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Winfried G. Sebald

Traduttore: A. Vigliani
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Edizione: 2
Anno edizione: 2002
Pagine: 315 p. , ill.
  • EAN: 9788845917073
Usato su Libraccio.it € 8,64

Willibald. G. Sebald

AUSTERLITZ

ed. orig. 1999, trad. dal tedesco di Ada Vigliani,

pp. 315, 87 ill. in b/n, Ç 16,

Adelphi, Milano 2002

L'ultimo romanzo di W.G. Sebald - come del resto la sua intera opera - è percorso dalla prospettiva dell'uomo contemporaneo, costantemente minacciato fin nelle sue più intime fibre dall'incertezza e dall'orrore di una storia avvertita come gigantesco processo distruttivo. Nei libri di Sebald è evidente il tentativo di ricostruire i destini di singoli individui sfiorati o travolti da questo processo, al fine di scrivere una storia europea degli ultimi due secoli priva del crisma dell'ufficialità che tutto ottunde. Per farlo, l'autore usa i mezzi di una scrittura seducente, finanche ipnotica, che con eleganza trascina il lettore nel vortice di una fantasia malinconica, in grado di leggere il mondo come fonte inesauribile di segnali - perlopiù di sventura - che si aggregano e si accumulano fino a costituire un peso a tratti insostenibile. È l'acribia del collezionista che raccoglie dettagli, impressioni, presagi e li mescola con le immagini fotografiche in bianco e nero che caratterizzano tutti i testi di questo autore, e che con la loro sola presenza alludono a un passato definitivamente scomparso.

C'è certo un gioco, una sorta di flirt con la malinconia, appunto, e con l'esperienza della fine del mondo ad essa (e alle sue forme acute, come la depressione patologica) collegate; ma c'è anche la trascrizione della situazione esistenziale di tanti soggetti del Novecento occidentale, condannati all'esilio da una qualsiasi patria, anche dove non ci sono urgenze politiche o economiche. La vita è sempre altrove, in uno spazio che può essere l'infanzia, l'utopia, una comunità o una cultura in cui sentirsi davvero a casa. Così è stato il destino di Sebald: nato nel 1944, lascia >la Germania a venticinque anni per sfuggire al suo carattere autoritario, al silenzio con il quale la generazione dei padri continua a circondare i crimini e le sofferenze della guerra e del nazismo, approdando nella più libera - allora - Inghilterra, dove insegna letteratura tedesca fino alla morte, avvenuta nel dicembre 2001; da questa posizione periferica nasce uno sguardo attento e partecipe verso la storia e l'atteggiamento dei tedeschi, a cui spesso nei suoi testi rimprovera l'incapacità di ricordare.

Il cuore segreto attorno a cui gravita larga parte della sua produzione è la Shoah, il "maelstrom nero della storia", come l'ha definita. La colpevole rimozione della Germania occidentale postbellica trova la sua controparte nell'impossibilità di dimenticare di chi ha sofferto. Il non ebreo Sebald prende a cuore le vittime del nazismo descrivendo non tanto i patimenti a cui sono state sottoposte, quanto le conseguenze, soprattutto psicologiche, di sofferenze che col tempo invece di scomparire si fanno più acute: i personaggi di Sebald non soggiacciono a violenze immediate, ma al potere di una "memoria inesorabile". La memoria è infatti in questo autore una facoltà sempre problematica, avvertita come necessaria e dolorosa al contempo, che se da un lato costruisce l'identità dell'individuo, dall'altro lacera la sua integrità e mette in pericolo il suo equilibrio psichico.

Così avviene nei quattro racconti lunghi del libro Gli emigrati (1993; Bompiani, 2000), che da molti è considerato il più bel libro di W.G. Sebald; così avviene anche nell'ultimo romanzo. Jacques Austerlitz, in lunghi monologhi alla presenza del narratore, ripercorre la sua storia, a cominciare dall'infanzia passata in Galles nella casa del severo predicatore calvinista Elias. In collegio gli viene rivelato il suo vero nome - fino ad allora aveva creduto di chiamarsi Dafydd Elias; ma non trova nessuna indicazione sulla sua vera identità. Solo quarant'anni più tardi, nel 1998 (trent'anni dopo il primo incontro con il narratore) Austerlitz riesce a ritrovare la sua balia a Praga, la quale gli racconta la storia della sua famiglia: come prima dell'arrivo delle truppe tedesche egli sia stato caricato su di un treno verso l'Inghilterra, come il padre sia riuscito a fuggire a Parigi e la madre sia stata invece deportata a Theresienstadt, perché ebrea.

