Il continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra mondiale - Keith Lowe - copertina

Il continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra mondiale

Keith Lowe

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Traduttore: Michele Sampaolo
Editore: Laterza
Edizione: 2
Anno edizione: 2015
Formato: Tascabile
In commercio dal: 2 aprile 2015
Pagine: XVIII-498 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788858119341
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Il continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda gu...

Keith Lowe

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La seconda guerra mondiale lascia un'Europa nel caos. Un continente devastato, città intere rase al suolo, più di 35 milioni di morti. Ma la distruzione non è solo fisica: è anche. sociale, politica, morale. Legge e ordine sono praticamente inesistenti. Istituzioni per noi oggi scontate, come governo e polizia, sono sparite o disperatamente compromesse. Non ci sono scuole né giornali. Non ci sono trasporti, né possibilità di comunicare. Non ci sono banche, ma tanto il denaro non ha più alcun valore. Non ci sono negozi, perché nessuno ha alcunché da vendere. Non c'è cibo. Non sembra essere nemmeno chiaro ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La gente ruba tutto quel che vuole. Uomini in armi vagano per le strade minacciando chiunque intralci il cammino. Non c'è vergogna. Non c'è moralità. C'è solo sopravvivenza. Per le generazioni attuali è difficile figurarsi un mondo del genere, eppure ci sono ancora centinaia di migliaia di persone che hanno sperimentato proprio questo, e non in angoli sperduti del globo, ma nel cuore di quella che per decenni è stata considerata come una delle più stabili e sviluppate regioni della terra. "Il continente selvaggio" racconta per la prima volta il lato oscuro e sconosciuto di quegli anni. È il ritratto di un'Europa dura, sconvolgente.
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    Franco

    19/01/2019 14:10:25

    Il libro ha davvero molti pregi, mi colpisce in particolare la capacità di conciliare sintesi e chiarezza ma anche l'organizzazione degli argomenti che consente di esporre temi molto articolati eefinendoli come quadro storico omogeneo e consequenziale. Inoltre, a mio giudizio, il libro ha la capacità di ricollocare la seconda guerra mondiale come evento parte di un flusso storico più ampio che di fatto è l'affermarsi del comunismo e le razioni (locali o continentali) a questo fenomeno. Quasi come se la "guerra mondiale" cominciasse nel 1917 e terminale negli anni 90 e la "seconda guerra mondiale" fosse un tassello di questo piu generale quadro. Illuminante, poi, la ricollocazione di vincitori e vinti, buoni e cattivi, giusti ed ingiusti. Un libro davvero da non perdere.

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    Francesco Mambretti

    22/07/2017 11:18:26

    Sì, un libro importante per tutte le ottime ragioni esposte nelle precedenti recensioni. Purtroppo trovo anch'io insopportabile la scelta del traduttore di usare impropriamente il verbo sparare. Non si dovrebbe sparare a nessuno, ma dovendolo proprio fare si spara a qualcuno, non si spara qualcuno. E poiché nelle vicende narrate si spara a un sacco di gente, la fastidiosa sgrammaticatura è ripetuta all'infinito. Non è l'unico problema della traduzione. Si direbbe quasi che il traduttore rivendichi un inopportuno orgoglio dialettale.

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    alfredo

    01/07/2014 11:24:53

    Il libro ha qualche difetto, ma ha il grandissimo merito di mettere in luce una parte della storia europea assolutamente sconosciuta a molti e che si spera non debba mai essere rivissuta. Penso sarebbe il caso di adottarlo come testo nei licei.

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    Guido da Milano

    20/05/2014 20:58:48

    Il libro di Keith Lowe è un'opera notevole che ha il pregio di ricostruire con competenza ed equilibrio un periodo storico relativamente poco conosciuto, quello dei primi anni del dopoguerra in Europa, in cui la miseria, il degrado sociale e le violenze frutti della guerra erano tutt'altro che cessati. Assieme all'altrettanto notevole "Inferno. Il mondo in guerra 1939-1945" di Max Hastings - che descrive efficacemente le condizioni di vita durante la seconda guerra mondiale - un libro da consigliare non solo a chi si interessi di storia ma anche a chi si lamenta delle difficili condizioni attuali di parte degli stati europei, per rendersi conto delle sofferenze inaudite che hanno affrontato i loro nonni e di come l'Unione Europea ha quantomeno assicurato la pace per oltre cinquant'anni.

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    Andrea

    10/02/2014 18:36:09

    Il testo è molto bello, davvero interessante e innovativo. L'autore dimostra di avere una profonda sensibilità e conoscenza del dibattito storiografico, riuscendo sempre a dimostrare un equilibrio ammirevole. L'autore dimostra che la guerra non finì nel 1945 così come si spegne una lampadina, ma le violenze, gli odi e l'attitudine alla violenza rimasero per molto tempo. Molte storie misconosciute sono narrate in questo lavoro, dalle violenze sui tedeschi, a quelle sugli ucraini, perfino alle terribili violenze contro gli ebrei che proseguirono anche dopo il 45. Tuttavia l'autore nel dar conto di questa situazione di estrema violenza riesce sempre a mantenere le dovute differenziazioni non annegando tutto nel calderone (Pansa docet) del "tutto uguale". Vi furono violenze e stragi in tutti gli schieramenti, ma non tutte furono uguali e non tutte ebbero lo stesso grado di atrocità. Per una vittima tutte le violenze sono uguali, ma per chi fa storia è obbligatorio riuscire a distinguere fra la volontà di sterminio totale dei nazisti, da quella dei massacri estemporanei dettati da odio e vendette. Senza giustificare nessuno dei due, ma, anzi, facendo comprendere in quale abisso portò la seconda guerra mondiale. Un solo appunto, non all'autore, ma al traduttore e alla casa editrice. E' veramente brutto e disturbante vedere tradotto, di continuo, in tutto il libro il verbo sparare in maniera transitiva ("furono sparati", nel senso di "furono colpiti da armi da fuoco"). Questa modalità, nel parlato, viene usata nell'Italia meridionale, ma non in Italiano e non certo traducendo un saggio storico!!!!! Mi domando se la casa editrice non abbia dato un occhio a cosa stava facendo il traduttore!! Se poi la scelta è stata consapevole fatemi dire che la trovo veramente brutta e, se fossi l'autore, mi arrabbierei non poco.

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