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Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2002
Pagine: 214 p.
  • EAN: 9788806161804
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Chi è il protagonista dell'ultimo romanzo di Nico Orengo? L'ex comandante partigiano e ora serissimo caposezione comunista Libero, preoccupato di tenere sotto controllo moralità e politica a Latte, nell'estremo Ponente ligure? I suoi giovani e distratti compagni di partito Baciui e Luisò, o la moglie del primo e amante del secondo, Luciana, che vuol fare all'amore sui binari? O la bella Jolanda, che alleva senza vergogna Matteo, il figlio di una colpa ignota e misteriosa, o l'angelica Mrs Pym, che ha forse incontrato l'attraente e mostruoso, selvatico padre del bambino di Jolanda? O Dolora, che seduce il vecchio Lanteri per essere favorita dal suo testamento, o la maestra Canzani, che dialoga eroticamente via radio con un fascista morto? O il maestro Puglisi, che scrive una variante marina di Nel blu dipinto di blu, o Martì, che, voglioso di riprendere la rivoluzione interrotta, scende in guerra contro i cinghiali, o Salvai, il giornalaio che fabbrica modellini di navi? O Giustin e Ettore, che stanno trasformando il paese da borgo agricolo e di pescatori in centro turistico e commerciale, imbruttendolo e appestandolo? Tutti e nessuno. Qualcuno, pensando ad altri libri dello stesso autore, riterrà che il protagonista è il paesaggio, che sono i luoghi, quelli da sempre cari a Orengo, quasi gli stessi che ha disegnato con disperato amore Francesco Biamonti (c'è un personaggio qui che ha il suo stesso cognome), le belle e sfasciate balze tra Ventimiglia e la Francia. E invece bisogna dire di no. Non che non ci siano i posti sacri a Orengo: ma, direi, più i loro nomi, pronunciati con nostalgia e affetto, che la loro fisica e visibile consistenza. Il paesaggio si traduce in toponomastica precisa e lirica nel romanzo che racconta l'inizio della sua fine come territorio e il suo passaggio nel libro della memoria, del passato, del tempo di prima che alberghi brutti, pompe di benzina e speculazioni varie venissero a coprirlo e negarlo. E allora, qual è il protagonista della Curva del Latte?

Credo il 1957, l'anno dello Sputnik, la cui scia luminosa solca il cielo notturno come il grido che annuncia la nascita segreta e allegra di Matteo. Un anno della storia d'Italia visto in un paese di Liguria, con i preti (come, qui, don Lercari) che oscillano tra la paternalistica equidistanza e l'ingerenza politica, e i probi dirigenti comunisti impegnati a controllare tutto (anche a recuperare la testa perduta della Madonna e a cercare padre e padrino di battesimo al neonato illegittimo) e a non fare niente per esasperato togliattismo, impossibilitati persino a esultare troppo dei successi spaziali di quell'Unione Sovietica che per altro hanno difeso a spada tratta in occasione dell'invasione dell'Ungheria dell'anno prima. Un anno sospeso tra i resti del passato, naturale (il paesaggio dolce e aspro dell'ultima Liguria) e storico (Resistenza, rapporti umani semplici, diretti), e i segni del futuro già cominciato: la politica che entra negli affari, gli affari che devastano la natura (camping e bungalow nelle campagne) e il consorzio umano (la vittoria del denaro, del cattivo gusto), le canzonette borghesi e moderate di Sanremo che sostituiscono le canzoni popolari e rivoluzionarie della guerra. Un momento della storia, dunque, è il protagonista del libro, scelto perché, da lì, la sopravvivenza di altri tempi e luoghi da allora irrimediabilmente perduti è assicurata solo nel ricordo, nella poesia, nel sogno.

Forse è anche per questo che La curva del Latte è un romanzo che svolge tanti fili e poi non li annoda in un esito compiuto, li lascia cadere disinteressandosene, concludendo come uno dei tanti torrenti di Liguria che si impaludano in rivoli che non raggiungono il mare. Un limite, se vogliamo, specie perché il narratore (decisamente uno dei nostri migliori) sa imbastire con grande perizia le molte storie e i loro intrecci, ed è scrittore felicemente non minimalista, che non risparmia sui materiali né sull'impasto, che avrebbe tutti i mezzi fantastici occorrenti a fare felici i fan dell'ore rotundo narrativo come il sottoscritto. Ma un limite programmato, una "delusione" voluta (quasi solo l'abbozzo di storia d'amore tra due dei tanti personaggi, il maestro Puglisi e Dolora, accenna una sviluppo, mentre le altre vicende o restano inconcluse o sanno solo ripetersi o ridursi ad attese perplesse), una conclusione necessaria per un romanzo che ha voluto isolare un brandello della nostra storia, afferrarlo a un certo punto, a un certo punto lasciarlo, senza punti fermi, all'inizio (dove, però, c'è almeno ancora una grande scena della natura, il misterioso e magico urlo che attraversa la notte del paese) come alla fine, che non a caso si legge qualche pagina prima dell'ultima, nelle considerazioni di Libero: "C'erano troppe storie che non capiva e che non gli piacevano. Tutto gli sembrava come un mazzo di fiori legato male, con la rafia che non teneva e loro che andavano in terra".

Recensioni dei clienti

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    albertofv

    31/08/2005 13.02.29

    Una storia piena di sapore. Molti personaggi e molti segreti. Cosi era la vita negli picoli paese nel 50 0 60, ma no soltanto nella Italia, anche nella Spagna dopoguerra. La realtà delle diverse popolazione catoliche. Tutti cercando la moralità degli altri e a volte senza guardare la propria. Libertà senza essere liberi, politica e religione come conducente del paese.

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    Emanuele

    27/06/2002 16.17.37

    Un Italia che sta rinascendo dopo la guerra, una città di gente semplice che apre nuove attività economiche, di comunisti che sognano la Russia, di gente del sud italia che tenta di integrarsi in una società che li guarda con diffidenza, di adulteri, di donne rimaste incinta misteriosamente. Un bel libro, una bella favola per chi come me ha sempre solo sentito parlare dai nonni e dai genitori di quel periodo. Non vi è una conclusione chiara, il sogno continua nella mente dei lettori.

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    Gaspare Amoroso

    14/04/2002 20.47.34

    Un libro piacevole, una vetrina di personaggi fortemente radicati nel territorio da sempre caro allo scrittore. Un racconto semplice che ha il pregio di sospendere un'epoca della storia d'Italia e fissarla nella mente del lettore. Rimangono intatte le domande sul futuro dei protagonisti, ma credo che Orengo voglia proprio questo.

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