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Edmondo Berselli

Editore: Einaudi
Collana: Vele
Anno edizione: 2010
Pagine: 100 p. , Brossura
  • EAN: 9788806204396

Recensioni dei clienti

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    Alberto Castrini

    12/10/2012 19.01.00

    Edmondo Berselli analizza impietosamente lo stato dell'economia "occidentale" e il perché siamo giunti a questo punto. È un approccio coraggioso, solitario, per capire le macerie che ci fronteggiano. Mancano gli intellettuali, i maitre a penser, che indichino una nuova strada verso un'economia giusta. La cultura politica mondiale é orfana di visioni che non si limitino alla bassa cucina delle scadenze elettorali. Non è possibile ritenere quella attuale una crisi passeggera che il Dio Mercato sanerà. L'accusa verso il liberismo monetarista è implacabile: ci sono state vendute improvvisazioni dilettantistiche come fondamenti economici. Chiaro riferimento al tacerismo e al reganismo. Anche la sinistra non è risparmiata, sia nella versione laburista/guerrafondaia di Blair sia nell'accettazione supina del mercato che propugna, prima la liberazione dai lacci statali e poi invoca aiuti per banche che con la truffa hanno riempito i portafogli dei loro dirigenti. Com'è possibile che sia passati dal ritenere iniquo il rapporto da 1 a 40 tra operaio e manager a quello attuale di 1 a 400 (nel caso di Marchionne invece siamo a 1 a 1700) nel silenzio/accettazione attuale? Importante anche l'analisi delle profonde differenze tra il capitalismo USA, governato dall'onnipotenza del libero mercato e quello quasi antagonista tedesco/giapponese attento alle implicazioni umane e la dottrina sociale della Chiesa Cattolica. L'avanzamento delle nuove potenze economiche (Cina, Brasile, India ecc.) ha ribaltato la vecchia divisione del mercato; non c'è più trippa per gatti perché i tempi della crescita infinita sono chiusi. Implacabilmente, Berselli ci ricorda che: "Dovremo abituarci ad avere meno soldi in tasca. Essere più poveri." O se preferite una formula consolatoria: decrescita felice. Per questo non possiamo scrollare le spalle e aspettare il ritorno dei bei tempi andati ma pensare e attrezzarci per il nuovo futuro che deve necessariamente partire dall'equità.

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    Lorenzo Panizzari

    28/05/2012 16.06.39

    Sono stato spinto a leggerlo dalle recensioni positive di altri utenti, ma vado controcorrente: non mi è piaciuto! Capisco che l'autore abbia cercato di partorire una sorta di testamento spirituale ed una summa del pensiero suo e moderno, ma il testo è frettoloso, generico, confuso, superficiale, fonda secondo me il suo successo su una generale critica alla contemporaneità (che fa sempre audience), lo sfoggio di cultura tramite riferimenti e l'impressione che si forma nel lettore che se tanti sono a supporto di certe idee (fa niente se illustrate in modo confuso) allora le idee sono giuste. L'autore cita un po' di tutto in ordine sparso secondo i suoi personali nessi logici (Marx, Schumpter, LeoneXIII e la crisi islandese, solo nella prefazione) e dà sempre per scontato che tutti sappiano di cosa sta parlando (quanti conoscono la differenza tra tacherismo e liberismo? o tra lo Stato minimo di Nozick ed il capitalismo dirigista delle tigri asiatiche?) Accomuna come superati Fukuyama ed Hegel ma non spiega che i loro presupposti sono completamente diversi nei fondamenti dottrinari e nella contestualizzazione. Accosta il contrattualismo di Locke e di Rawls che in realtà erano molto diversi. Cita (senza citare) Galbraith (interrotto il ciclo del miglioramento di vita), Sapelli (la finanza non può creare ricchezza), Latouche (teoria della decrescita), Beck (i rischi insiti nella modernità), Baumann (la velocità di cambiamento nella e della vita) ed ovviamente Klein (no logo); solo per indicarne alcuni. Cerca insomma di mettere insieme in poche pagine molte più pagine e teorie, quasi tutte di altri. Non lasciatevi abbagliare da questo testo e non crediate dopo averlo letto di avere capito o di poterne trarre insegnamenti; la strada per la comprensione dei molti temi qui citati è complessa e passa di diverse centinaia di altre pagine di altri autori, meglio scritte, meglio argomentate e molto più serie.

