sulle ombre e l'orrore del Novecento. Soprattutto Ada e Lolita condividono il legame tra passione e perversione, tra corpo e lingua.
È ancora George Steiner a indicare la via dell'indagine che mi pare più fruttuosa quando pone il problema "della congruenza vitale tra eros e lingua", del rapporto tra temi della perversione ed extraterritorialità multilingue, del difficile giudizio sulla qualità della sua prosa, "il Nabokese, interlingua angloamericana", sublime per alcuni esasperante per altri. Impossibile, per esempio, dimenticare il paragrafo di apertura di Lolita ("Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta"), il cui effetto non può che sfuggire dalla rete della traduzione ("Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato e anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua che saltella, tre passi lungo il palato per toccare, al tre, i denti. Lo-Li-Ta"). anche se certo un traduttore più ispirato di me saprebbe fare meglio.
Oggi che tra i lettori appassionati un qualche livello di conoscenza dell'inglese è sempre più probabile basterebbero forse un paio di paginette di appendice, qualche paragrafo dell'originale accompagnato da una rozza ma onesta traduzione interlineare per avvicinare il lettore al cuore del problema, per permettergli di formarsi l'ipotesi di un giudizio proprio, e nessun editore finirebbe in rovina per un scelta del genere. Ma oggi il nuovo confine che l'università stabilisce tra lingua e letteratura rischia di rendere meno accessibile per gli studenti questo confronto così ovvio ed elementare.
Anche se molti hanno pagato un prezzo più alto di lui per le lacerazioni del nostro secolo, Nabokov rimane uno scrittore che la storia ha inseguito attraverso tutta Europa e oltre l'oceano e che forse ha eletto come propria patria la scrittura. "Messo al bando da Yalta, si è costruito una casa di parole" nota efficacemente Steiner. Fa uno strano effetto l'idea che il decreto di un Ministro che potrebbe bandire la letteratura nordamericana dall'Europa gli possa rendere più difficile la circolazione tra noi, anche se certo un ospite di così alto lignaggio letterario non farebbe fatica a trovare qualche letteratura, nazionale o sovranazionale, che gli conceda diritto d'asilo per dimostrare la propria potenza. Nabokov, spinto da un confine all'altro in vita, sembra aver dimostrato gran preveggenza nello scegliere la neutrale Svizzera, nel concentrarsi sugli ardori del corpo e sulla passione per il corpo della parola, senza accettare confini di nessun tipo. Credo che abbia qualcosa da insegnarci, e non solo il piacere della lettura.


"Tutto ciò che Van trasse da quei contatti con la letteratura fu una sensazione di noiosa vuotaggine. Durante la stesura del libro aveva dovuto faticosamente ammettere quanto poco sapesse del pianeta sul quale viveva, proprio nel momento in cui cercava di ricostruirne un altro con frammenti difformi sottratti a cervelli malati."

Nabokov è autore troppo noto (forse più noto che letto) per non sentire l'immediato desiderio di affrontare l'impegnativa lettura di questa recente edizione italiana di Ada o ardore, un romanzo scritto nel 1969 e solo oggi pubblicato in una abilissima ed elegante traduzione italiana. Scritto quattordici anni dopo Lolita, quando ormai la notorietà, lo scandalo intorno al suo nome e la schiera di appassionati e fedelissimi lettori gli concedevano la piena libertà creativa, questo romanzo appare davvero una summa dell'arte compositiva di Nabokov.

La vicenda è collocata in un "paese che non c'è", una geografia fantastica, con toponimi allusivi e ironici che pare ricordare l'America, un luogo però in cui c'è una forte colonia di russi, che si muovono come se fossero in un loro territorio (oppure è così: sembra America, ma ci troviamo in Russia), spesso parlano tra loro in russo o in francese (lingua che gli intellettuali o gli aristocratici utilizzavano abitualmente), viaggiano, e anche i paesaggi o la fauna descritti appaiono difficilmente collocabili. La quinta parte del volume "non è da intendersi come un epilogo; è la vera introduzione" ad Ada o ardore, una cronaca familiare, dice l'autore; e le precedenti quasi seicento pagine raccontano le vicende, ripercorse mentalmente dal protagonista, e talvolta narratore, Van (che ha ormai novantasette anni) di una famiglia nell'arco di quasi un secolo se la passione, che appunto si dimostrerà eterna, tra Van e la cugina/sorella Ada è esplosa ancora in età infantile. Ma non è la trama l'elemento di maggiore interesse, anzi talvolta quasi infastidisce, perché l'attenzione del lettore è indirizzata dall'autore sul gusto quasi morboso del particolare, del dettaglio sia linguistico che descrittivo, sul gioco ad aggiungere, più che a elidere, sullo studio delle reazioni spesso mascherate e nascoste ad emozioni o a stimoli. Dall'erotismo più ingenuo (la scoperta del sesso nella giovanissima Ada), perversamente ingenuo, falsamente e volutamente casto, anche nella descrizione della "rivelazione" del sesso maschile, per quella bambina dai capelli lucenti di nera seta, alla sessualità raffinata e quasi feticista dell'età più adulta, in cui l'amore è anche tradimento o gioco e in cui i partecipanti possono/devono essere più di due perché la fantasia possa meglio esprimersi, in questo romanzo si dà spazio all'essere in atto e non, come spesso in Lolita, all'immaginazione e alla tensione all'atto.

