Traduttore: M. Crepax
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2000
Pagine: 640 p.
  • EAN: 9788845915048

59° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Erotica

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Recensioni dei clienti

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    Cristiano Cant

    04/09/2015 12:55:30

    Sentirsi abitato da un libro,da una storia;è quello che ho vissuto nei giorni.Cos'è Ada?Un'eco assordante che sterza sui lobi della memoria;una dolcissima guerra di specchi dove il tempo è un novantenne che continua a sognare su un'amaca;l'astratto e il tattile uniti in un incesto senza fine,fra volteggi semantici e ibride disinvolte convulsioni nel cuore delle frasi.Epopea di un desiderio spalmato nei decenni,maschera e nudità serrate in una narrazione che gioca nel volo di farfalle rarissime,nei colori di orchidee preziose,in una credenza ricca di dettagli enorme quanto le scorte dell'infinito.Viziosità elegantissima:"Un semplice tocco di carboncino velava nel punto del mistero il suo corpo bianco gesso",descrizione insuperabile dell'intimità di Ada.Viaggio nelle nicchie della coscienza,nell'unico Tempo che si vive,quello percettivo,nella buffonesca terra dei sogni:"Che cosa sono i sogni? Un susseguirsi di immagini fortuite,banali o drammatiche,mobili o statiche,fantasiose o già note,che rappresentano avvenimenti più o meno verosimili rattoppati con particolari grotteschi...Il sognatore,nel migliore dei casi,è munito di paraocchi semiopachi,nel peggiore è un imbecille".Romanzo di insopportabile perfezione,talento,stile,prodigio e sapienza distesi sul fiume delle pagine come in una rissa di nessi e di ritocchi,di sciarade e anagrammi,a deridere e a beffare,in una morale che affiora intatta sotto le apparenti croste del peccato,le inutili formalità della vita,i disagi,le pecche,la maniera:"Van l'amava davvero troppo teneramente,troppo irrevocabilmente per lasciarsi deprimere oltre misura da apprensioni di ordine sessuale".Un grande amore malato e compiuto,una magia narrativa fuori tempo e fuori spazio:"Lo spazio-tempo,quest'orribile ibrido in cui persino il trattino sembra falso".Il passato che è solo un presente più esteso,l'assenza che è gemito di fedeltà assoluta,la morte come divino accidente.Immenso capolavoro,pelle e sfregio,insana educata smorfia di un genio.

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    roberto cocchis

    03/12/2007 11:30:15

    Confesso che è il Nabokov che mi è piaciuto di meno. Forse è troppo lungo, forse non l'ho letto nel momento migliore, ma non vedevo l'ora che finisse. Nonostante questo, ci ho trovato dentro pagine memorabili. Nabokov è sempre Nabokov, un genio.

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    vera

    27/06/2005 18:20:29

    Lettura complessa e per questo profonda. Sconsiglio un approccio superficiale: questo libro richiede certamente impegno, ma, letta l'ultima pagina, potrai dire: "non lo dimenticherò mai!".

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    Fabio

    17/06/2004 14:43:05

    Con Fuoco pallido, Lolita e Il dono, questo romanzo immortale ha segnato per sempre la storia della letteratura.

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LEGGI QUI la recensione pubblicata sul numero di Linus di Luglio 1969.


"Tutto ciò che Van trasse da quei contatti con la letteratura fu una sensazione di noiosa vuotaggine. Durante la stesura del libro aveva dovuto faticosamente ammettere quanto poco sapesse del pianeta sul quale viveva, proprio nel momento in cui cercava di ricostruirne un altro con frammenti difformi sottratti a cervelli malati."

Nabokov è autore troppo noto (forse più noto che letto) per non sentire l'immediato desiderio di affrontare l'impegnativa lettura di questa recente edizione italiana di Ada o ardore, un romanzo scritto nel 1969 e solo oggi pubblicato in una abilissima ed elegante traduzione italiana. Scritto quattordici anni dopo Lolita, quando ormai la notorietà, lo scandalo intorno al suo nome e la schiera di appassionati e fedelissimi lettori gli concedevano la piena libertà creativa, questo romanzo appare davvero una summa dell'arte compositiva di Nabokov.

La vicenda è collocata in un "paese che non c'è", una geografia fantastica, con toponimi allusivi e ironici che pare ricordare l'America, un luogo però in cui c'è una forte colonia di russi, che si muovono come se fossero in un loro territorio (oppure è così: sembra America, ma ci troviamo in Russia), spesso parlano tra loro in russo o in francese (lingua che gli intellettuali o gli aristocratici utilizzavano abitualmente), viaggiano, e anche i paesaggi o la fauna descritti appaiono difficilmente collocabili. La quinta parte del volume "non è da intendersi come un epilogo; è la vera introduzione" ad Ada o ardore, una cronaca familiare, dice l'autore; e le precedenti quasi seicento pagine raccontano le vicende, ripercorse mentalmente dal protagonista, e talvolta narratore, Van (che ha ormai novantasette anni) di una famiglia nell'arco di quasi un secolo se la passione, che appunto si dimostrerà eterna, tra Van e la cugina/sorella Ada è esplosa ancora in età infantile. Ma non è la trama l'elemento di maggiore interesse, anzi talvolta quasi infastidisce, perché l'attenzione del lettore è indirizzata dall'autore sul gusto quasi morboso del particolare, del dettaglio sia linguistico che descrittivo, sul gioco ad aggiungere, più che a elidere, sullo studio delle reazioni spesso mascherate e nascoste ad emozioni o a stimoli. Dall'erotismo più ingenuo (la scoperta del sesso nella giovanissima Ada), perversamente ingenuo, falsamente e volutamente casto, anche nella descrizione della "rivelazione" del sesso maschile, per quella bambina dai capelli lucenti di nera seta, alla sessualità raffinata e quasi feticista dell'età più adulta, in cui l'amore è anche tradimento o gioco e in cui i partecipanti possono/devono essere più di due perché la fantasia possa meglio esprimersi, in questo romanzo si dà spazio all'essere in atto e non, come spesso in Lolita, all'immaginazione e alla tensione all'atto.