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    Loris

    19/10/2011 14.45.52

    Saggio breve, ma denso di contenuti. Non posso dire di aver colto tutti i riferimenti alle teorie economiche sparsi nei vari capitoli, ma le idee portanti (gia' illustrate nei commenti precedenti) sono esposte in modo chiaro ed efficace. Personalmente, condivido la convinzione dell'autore che la prolungata crisi attuale abbia le sue radici nel (turbo)capitalismo globalizzato di stampo anglosassone. Come Berselli, mi aspetto un futuro prossimo di crescenti disuguaglianze, tensioni sociali e poverta' diffusa. Il modello renano e le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa restano i riferimeni 'nobili' per la ricerca di una soluzione che pare assai ardua.

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    Stefano Crupi

    06/11/2010 10.32.39

    Un'opera molto diversa da quelle che l’hanno preceduta, un piccolo libricino che traccia una rapida storia dell'economia liberista per smascherarne gli inganni ed individuare le ragioni profonde che hanno condotto il sistema economico occidentale verso la crisi. Un argomento squisitamente tecnico, e molto attuale, sul quale Berselli argomenta senza concedersi, com'è nel suo stile, grosse divagazioni ma piuttosto mantenendosi nel solco di riferimenti mai banali. Berselli dimostra che la grande crisi che il mondo occidentale sta attraversando da qualche anno è soprattutto una crisi di redistribuzione, esito scontato di una deregulation disastrosa che ha posto poca attenzione alla società ed ai suoi cambiamenti. Confidando ingenuamente sulla qualità morale degli operatori economici, si è creduto (o si è voluto far credere) che il mercato, liberato dai lacci e lacciuoli dello Stato, fosse in grado di autoregolarsi. Col risultato di condurre verso una società profondamente iniqua, contraddistinta da un aumento della distanza tra le classi sociali, un assottigliamento preoccupante di quella classe media che ne dovrebbe essere il nerbo, ed infine uno spostamento di quote di reddito sempre più cospicue verso i ceti più abbienti. Una società talmente iniqua che ha creato all’interno delle stesse aziende un profondo divario tra i diversi ruoli e che non poteva non condurre verso un’intossicazione del sistema. “L’economia giusta” di cui parla Berselli è a metà strada tra il liberismo selvaggio e il socialismo e intende fare un passo indietro per ritrovare quegli stessi principi che fino ad un determinato momento della storia occidentale differenziavano il capitalismo europeo da quello nordamericano. La riflessione finale è molto suggestiva: Berselli – pensatore sempre tenacemente laico ma intellettualmente libero da qualsiasi schema preconcetto – riconosce alla dottrina sociale della Chiesa il merito di aver indicato già da tempo i principi da assolvere per imboccare questa terza via.

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    Claudio S.

    05/10/2010 08.11.02

    A Berselli non fa difetto il dono della sintesi e della capacità piana di esporre e concatenare i fenomeni socio-economici. Per anni abbiamo marciato allegramente verso consumi che non potevamo permetterci, confondendo l'aumento dell'indebitamento con l'aumento del PIL, creando prodotti finanziari che poi sono divenute creature dotate di vita propria e totalmente sganciate dalla realtà produttiva e sociale. Chi aveva da obiettare veniva scartato ed emarginato come persona non capace di seguire l'evolversi del progresso e del mercato che, mirabilmente, avrebbe creato ricchezza, valore e benessere per tutti. Galbraith aveva già scritto il libbricino "L'economia della truffa", ma non potendo etichettarlo come "bolscevico" ci si limitava a definirlo come affetto da senilità. E così le banche correvano a cercare masse critiche con aumenti dissennati dei propri impieghi, con le fusioni spersonalizzanti con la vendita di prodotti che, solo con un po' di buon senso, si capiva da subito che erano "tossici". Come ai bei tempi della "new economy" chi, dotato solo di un po' di saggezza e di lungimiranza, attendeva lo scoppio della bolla e si preparava al peggio. La novità è che adesso la crisi potrebbe essere sistemica; il capitalismo esiste da un paio di secoli e fino a qualche anno fa ha creato, oltre che a qualche stortura, benessere diffuso per larga parte del mondo. Ma chi lo dice che debba funzionare ancora per qualche secolo? E qual è il sistema di produzione che può prenderne il posto?

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    claudio

    04/10/2010 09.32.30

    Libro postumo di quel grande intellettuale che è stato Edmondo Berselli, capace di spaziare dal calcio alla televisione, dal rock all'economia. Questo potrebbe essere un po' il testamento politico-economico di Berselli.E' un libriccino di un centinaio di pagine in cui l'autore cerca di smontare i principi del liberismo a favore di una economia di stampo liberal-ecclesiale.

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