Ma non di meno i giochi mentali dei personaggi appaiono ininfluenti, anzi, ogni gesto è preceduto e seguito da mille fantasie, mille analogie, mille rimandi a pensieri, luoghi, circostanze, persone diverse.

Il mondo dello spettacolo, il cinema, la letteratura, appaiono sfondo frequente alle azioni: la finzione all'interno di una situazione immaginaria, come il romanzo, crea un gioco di specchi sublime.

Ma il romanzo è anche amore, o meglio, ardore. Qualcosa che brucia, ma non consuma e non si consuma, qualcosa che può assopirsi, ma non spegnersi, e invece è fuoco vitale, linfa che sa attraversare le morti (necessariamente premature e tragiche), ma non si lascia uccidere.

Un romanzo importante, questo di Nabokov, che pur nelle numerose citazioni, Proust innanzitutto, ricorda maggiormente Joyce e la sua concezione del tempo, un romanzo emblematico del peso e del ruolo della tradizione e nello stesso tempo della frattura irrimediabile che il Novecento ha compiuto (il tema del tempo, dello spazio e della relatività non è casuale).

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

1

"Tutte le famiglie felici sono più o meno diverse tra loro; le famiglie infelici sono tutte più o meno uguali" dice un grande scrittore russo al principio di un famoso romanzo (Anna Arkadievitch Karenina, trasfigurato in inglese da R. G. Stonelower, Mount Tabor Ltd., 1880). Questa asserzione ha poco, se non niente, a che vedere con la storia che verrà ora narrata, una cronaca familiare, la prima parte della quale è, forse, più vicina a un'altra opera di Tolstoj, Detstvo i otro_estvo (Childhood and Fatherland [Infanzia e patria], Pontius Press, 1858).
La nonna materna di Van, Dar'ja ("Dolly") Durmanov, era figlia del principe Peter Zemski, governatore del Bras d'Or, provincia americana nel Nordest del nostro grande e variegato paese, il quale aveva sposato, nel 1824, Mary O'Reilly, un'irlandese appartenente all'alta società. Dolly, figlia unica, nata nel Bras, sposò nel 1840, alla tenera e capricciosa età di quindici anni, il generale Ivan Durmanov, comandante della Yukon Fortress e pacifico gentiluomo di campagna, le cui terre nei Severn Tories (Severnija Territorii) formavano un mosaico nel protettorato ancora affettuosamente detto Estoty "russo", mescolandosi granoblasticamente e organicamente con il Canady "russo", o Estoty "francese", dove i colonizzatori, non solo francesi, ma anche macedoni e bavaresi, possono godere di un clima alcionio sotto le nostre Stelle e Strisce.
Il dominio favorito dei Durmanov era, tuttavia, Raduga, vicino alla cittadina che porta quel nome e al di là della vera e propria Estotiland, in quel riquadro atlantico del continente, tra l'elegante Kaluga, New Cheshire, USA, e non la meno elegante Ladoga, Mayne, dove avevano la casa di città e dove erano nati i loro tre figli: un maschio morto giovane e famoso, e una coppia di gemelle difficili. Dolly aveva ereditato la bellezza e il temperamento di sua madre, ma anche una vena più antica e ancestrale di gusto eccentrico, e non di rado deplorevole, che si rifletteva appieno, per esempio, nei nomi che aveva dato alle figlie: Aqua e Marina ("Perché non Aqua e Tofana?" si chiedeva il buon generale dalle regali corna di cervo con una sapida risata tenuta a freno, seguita da un breve, conclusivo colpo di tosse di simulato distacco - gli scoppi d'ira della moglie lo terrorizzavano).
Il 23 aprile del 1869, nella piovigginosa e calda, velata e verde Kaluga, Aqua, venticinquenne e afflitta dalla solita emicrania primaverile, sposò Walter D. Veen, un banchiere di Manhattan di antica ascendenza angloirlandese, che aveva a lungo condotto, e avrebbe presto ripreso, un intermittente, appassionato affaire con Marina. Quest'ultima, in un giorno imprecisato del 1871, sposò il primo cugino del suo primo amante, a sua volta Walter D. Veen, giovane senza dubbio non meno opulento, ma molto più noioso.
La "D" nel nome del marito di Aqua stava per Demon (una forma derivata da Demian o Dementius), e così lo chiamavano in famiglia. In società era generalmente conosciuto come Raven Veen o semplicemtne Dark Walter per distinguerlo dal marito di Marina, detto Durak Walter o semplicemente Red Veen. Il duplice e favorito svago di Demon consisteva nel collezionare antiche tele e giovani etere. Per non parlare di quanto gli piacevano le battute di mezza età.
La madre di Daniel Veen era una Trumbell, ed egli era sempre disposto a spiegare con ogni dettaglio - a meno che un secca-seccatori non riuscisse a sviarlo - come nel corso della storia americana un toro inglese, fosse potuto diventare una campana del New England. Tra i venti e i trent'anni Dan si era "messo in affari" e si era trasformato, con una facilità perfino eccessiva, in un mercante d'arte di Manhattan. Non aveva - quanto meno sul principio - una particolare inclinazione per la pittura, nessuna attitudine per l'arte di vendere, e nessun bisogno di scuotere con gli alti e bassi di un "mestiere" la solida fortuna ereditata da una serie di Veen molto più capaci e ardimentosi.

Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    Cristiano Cant

    04/09/2015 12.55.30

    Sentirsi abitato da un libro,da una storia;è quello che ho vissuto nei giorni.Cos'è Ada?Un'eco assordante che sterza sui lobi della memoria;una dolcissima guerra di specchi dove il tempo è un novantenne che continua a sognare su un'amaca;l'astratto e il tattile uniti in un incesto senza fine,fra volteggi semantici e ibride disinvolte convulsioni nel cuore delle frasi.Epopea di un desiderio spalmato nei decenni,maschera e nudità serrate in una narrazione che gioca nel volo di farfalle rarissime,nei colori di orchidee preziose,in una credenza ricca di dettagli enorme quanto le scorte dell'infinito.Viziosità elegantissima:"Un semplice tocco di carboncino velava nel punto del mistero il suo corpo bianco gesso",descrizione insuperabile dell'intimità di Ada.Viaggio nelle nicchie della coscienza,nell'unico Tempo che si vive,quello percettivo,nella buffonesca terra dei sogni:"Che cosa sono i sogni? Un susseguirsi di immagini fortuite,banali o drammatiche,mobili o statiche,fantasiose o già note,che rappresentano avvenimenti più o meno verosimili rattoppati con particolari grotteschi...Il sognatore,nel migliore dei casi,è munito di paraocchi semiopachi,nel peggiore è un imbecille".Romanzo di insopportabile perfezione,talento,stile,prodigio e sapienza distesi sul fiume delle pagine come in una rissa di nessi e di ritocchi,di sciarade e anagrammi,a deridere e a beffare,in una morale che affiora intatta sotto le apparenti croste del peccato,le inutili formalità della vita,i disagi,le pecche,la maniera:"Van l'amava davvero troppo teneramente,troppo irrevocabilmente per lasciarsi deprimere oltre misura da apprensioni di ordine sessuale".Un grande amore malato e compiuto,una magia narrativa fuori tempo e fuori spazio:"Lo spazio-tempo,quest'orribile ibrido in cui persino il trattino sembra falso".Il passato che è solo un presente più esteso,l'assenza che è gemito di fedeltà assoluta,la morte come divino accidente.Immenso capolavoro,pelle e sfregio,insana educata smorfia di un genio.

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    roberto cocchis

    03/12/2007 11.30.15

    Confesso che è il Nabokov che mi è piaciuto di meno. Forse è troppo lungo, forse non l'ho letto nel momento migliore, ma non vedevo l'ora che finisse. Nonostante questo, ci ho trovato dentro pagine memorabili. Nabokov è sempre Nabokov, un genio.

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    vera

    27/06/2005 18.20.29

    Lettura complessa e per questo profonda. Sconsiglio un approccio superficiale: questo libro richiede certamente impegno, ma, letta l'ultima pagina, potrai dire: "non lo dimenticherò mai!".

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    Fabio

    17/06/2004 14.43.05

    Con Fuoco pallido, Lolita e Il dono, questo romanzo immortale ha segnato per sempre la storia della letteratura.

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