Ma non di meno i giochi mentali dei personaggi appaiono ininfluenti, anzi, ogni gesto è preceduto e seguito da mille fantasie, mille analogie, mille rimandi a pensieri, luoghi, circostanze, persone diverse.

Il mondo dello spettacolo, il cinema, la letteratura, appaiono sfondo frequente alle azioni: la finzione all'interno di una situazione immaginaria, come il romanzo, crea un gioco di specchi sublime.

Ma il romanzo è anche amore, o meglio, ardore. Qualcosa che brucia, ma non consuma e non si consuma, qualcosa che può assopirsi, ma non spegnersi, e invece è fuoco vitale, linfa che sa attraversare le morti (necessariamente premature e tragiche), ma non si lascia uccidere.

Un romanzo importante, questo di Nabokov, che pur nelle numerose citazioni, Proust innanzitutto, ricorda maggiormente Joyce e la sua concezione del tempo, un romanzo emblematico del peso e del ruolo della tradizione e nello stesso tempo della frattura irrimediabile che il Novecento ha compiuto (il tema del tempo, dello spazio e della relatività non è casuale).

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

1

"Tutte le famiglie felici sono più o meno diverse tra loro; le famiglie infelici sono tutte più o meno uguali" dice un grande scrittore russo al principio di un famoso romanzo (Anna Arkadievitch Karenina, trasfigurato in inglese da R. G. Stonelower, Mount Tabor Ltd., 1880). Questa asserzione ha poco, se non niente, a che vedere con la storia che verrà ora narrata, una cronaca familiare, la prima parte della quale è, forse, più vicina a un'altra opera di Tolstoj, Detstvo i otro_estvo (Childhood and Fatherland [Infanzia e patria], Pontius Press, 1858).
La nonna materna di Van, Dar'ja ("Dolly") Durmanov, era figlia del principe Peter Zemski, governatore del Bras d'Or, provincia americana nel Nordest del nostro grande e variegato paese, il quale aveva sposato, nel 1824, Mary O'Reilly, un'irlandese appartenente all'alta società. Dolly, figlia unica, nata nel Bras, sposò nel 1840, alla tenera e capricciosa età di quindici anni, il generale Ivan Durmanov, comandante della Yukon Fortress e pacifico gentiluomo di campagna, le cui terre nei Severn Tories (Severnija Territorii) formavano un mosaico nel protettorato ancora affettuosamente detto Estoty "russo", mescolandosi granoblasticamente e organicamente con il Canady "russo", o Estoty "francese", dove i colonizzatori, non solo francesi, ma anche macedoni e bavaresi, possono godere di un clima alcionio sotto le nostre Stelle e Strisce.
Il dominio favorito dei Durmanov era, tuttavia, Raduga, vicino alla cittadina che porta quel nome e al di là della vera e propria Estotiland, in quel riquadro atlantico del continente, tra l'elegante Kaluga, New Cheshire, USA, e non la meno elegante Ladoga, Mayne, dove avevano la casa di città e dove erano nati i loro tre figli: un maschio morto giovane e famoso, e una coppia di gemelle difficili. Dolly aveva ereditato la bellezza e il temperamento di sua madre, ma anche una vena più antica e ancestrale di gusto eccentrico, e non di rado deplorevole, che si rifletteva appieno, per esempio, nei nomi che aveva dato alle figlie: Aqua e Marina ("Perché non Aqua e Tofana?" si chiedeva il buon generale dalle regali corna di cervo con una sapida risata tenuta a freno, seguita da un breve, conclusivo colpo di tosse di simulato distacco - gli scoppi d'ira della moglie lo terrorizzavano).
Il 23 aprile del 1869, nella piovigginosa e calda, velata e verde Kaluga, Aqua, venticinquenne e afflitta dalla solita emicrania primaverile, sposò Walter D. Veen, un banchiere di Manhattan di antica ascendenza angloirlandese, che aveva a lungo condotto, e avrebbe presto ripreso, un intermittente, appassionato affaire con Marina. Quest'ultima, in un giorno imprecisato del 1871, sposò il primo cugino del suo primo amante, a sua volta Walter D. Veen, giovane senza dubbio non meno opulento, ma molto più noioso.
La "D" nel nome del marito di Aqua stava per Demon (una forma derivata da Demian o Dementius), e così lo chiamavano in famiglia. In società era generalmente conosciuto come Raven Veen o semplicemtne Dark Walter per distinguerlo dal marito di Marina, detto Durak Walter o semplicemente Red Veen. Il duplice e favorito svago di Demon consisteva nel collezionare antiche tele e giovani etere. Per non parlare di quanto gli piacevano le battute di mezza età.
La madre di Daniel Veen era una Trumbell, ed egli era sempre disposto a spiegare con ogni dettaglio - a meno che un secca-seccatori non riuscisse a sviarlo - come nel corso della storia americana un toro inglese, fosse potuto diventare una campana del New England. Tra i venti e i trent'anni Dan si era "messo in affari" e si era trasformato, con una facilità perfino eccessiva, in un mercante d'arte di Manhattan. Non aveva - quanto meno sul principio - una particolare inclinazione per la pittura, nessuna attitudine per l'arte di vendere, e nessun bisogno di scuotere con gli alti e bassi di un "mestiere" la solida fortuna ereditata da una serie di Veen molto più capaci e ardimentosi.