In mezzo c'è la storia di un senso di solitudine e di uno spaesamento sempre più vasti. In uno dei passi più intensi, Austerlitz dice: "Per quanto mi è dato risalire indietro col pensiero, mi sono sempre sentito come privo di un posto nella realtà, come se non esistessi affatto". La sterminata erudizione del protagonista non riesce a colmare questo vuoto, non potendo fungere da memoria compensativa; essa si limita a trasformare in metafora vari aspetti della realtà, fra i quali primeggiano certo le costruzioni evocate continuamente nel testo (Austerlitz è professore di storia dell'architettura): dalle stazioni ferroviarie come quella di Anversa, dove i due si incontrano per la prima volta, significativamente nella Salle des pas perdu, ai fortini-lager come Breendonk o Theresienstadt, "paranoidi elaborazioni" architettoniche, folli fin dalla loro concezione, folli già prima del loro utilizzo ai fini dello sterminio, a quel >monumento ipertecnologico che è la Bibliothèque Nationale di Parigi, considerata "disgustosa" da Austerlitz. L'architettura è qui una cristallizzazione della Storia; e il Napoleone evocato dal nome del protagonista occhieggia da molti passi di questo inquieto e malinconico autore, come grande metafora della violenza storica.

Recensioni dei clienti

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    anna rosa termini

    04/03/2009 16.32.54

    favoloso, definitivo, da non poter più leggere altro, dopo.

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    donata

    28/09/2005 10.03.46

    splendido

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    Enrico

    24/01/2003 18.58.16

    Molto interessante anche se non di facile lettura. La scrittura è complessa, ma il testo, supportato da immagini suggestive, è profondo e coinvolgente. Un uomo alla ricerca di un passato doloroso, segnato dalla tragedia personale e collettiva.

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    Pino Sabatelli

    12/11/2002 09.49.28

    Finalmente una storia. Finalmente un personaggio. Finalmente uno scrittore.

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    Roberto Andreoli

    14/08/2002 22.20.43

    Una serie di viaggi nell'Europa dell'Est che si trasformano in un viaggio introspettivo alla ricerca di se stessi. Un personaggio straordinariamente caratterizzato, per la sua somiglianza con Wittgenstein, per suo inseparabile zaino, per la sua atroce solitudine, per il suo interesse verso l'architettura ottocentesca, per la sua sete di identità. Una scrittura quasi sperimentale, serrata, fatta di testo e immagini che, letteralmente, "non lascia fiato". Sicuramente il primo grande romanzo del nuovo millennio (o l'ultimo del vecchio?); un libro che in futuro verrà ricordato come uno dei più grandi classici della nostra epoca.

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    Rogopag99

    17/07/2002 09.49.04

    "Austerlitz" di W.G. Sebald è un libro di fantasmi. I fantasmi sono legati necessariamente al passato, i morti che chiedono alla memoria di non essere dimenticati, ma anche le cose, testimonianze attonite di ciò che fu. Le facciate dei palazzi, fortezze e stazioni ferroviarie, case in rovina, così come gli oggetti, parlano una lingua muta e dolorosa, incomprensibile agli uomini ma carica di significato.Tutto il meraviglioso libro di Sebald è intessuto di una palpitante spettralità, di cui lo scrittore è l'evocatore, il medium dolente e pietoso. Austerlitz è nel romanzo il nome di un apolide professore di storia dell'architettura alla ricerca della propria identità. Strappato ai genitori durante l'invasione nazista della Cecoslovacchia e spedito in Inghilterra insieme ad altri bambini, cerca faticosamente di ricomporre la sua storia dopo anni di buio totale provocati da un blocco traumatico. Negli incontri che egli ha con la voce narrante il passato si ricompone lentamente straziante e implacabile. Il percorso individuale di Austerlitz diventa per Sebald l'occasione per una riflessione sulla Storia, sulla natura del tempo, sull'evanescenza e sulla perennità del passato, sulla lacunosità della conoscenza. "Austerlitz" è anche un'opera dal respiro metafisico, nella quale veniamo continuamente avvertiti che la realtà è una trama di segni enigmatici il cui filo conduttore è la sofferenza. La Storia è l'abisso nel quale si sono perse e si perdono le generazioni ma è soprattutto testimonianza recalcitrante ad abbandonare la scena. Nell'annichilire, il tempo preserva, passato, presente e futuro si fondono, i vivi e i morti si sfiorano. Austerlitz cerca e interroga, consapevole che ciò che si può scoprire è solo traccia, frammento, che una rivelazione compiuta non può avere luogo. Qualcosa di essenziale improvvisamente sembra che stia per essere comunicato, nello sguardo di una famiglia di daini reclusi, in una rappresentazione circense, in un portone serrato, ma non sappiamo cosa, non riusciamo a capirlo. Sul volto

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