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"COSI' CRUDELE È LA FINE" di Mirko Zilahy è la conclusione della trilogia del commissario Enrico Mancini. Enrico sta meglio, grazie al supporto della psicologa della polizia che lo ha in cura. "È fuori dal suo tunnel, ma deve stare attento a non cedere a tentazioni e nostalgie. Il passato è memoria attiva, ma il dolore che lo accompagna non deve necessariamente rimanere tale". E torna a rincorrere un assassino oscuro, che seppellisce (vive) le sue vittime tra le rovine archeologiche di Roma, che si muove invisibile tra le trappole monumentali di questa città simbolica. Una Roma forse meno cupa delle precedenti, così apparentemente immobile nella sua perfezione antica, eppure così inafferrabile nel suo brutale caos attuale. Perché lui, Enrico, "ha una qualità specifica, tra le altre necessarie per fare quello che fa: cacciare cacciatori, indossare i loro panni di uomini comuni, prima che di assassini". Ma questo caso gli appare subito diverso. Il serial killer si discosta dai classici schemi di catalogazione. "Il nucleo doloroso e scatenante che è alla base della psiche del nostro seriale è il suo rapporto, fisico o metaforico, con lo specchio. La sua identità. È questo che fa quando resta lì a studiare le sue vittime. Si specchia. L'identità della morte. Perché nella morte tutti trovano un'identità, l'unica possibile". Eppure, mai come in questo caso, l'assassino gli è così vicino ... Ennesima conferma per me del talento "noir" di Zilahy. E ammirazione (quasi timore reverenziale) verso il suo commissario Mancini, così autorevole, nonostante le sue paure, le sue sofferenze ... "Perciò lei ritiene che ci sia un inferno in ogni omicida seriale? Sì. C'è. Io lo immagino come un pozzo, o una palude, di fuoco. E il punto non è cosa provo, ma cosa trovo. Sa cosa si trova in fondo a quelle paludi? Uno specchio".
Ho letto la triologia del Commissario Mancini. Non sono rimasto granché entusiasta. Così crudele è la fine, è un po’ una fotocopia dei due precedenti thriller. Il finale un po’ stiracchiato. Comunque forza Zilahy, puoi fare sicuramente meglio. Scrittura come si deve, colta e scorrevole.
Un thriller molto interessante ed avvincente
Recensioni
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Mi chiamo Enrico Mancini e sono un poliziotto. Un profiler. Il mio lavoro è dare una forma al buio, dare un’identità a chi per averne deve uccidere. Il mio lavoro è attraversare lo specchio oscuro per dare la caccia ai riflessi del Male.
In queste poche righe è racchiuso tutto il senso del romanzo. Con immensa tristezza nel cuore ho incontrato Enrico Mancini per l’ultima volta. Il nostro saluto è stato struggente. Come struggente e dannatamente intenso è stato il mio viaggio con lui grazie alla voce, che ormai sento e faccio mia, che è quella dell’autore Mirko Zilahy. Con questo si conclude la trilogia degli Spettri che ha visto protagonisti assieme a Mancini e alla sua formidabile squadra, tre temi principali: GIUSTIZIA, REALTÀ E IDENTITÀ.
Ed è proprio l’identità il tema cardine dell’ultima avventura del nostro bel tenebroso commissario che troviamo ancora in evoluzione; d’altronde lo è fin dal primo romanzo.
Sebbene con una luce diversa, con una rinnovata energia, Mancini è sempre alle prese con il suo passato, con i ricordi della moglie che non c’è più, con i suoi sensi di colpa, con gli spettri dell’anima, ancora così presenti in lui da non permettergli di vivere appieno l’oggi che gli sta offrendo un’opportunità per riscattarsi, per trovare finalmente la sua identità.
E allora, ancora una volta, Mancini si butta nel lavoro che è la sua unica vera certezza. In una Roma sempre protagonista, questa volta una Roma archeologica fatta di vicoli, di cunicoli e percorsi sotterranei sconosciuti ai turisti e agli stessi abitanti, si nasconde un’ombra che semina terrore e morte nella città. “Dal fondo dello scavo abbandonato, una forma scivola fuori. Si arrampica, circondata da marmi puntati di muffe, fiutando l’aria fresca della notte. Supera un gruppo di mezze colonne e lancia uno sguardo giù nella fossa...”
Mancini è come sempre supportato dalla sua fidata squadra, che troviamo ancora più caratterizzata, più intima, con storie personali che si intrecciano e che aiutano la coesione sempre più forte tra i membri. Storie di identità anch’esse, di ricerca di un proprio preciso ruolo nella vita. Storie di sguardi nell’abisso dal quale spesso ognuno di noi è attratto, ma che in qualche modo per fortuna riesce a rifuggire.
Mancini stesso, con l’aiuto di una psicologa, sta cercando di emergere dal suo abisso, di guardare di nuovo quello specchio che forse può aiutarlo a ritrovare se stesso.
E parlando di identità, chi è il killer degli scavi? Cosa lo spinge ad uccide le sue vittime così lentamente e crudelmente, perché le osserva morire? E perché la scelta di siti archeologici così belli e ricchi di storia e arte come il Teatro di Marcello, il Portico d’Ottavia, ma anche i cunicoli sotterranei sotto la Fontana di Trevi? Un pezzo di carta con due iniziali in maiuscolo, trovato nascosto come messaggio misterioso dal professor Biga, suo maestro, mentore e “padre”, è forse ciò che lega le vittime tra loro. Biga purtroppo è costretto in un letto d’ospedale, in lotta per la vita e non potrà essere d’aiuto ad Enrico questa volta.
Con la sua ormai nota caratteristica di scrittura che passa, a seconda della necessità narrativa, dallo stile essenziale e spigoloso, alla prosa stilistica dai tratti più morbidi e descrittivi, l’autore ci trasporta ancora una volta nel suo mondo, nella realtà talvolta distorta da una lente di ingrandimento che deforma ciò che crediamo di vedere. O semplicemente ci porta davanti ad uno specchio che va a scavare nella nostra psiche e a quella dello stesso killer, alla ricerca, anch’esso, di una sua identità, perché in fondo gli uomini Nella morte trovano l’identità. La troviamo tutti. Anzi, è l’unico modo di trovarla. Solo in quel momento, nella nicchia, sottoterra, o sul tavolo autoptico, sono veri, sono UNO. Nella morte c’è la loro identità, l’unica possibile.
Sappiate che, usciti dall’abisso di questa storia, ancora una volta, vorrete ritornarci. Non saprete più distinguere il Bene dal Male in modo così netto. Nelle storie di Zilahy non è mai facile odiare il carnefice, mai! Questo è quello che per me è l’effetto Zilahy. Quando ho bisogno di uscire dalla mia realtà, che a volte mi sta stretta, vado a tuffarmi nella realtà inafferrabile raccontata da Mirko. So già che arrivo ad un certo punto e rallento volutamente la lettura, per non dover salutare i personaggi e il mondo al quale, inevitabilmente, ogni volta mi affeziono. Una delle rare volte in cui mi capita di chiudere il libro, baciarlo e salutarlo come fosse un amico in partenza che non rivedrò più.
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